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“Mi mettevano a testa in giù e mi riempivano di frustrate sui piedi”, il racconto di Cyril, sopravvissuto alle torture e al deserto

Cyril ha raccontato a TPI il suo lungo viaggio che dal Camerun, dove studiava medicina, lo ha portato in Europa, passando per l'inferno libico

Immagine di copertina

Cyril è un ragazzo camerunense arrivato in Italia nel 2015 dopo un lungo viaggio che dal Camerun lo ha portato in Libia e poi in Europa.

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Cyril studiava medicina nel suo paese quando fu costretto a fuggire. In Camerun c’è una dittatura che dura da 36 anni con a capo il presidente Paul Biya. Non c’è libertà di espressione, i diritti umani vengono costantemente violati e l’attività degli oppositori politici  è perseguita dal governo.

Il fratello maggiore di Cyril era un oppositore del regime, che venne poi accusato ingiustamente di aver rubato soldi dello stato. L’arresto del fratello e le accuse che gli vennero mosse comportarono la sua cattura e la persecuzione di tutti i membri della famiglia.

Cyril fu imprigionato varie volte e fu perseguitato dagli stessi abitanti del suo villaggio, convinti che suo fratello fosse un ladro.

“Gli abitanti del mio villaggio mi riempivano di schiaffi. Dicevano che volevano fare giustizia e uccidermi. Potevano darmi fuoco”.

“Quando sono andato a denunciare tutto questo alla polizia, mi è stato risposto di essermela cercata. Mi hanno torturato, poi mi hanno rinchiuso in una cella. La mia università mi ha espulso. Uno dei dirigenti mi ha detto di tornare solo dopo aver risolto i miei problemi”. 

“Mi mettevano a testa in giù e mi riempivano di frustrate sui piedi. Sul mio corpo ho ancora le cicatrici delle torture subite. La polizia mi ha accusato di essere omosessuale anche se non lo sono. Volevano solo farmi fuori”, racconta a TPI Cyril.  

Dopo essere stato rilasciato Cyril decide di scappare senza dire niente alla propria madre, l’unica rimasta nel paese, per non rischiare di essere fermato. Dal Camerun è arrivato in Nigeria, dalla Nigeria al Niger e dal Niger ha attraversato poi altri paesi per arrivare in Libia, per tentare di arrivare in Europa.

“Mi hanno portato in un campo nel deserto circondato dai militari. Non potevo uscire e insieme a noi c’erano molte donne e bambini. Ci davano una pagnotta di pane la mattina e poca acqua da bere che ci dovevamo far bastare per tutto il giorno”.

“Ho dato al capo del campo tutti i soldi che avevo con me per farmi partire per l’Europa. Ancora adesso non riesco a capire se i militari del campo fossero legati al governo, all’Isis o a qualche tribù. In Libia non riesci a capire chi sta con chi”.

“Non c’era nemmeno un bagno nel campo. Siamo stati noi a delineare uno spazio dove andare e fare i nostri bisogni. Sono stato lì dentro per quattro mesi e ho visto molte persone morire davanti ai miei occhi. Anche il mio amico Hamza è morto, aveva mezzo corpo paralizzato e si rifiutarono di portarlo in ospedale. Nessuno di noi poteva uscire, la città era in guerra”.

“Una volta sono anche riuscito a scappare insieme ad altri ma poi siamo ritornati. Fuori c’era l’Isis, almeno dentro il campo avevamo la speranza che ci facessero partire per l’Europa. Il mare era la nostra speranza. Quando entri in Libia non c’è più modo di tornare indietro”.

“Appena arrivati al campo ci hanno obbligato a chiamare i nostri cari per chiedere i soldi del riscatto per tenerci in vita. Chi non pagava il riscatto veniva torturato o ucciso”.

“Le donne venivano stuprate dai militari. Ho visto molte donne violentate davanti i miei occhi. Alcune venivano portate via e non tornavano più. I soldati volevano stuprarle fino al giorno della loro morte. Anche gli uomini venivano stuprati. Alcuni dei ragazzi presenti nel campo mi hanno raccontato di avere subito violenze”.

“Un giorno ci hanno finalmente fatti imbarcare. Era un barcone per massimo 20 persone ma noi eravamo più di 100. Non potevamo muoverci molti di noi non facevano altro che piangere. I musulmani pregavano Allah, i cristiani Gesù e chi era senza fede sperava di arrivare sano e salvo”. 

“Abbiamo poi visto una nave da lontano. Era una nave Ong SOS Méditerranée che ci ha tratto in salvo e ci ha portato a Lampedusa. Da Lampedusa mi hanno portato in un centro accoglienza a Foggia. Ho provato ad andare in Germania ma non ce l’ho fatta. Quasi nessuno di noi vuole rimanere in Italia, vogliamo andare in Germania ma la Germania ci riporta in Italia”.

“Se arriviamo in 100 in Libia solo 30 di noi riescono a entrare in Europa, gli altri muoiono prima nelle carceri libiche o in mare. Sono riuscito a rimanere in contatto con i sopravvissuti. Ci chiamiamo ‘gli uomini salvati dal deserto’. Siamo sopravvissuti al mare e al deserto”.