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Il mito repubblicano e la schiacciante vittoria di Macron in Francia
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Il mito repubblicano e la schiacciante vittoria di Macron in Francia

Il radicale capovolgimento della politica francese, incarnato da Macron, affonda le radici ben oltre la crisi dei partiti tradizionali. L'analisi di Alberto Bomba

23 Apr. 2018

Mettiamo da parte per un momento il fenomeno del terrorismo in Francia. Concentriamo la nostra attenzione sulla schiacciante vittoria de La République en marche! di Macron e sulla probabile disponibilità di una maggioranza assoluta nella Assemblea legislativa. Un risultato che segnerà profondamente la storia della Repubblica francese ridefinendo la geografia delle élites della vita politica del paese.

En Marche! ha ottenuto il 32,2 per cento dei voti in alleanza con il Mouvement démocrate. Il risultato, se confermato al secondo turno, assegnerebbe una storica maggioranza a Emmanuel Macron. Il Front national rischia invece di non avere i numeri per formare un gruppo parlamentare all’Assemblea Nazionale.

Senza voler mettere il programma del neo presidente in secondo piano, ci sono buoni indizi per sostenere che il radicale capovolgimento della politica francese, incarnato da Macron, affondi le radici ben oltre la crisi dei partiti tradizionali.

Una combinazione eterogenea tra fattori morali e tecnici che potrebbero finire con alleggerire, se non dispensare, l’inquilino dell’Eliseo anche dallo storico peso di una cohabitation con gli schieramenti di centro.

Quello che attraversa la Francia oggi è un processo di cambiamento che potrebbe concludersi con l’inedita e trionfale entrata in scena di una formazione politica nuova, composta da un gran numero di deputati neofiti. Uno schieramento che ha catalizzato tanto gli effetti del “voto utile” espresso alle presidenziali contro l’avanzata di Marine le Pen, quanto i diversi scandali che hanno colpito la Francia, fino a sfiorare il già debole partito socialista francese – basti pensare che Benoit Hamon, che ha preso un misero 6,3 percento al primo turno delle presidenziali, è stato eliminato al primo turno delle legislative.

Se è vero che né la coalizione socialista uscente né la destra classica sono riuscite a portare un candidato al ballottaggio per eleggere il presidente, è altrettanto vero che una tempesta perfetta ha scosso le fondamenta del sistema politico francese; a partire dall’affaire Penelope che ha colpito il candidato dei Républicains, François Fillon, fino al più recente scandalo che ha come protagonista l’ex ministro della coesione territoriale, il socialista Richard Ferrand.

I risultati ci dicono che Emmanuel Macron ha beneficiato della logica del meno peggio, dell’effetto del “voto utile” proprio come successe a Jacques Chirac nel 2002 — quando la sinistra indicò ai suoi elettori di votarlo al secondo turno delle presidenziali contro il leader del Front national di allora, Jean-Marie Le Pen – godendo anche lui del privilegio elettorale di divenire un’icona del fronte repubblicano francese contro l’avanzata del populismo di destra.

Ricordando quanto avvenne nel 2002, possiamo affermare che anche oggi gli effetti positivi del mito della défense della Republique vengono amplificati dalla così detta inversion du calendrier électoral. Una riforma votata dal parlamento francese nel 2001, la quale sancisce che le elezioni legislative debbano svolgersi successivamente a quelle presidenziali. Proprio come avvenne per Chirac, primo presidente ad essere eletto con questa formula, l’eco delle presidenziali riecheggia nei risultati delle elezioni legislative, descrivendo una parabola positiva per la formazione legata al nuovo presidente.

Già due anni fa, il politologo francese Joël Gombin notava come l’interesse per la nozione di front républicain risiedesse proprio nella sua ambiguità; un termine che allude al sentimento collettivo e ai valori della repubblica ma che può continuare a convivere con logiche decisamente più contingenti e meno auliche che regolano gli interessi politici interni ai vari schieramenti. In ogni caso il mito del front républicain ha permesso a Macron di godere al meglio di varie riforme che hanno pesato sulle strategie, le decisioni e gli accordi che saranno presi tanto in vista del primo, quanto del secondo turno delle elezioni legislative.

Oltre il calendrier électorel, potrebbe pesare l’effetto dell’entrata in vigore della nuova legge che regola il cumulo dei mandati, la quale determinerà la formazione di nuovi equilibri politici in almeno 216 circoscrizioni su 577 e che interessa circa il 45 per cento dei deputati.

La nuova legge, infatti, ha reso incompatibile il mandato di deputato, senatore e di rappresentate presso il parlamento europeo con una lunga serie di cariche che fino ad oggi sono state liberamente esercitate a livello locale dalle élite politiche francesi (tra queste quelle di sindaco, sindaco di arrondissement – per quanto riguarda le grandi città -, presidente o vice presidente di un consiglio dipartimentale, presidente e vice presidente di un consiglio regionale). Per questo un terzo dei deputati della precedente legislatura non si candideranno alla quindicesima legislatura della Repubblica francese.

La regolamentazione del doppio mandato ha sicuramente amplificato l’irruzione in massa di nuovi protagonisti nelle faccende politiche della Francia e ha certamente contribuito alla formazione di nuovi equilibri, di nuove candidature e “patti di desistenza” a livello locale, caratteristici del sistema maggioritario a doppio turno francese.

Se il partito di Macron rappresenta il “nuovo” – il 52 percento dei suoi candidati non ha mai avuto un mandato prima di questa tornata elettorale – anche il partito di Marine le Pen presenterà l’86 per cento di nuovi candidati rispetto al 2012, secondo la stampa francese. Ancora più interessante, però, è il fatto che l’80 dei candidati del Front National già possiede un mandato locale, il che rende questo partito, già da tempo colpito da una faida interna, particolarmente esposto agli effetti della nuova legge.

La combinazione tra la novità della figura di Macron e il mito repubblicano ha poi avuto i suoi effetti anche a sinistra. Se Jean-Luc Mélenchon ha in parte raccolto un elettorato orfano di un partito socialista, accusato negli anni di essersi lasciato andare a posizioni troppo liberali, la posizione del leader della France Insoumise (a volte anche ambigua e chiaramente strategica verso le mosse della Le Pen) potrebbe rendere difficile anche la sopravvivenza di una coalizione a sinistra. Tant’è che in pochi hanno scommesso sulla elezione leader del movimento della France Insoumise nella circoscrizione di Marsiglia, regione meridionale della Francia dove il Front National ha sempre ottenuto molti consensi.

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