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La soluzione al problema dei migranti esiste da 16 anni, ma non è usata
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Credit. Reuters

La soluzione al problema dei migranti esiste da 16 anni, ma non è usata

Daniela Pompei, della comunità di Sant’Egidio, spiega a TPI che una direttiva Ue del 2001 può aiutare l'Italia con i flussi migratori

13 Lug. 2017
Credit. Reuters

L’applicazione di una direttiva di 16 anni fa permetterebbe di ricollocare i migranti fra i paesi europei, alleggerendo l’Italia da un flusso migratorio in costante aumento.

“La direttiva è nella legislazione di tutti i paesi dell’Unione europea, però non è mai stata attivata”,  spiega a TPI Daniela Pompei, responsabile per i servizi a migranti e rifugiati per la comunità di Sant’Egidio.

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Una norma richiamata recentemente anche da Emma Bonino, ex ministra degli Affari Esteri, che dalle pagine della Stampa ha sottolineato la validità della proposta avanzata dal segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi, e dalla comunità di Sant’Egidio.

Pompei ha spiegato a TPI in cosa consiste la direttiva e quali sono le applicazioni e i risvolti positivi per il nostro paese.

Di cosa si tratta nello specifico?

Si tratta della direttiva Ue numero 55 del 20 luglio 2001, nata per far fronte al massiccio afflusso di sfollati reduci della crisi balcanica degli anni Novanta. L’Europa in quel periodo si trovò a dover gestire un inaspettato flusso migratorio proveniente dall’ex Jugoslavia.

Con quale spirito è nata la direttiva?

Nasce per arginare l’afflusso di sfollati e per promuovere l’equilibrio degli sforzi dei paesi che subiscono i maggiori sbarchi, creando la possibilità di condividere l’accoglienza.

Come può essere applicata nella pratica?

La direttiva è una protezione temporanea che il paese europeo può concedere ai migranti. Può durare un anno, partendo da sei mesi, rinnovabili di altri sei mesi, e chi ne usufruisce può anche lavorare durante il periodo di protezione. Lo stato membro che concede la protezione deve garantire anche l’accoglienza a 360 gradi. Bisogna considerare quanto può essere utile per minori e famiglie.

Come si attiva?

È necessario l’accordo di maggioranza relativa tra i paesi membri, ma può essere attivata anche da un singolo stato membro che chiede alla commissione di intercedere con il Consiglio europeo affinché attivi la direttiva.

Ovviamente, sono necessarie le consultazioni diplomatiche per arrivare alla maggioranza, ma ciò non toglie che nel frattempo una cerchia più ristretta di stati membri concluda un accordo intergovernativo. Questa stessa possibilità è prevista anche dalla direttiva.

Crede sia fattibile un accordo di questo tipo?

Bisogna lavorare molto a livello diplomatico. Ci sono alcuni paesi che nel vertice di Tallinn hanno dimostrato di non essere pronti, però è anche vero che altri, come la Germania, non sono sfavorevoli ad aiutare l’Italia su questa vicenda.

Quali sono i risvolti positivi per l’Italia?

Avendo meno pressione nei centri accoglienza, è possibile seguire meglio il percorso di gestione dei migranti giunti nel nostro paese e alzare i livelli di sicurezza. Sarebbe anche una possibilità per facilitare il processo di integrazione nella comunità.

Una direttiva di questo tipo permette, da una parte di concedere una protezione temporanea, dall’altra un asilo politico a persone che però non sono obbligate a chiederlo.

Con l’articolo 25 del regolamento sui visti dell’Ue, grazie a voi in un anno sono arrivati in Italia 800 profughi siriani attraverso i corridoi umanitari. Un modello che sembra funzionare…

I corridoi umanitari hanno avuto una buona accoglienza non solo in Italia ma anche in altri paesi. Pochi giorni fa sono arrivati i primi 500 migranti dei corridoi umanitari in Francia. Questo risultato è frutto di un accordo con le chiese protestanti francesi, la comunità di Sant’Egidio francese, e la conferenza episcopale.

In Italia siamo arrivati a oltre 850 persone accolte con i corridoi umanitari, siamo in trattativa per aumentare questa quota vista l’esperienza positiva. È la dimostrazione che una società civile, le associazioni, i cittadini, le parrocchie insieme possono seguire le persone in un percorso di accoglienza.

Quella che non può essere più definita come un’emergenza però va affrontata con più strumenti…

C’è bisogno di una complessità di azioni e di stare più uniti. In questo senso penso all’Europa. I corridoi umanitari e l’accoglienza in loco vanno valutate, ma il principio del salvataggio in mare deve essere difeso in maniera assoluta.

L’altro aspetto su cui bisogna agire è sulle cause che provocano questi afflussi. Si deve lavorare non solo su una cooperazione mirata a limitare gli afflussi ma anche per aiutare le persone a restare nei loro paesi per loro scelta, non certo costretti.

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