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Rancore, l’altra faccia del rap italiano

L'intervista al rapper romano Rancore, pseudonimo di Tarek Iurcich, in vista della sua data del 22 aprile all’Atlantico di Roma

Immagine di copertina

Il mondo del rap italiano è negli ultimi anni al centro della scena musicale/televisiva grazie anche alla rete e ai reality in tv. Ma cosa arriva agli ascoltatori? Spesso il messaggio che passa è il classico droga, soldi e sesso. Ma esiste un’altra faccia del rap italiano, quello che nei testi non sputa luoghi comuni ma produce più che versi di una canzone dei versi di una poesia.

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Tarek Iurcich in arte ‘’Rancore’’ è forse uno degli esponenti più creativi e artistici del movimento rap italiano. Nasce a Roma nel 1989 e vive tutta la sua vita nel quartiere romano del Tufello. Inizia a partecipare alle prime battaglie di freestyle (arte dell’improvvisazione del rap) e a scrivere i suoi testi all’età di 14 anni, parlando della realtà che lo circonda.

A 15 anni incide ‘’SeguiMe’’, da cui il suo primo video: il Tufello. In dieci anni dimostra un metodo alternativo di fare rap, e scrive numerosi dischi che entrano nella storia del genere musicale nella penisola, riuscendo a portare le sue rime in ogni angolo d’Italia. Partecipa nel 2012 alla prima edizione di MTV Spit, vincendo la puntata zero a pari merito con il rapper Clementino.

L’ultimo lavoro di Rancore con DJ Myke (con il quale è stata creata per ben quattro dischi una stretta alchimia musicale tra testo e musica) porta alla luce S.U.N.S.H.I.N.E., che è stato definito “miglior brano rap italiano di sempre” (Il Fatto Quotidiano, Michele Monina) e ci fa capire molto dell’artista. Il pezzo dura quasi 8 minuti e ogni frase, ogni parola ha o può assumere un duplice o triplice significato. Bisogna ascoltarla per apprezzare l’arte di questa canzone.

Oggi, a distanza di 10 anni da SeguiMe, Rancore ha deciso di riproporre il disco totalmente rivisitato da Marco Zangirolami, con un un’orchestra – che definisce ‘’Orqestra’’: la rappresentazione dei suoi demoni, più che di un gruppo di musicisti, individui che lo devono aiutare suonando nel gruppo ma allo stesso tempo controllare. Artisti a loro volta mossi da un “Ente’’ che come un burattinaio ha potere su ogni cosa, anche sullo spettacolo stesso.

È da qui che parte The Gusbumps Show, lo spettacolo che Rancore porterà al suo pubblico il 22 aprile all’Atlantico Live di Roma, un evento in cui più che mai il rapper esplora ogni parte e ogni potenzialità del palco e dello spettacolo dal vivo, dando sfogo alle sue capacità istrioniche, creative e musicali (dal pianoforte al flauto traverso, dalle percussioni con marmitte e ruote, agli strumenti più inconsueti) per un concerto che è un vero e proprio happening.

TPI ha incontrato Tarek nel suo quartiere del Tufello, per farsi spiegare cosa bisogno aspettarsi da questo concerto romano.

Tarek, il 22 aprile all’Altlantico di Roma ci sarà l’ultima data del tuo tour che ha visto molte tappe in tutta Italia e anche fuori, cosa pensi di proporci?

Il tour è nato dopo aver ristampato SeguiMe, che è uscito dieci anni fa quando avevo 15 anni, esattamente nel 2006. Per l’occasione ho creato un orchestra che rappresenti un po’ tutte le cose che avevo costruito come fantasia nel corso di quei 10 anni e anche in parte tutti i demoni che avevo accumulato, che ho preso ed ho portato sul palco, cercando di creare qualcosa che si avvicinasse ad uno spettacolo al 100 per cento, sfruttando tutti i tempi del live.

Al mio concerto non solo si potrà assistere ad uno spettacolo per molti versi ‘’teatrale’’, ad uno spettacolo di magia e ad una rappresentazione in maschera, ma si potrà ascoltare una vera orchestra ‘fantasma’ suonare. Quindi quello che propongo a Roma è uno spettacolo completamente folle. Non ci sarà pace tutto il tempo, e chi verrà dovrà aspettarsi l’impossibile.

Cosa è successo in questi dieci anni?

Sono passati allo stesso tempo velocemente e in maniera molto lenta. Sono stati davvero molto intensi e quando alzo gli occhi mi rendo conto che sono passati in un attimo. Invece quando faccio quello che ho fatto per questi dieci anni mi rendo conto che mi sembra una vita che io lo stia facendo. Ho visto tanti altri mondi e questo forse è il riassunto più concentrato di quello che ho fatto nell’ultimo decennio: ho visto sopratutto il mondo fantastico della musica ed è stato sia grazie a tutti i progetti realizzati con Dj Myke, sia grazie alle varie esperienze che ho vissuto, dal rappare per strada fino al cantare in una gabbia in diretta MTV.

In un certo senso tutti questi mondi mi hanno convinto con il passare del tempo che scrivere testi è un po’ come essere un viaggiatore di mondi. Nell’ultimo periodo, sopratutto per questo tour, ho esplorato mondi radicalmente diversi utilizzando degli strumenti musicali tra i più insoliti per il rap, come il violino, il flauto traverso o le percussioni – magari fatte con i pezzi di una macchina distrutta – fino a mescolare in mezzo al concerto maghi, costumi medioevali e molto altro.

Ho avuto l’opportunità di conoscere tantissimi mondi di persone che vivono dentro la creatività o che fanno la musica come me, però con strumenti completamente diversi, e sono riuscito ad esplorarli grazie a quest’ultimo tour. Ora nel mio universo ci sono molti pianeti che prima non conoscevo. Diciamo che in questi dieci anni la galassia inesplorata è stata esplorata e continuerà ad essere esplorata.

Come è stato riarrangiare un disco e portarlo live dopo tutto questo tempo?

Sicuramente è stata un’esperienza forte, il disco l’ho riarrangiato totalmente in studio insieme a Marco Zangirolami, ed è stato particolarmente emozionante perché ho potuto rivivere da vicino emozioni e sensazioni vissute più di dieci anni fa. All’epoca ero appena un adolescente e, per assurdo, tante cose che io descrivo, come il mio quartiere o lo stesso rap italiano, sono rimaste le stesse. Da un certo punto di vista sono rimasto anche io lo stesso e in un certo senso mi sono un po’ seguito da solo, quindi SeguiMe/REMIND2006 è in realtà riferito a me stesso. Per questo motivo ho scelto un coniglio bianco come simbolo: dieci anni fa non esisteva ma dopo dieci anni assume un senso perché il coniglio bianco di Alice nel paese delle meraviglie ti dice proprio “segui me”.

Spesso il tuo modo di scrivere lo definisci “Hermetic Hiphop”, cosa vuol dire?

Hermetic Hiphop è l’espressione più diretta che sono riuscito a trovare per definire il mio modo di scrivere, e già il fatto che sia complesso e non diretto capire cosa voglia dire Hermetic Hiphop ti fa capire in proporzione, quanto possono essere complesse alcune cose che scrivo. La scrittura ermetica è una scrittura che prevede più livelli di interpretazione e che a volte nascondono dentro di loro altri livelli. Così costruiscono dei sensi a strati, come se fosse una sorta di matrioska dove si può trovare sempre uno strato più piccolo fino ad arrivare al nocciolo della sensazione.

Ogni verso, anche quello di una poesia, è una sensazione che uno cerca di tradurre in parole, ma scavando a fondo si arriva comunque a una sensazione. Aumentando di senso e di livelli si arriva a più interpretazioni. Quando mi chiedono cosa vuol dire un testo io non posso rispondere, proprio perché ha più livelli per me, ci metterei una vita a spiegarlo, e non è nel mio interesse. Vorrei invece che ogni persona che ascolti i miei testi li interpretasse a modo suo, creando dunque una propria sensazione. Questo per me è l’Hermetic HipHop, le iniziali sono HHH e visto che l’hiphop è da sempre definito come HH, questa aggiunta è per far capire che può esistere un hiphop 2.0.

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