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La polemica su chi lavora a Pasqua e di notte è stupida, ma non per il motivo che pensate
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La polemica su chi lavora a Pasqua e di notte è stupida, ma non per il motivo che pensate

La discussione sull'apertura degli esercizi commerciali in orari notturni e nei festivi mette in secondo piano il problema principale: i diritti di tutti i lavoratori

19 Apr. 2017

“Non è solo una questione economica, piuttosto si tratta di serenità familiare e felicità personale. Anche i commercianti delle città italiane insieme ai loro dipendenti ormai sono costretti a inseguire questo ritmo forsennato di lavoro dettato dai megastore”.

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Lo scrive il vice presidente della Camera Luigi di Maio in un post su Facebook. Si riaccende la polemica sulla liberalizzazione degli orari degli esercizi commerciali, che consente ai gestori di tenere i negozi aperti anche durante i giorni festivi.

“Con l’eliminazione degli orari di chiusura degli esercizi commerciali a opera di Monti e del Pd, si sono messe in competizione piccole botteghe e grandi centri commerciali. Ognuno può restare aperto quanto vuole, scatenando una concorrenza al ribasso che ha ottenuto come unico risultato lo sfaldamento del nucleo familiare del negoziante e dei dipendenti, lontani dalla famiglia sette giorni su sette”, prosegue il post di Di Maio.

Le liberalizzazioni hanno fallito? E il fallimento è realmente legato agli orari dei lavoratori?

Quella della liberalizzazione totale nella grande distribuzione è una storia recente. Nel 2012 la liberalizzazione degli orari con il decreto Salva Italia del governo Monti è stata estesa dai centri urbani e le città d’arte a tutti i comuni. 

“L’Italia è finalmente nel novero dei paesi moderni che consentono aperture domenicali e festive, in compagnia di Svezia e Repubblica Ceca, Estonia e Croazia”, si legge nel rapporto di Federdistribuzione del 2014.

Secondo Francesco Iacovone, sindacalista dell’Usb che da anni segue l’evoluzione della Grande Distribuzione Organizzata (Gdo), i vantaggi reali per l’economia sono pari a zero. 

“La Gdo segna profitti in picchiata, tra le grandi catene di ipermercati gli unici a registrare segno positivo sono le Esselunga”, spiega Iacovone. “E gli altri? I lavoratori si sono impoveriti, l’occupazione è calata e le condizioni dei lavoratori sono pessime”.

A gennaio 2017 Carrefour ha annunciato la chiusura dei punti vendita di Borgomanero, Trofarello e Pontecagnano come conseguenza di una ristrutturazione che coinvolgerà 500 lavoratori dichiarati in esubero. UniCoop Tirreno a metà gennaio ha annunciato un piano di rilancio che prevede 8 cessioni, 12 chiusure di punti vendita, 481 esuberi che potrebbero coinvolgere più di 600 addetti. In Puglia, lo scorso 4 gennaio, la Conad ha annunciato un piano di licenziamenti che coinvolgerebbe 55 dei 133 dipendenti dell’ipermercato di Cavallino, gestito dalla società Zeus srl. E su questa falsariga esistono molti altri esempi.

Si sta discutendo sulle aperture straordinarie, notturne e nei festivi degli esercizi commerciali come parabola del disagio del lavoratore, ma non dovremmo tornare a occuparci dei diritti dei lavoratori in toto? Quali sono i compensi per il lavoro straordinario e festivo di alcune classi di lavoratori? Come vengono assunti? Chi lavora, per quante ore e con quali turni? Qual è la forza contrattuale di questa classe di “nuovi proletari”? 

Chi si sta occupando delle cooperative e delle agenzie interinali che forniscono la manodopera alle grandi catene? Chi ne verifica l’operato?

Insomma, dobbiamo impantanare il dibattito sull’effettiva opportunità di impiegare i lavoratori degli outlet nel giorno di Pasqua, o possiamo procedere con un passo in avanti guardando alle migliaia di tipologie contrattuali che lasciano sempre più scoperti i diritti degli stessi lavoratori?

La polemica che da giorni impazza su web e sulle reti televisive scatenata da Di Maio è stupida, inutile e fuorviante semplicemente perché il fulcro della questione non è questo. 

Dal banchista al cassiere passando per lo scaffalista, esistono decine e decine di condizioni contrattuali diverse, spesso anche non formalizzate. Full time, part time, integrativi, collaborazioni settimanali, contratto di venti più venti, compenso tramite voucher, contratto più bonus: quali sono le tutele? Di questo dovremmo discutere.

“Il Jobs Act e la riforma Fornero hanno soltanto aggravato la posizione dei lavoratori che oggi non possono ribellarsi in alcun modo alle condizioni imposte”, spiega Iacovone. “Lo scotto, il più delle volte, è il rischio di perdere il lavoro”.

Lavorare sempre e comunque, alla cifra imposta dall’alto. Perché è un privilegio, perché è impossibile trovare di meglio per quella fascia e perchè dire no significherebbe rischiare di perdere l’entrata economica alla quale oggi non si possono di certo voltare le spalle.

Le aziende sono sempre più forti, ormai sono sempre più libere di licenziare senza fornire valide motivazioni e ai lavoratori non resta che accettare anche meno di cinque euro l’ora lordi per tirare avanti.

Vogliamo chiederci com’è la vita di queste persone nei giorni feriali? Cosa accade nei magazzini degli ipermercati? Vogliamo chiederci quali sono i turni ai quali sono sottoposti e con quale salario piuttosto che infervorarci perché viene loro imposto di lavorare a Pasqua?

Esistono tante categorie di lavoratori che sono impegnati durante le feste, e lo fanno anche con gioia, felici di ottenere il giusto contributo economico dinanzi al tempo investito. Dunque la questione non può limitarsi a questo.

Che il libero commercio si stia trasformando in un servizio pubblico essenziale – o che questa sia la direzione che le grandi multinazioni vogliono prendere – può essere un problema che riguarda le trasformazioni della nostra cultura e della nostra società, un problema che va affrontato anche e soprattutto da un punto di vista antropologico.

Ma i politici devono occuparsi delle ragioni che hanno costretto i lavorati in queste condizioni di evidente svantaggio. E adoperarsi per cambiarle.

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