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Perché l’Italia paga 25 milioni di euro l’anno per carcerazioni ingiuste

Dal 1992 ad oggi, sono circa 25mila i cittadini ingiustamente privati della libertà, per i quali lo Stato ha dovuto versare oltre 630 milioni di euro come risarcimento

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L’Italia ha pagato e continua a pagare un prezzo altissimo per le riparazioni di ingiuste detenzioni: 630 milioni di euro in 25 anni.

Le ingiuste detenzioni riguardano migliaia di cittadini italiani che nel corso degli anni sono stati privati della libertà per motivazioni che si sono poi rivelate non valide. 

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Alcuni di loro, precisamente 1 su 7, hanno deciso di rivalersi sullo Stato, il quale è stato costretto a versare somme altissime per riparare – per quanto possibile – ai danni subiti da chi per anni si è visto negare il più elementare diritto umano, quello alla libertà.

L’avvocato Francesco Petrelli, segretario dell’Unione camere penali italiane, ha evidenziato questi numeri durante un intervento alla seconda edizione di LexFest, il festival nazionale dedicato alla giustizia e agli operatori del diritto e dell’informazione.

Risarcimenti e ingiuste carcerazioni sono un tasto dolente della giustizia italiana che vanta numeri poco edificanti. Nell’intervento riportato anche in podcast da Radio Radicale, l’avvocato ha ricordato che dal 1992 ad oggi sono circa 25mila i cittadini ingiustamente privati della libertà, per i quali, ogni anno, lo Stato ha dovuto versare oltre 25 milioni di euro come risarcimento. 

Senza tener conto dei costi altissimi per il mantenimento dei detenuti in carcere e del problema del sovraffollamento, questo fenomeno di proporzioni sconcertanti è in esponenziale aumento.

I dati del ministero della Giustizia parlano chiaro: 42 milioni di euro per i detenuti ingiustamente cacerati sono stati pagati solo nel 2016. 

Il sentimento di insicurezza tra i cittadini italiani, nel frattempo, è in crescita e non bastano le misure di custiodia cautelare a frenare il numero degli illeciti nel nostro Paese.

Ma allora dov’è il problema?

Secondo Stefano Anastasia, garante delle persone private della libertà, l’errore è nell’abuso dell’esercizio della custiodia cautelare in carcere: “È un problema del nostro ordinamento, nonostante i limiti posti dalla recente riforma del regime cautelare, il risultato è che comunque noi continuiamo ad avere un sistema che abusa di custodia cautelare in carcere”.

“Ci sono migliaia di persone che aspettano il loro processo in carcere, non necessariamente per una tutela effettiva delle fonti di prova, questa è una distorsione del nostro ordinalmento che si riproduce costantemente”, continua a spiegare Anastasia. “In realtà, la custodia cautelare in carcere dovrebbe essere utilizzata come estrema ratio solo per tutelare le fonti di prova, nel caso in cui qualcuno possa manometterle, o nel caso di un rischio concreto di fuga dell’indagato”. 

Sempre più spesso la custodia in carcere è applicata anche semplicemente per il rischio che la persona sotto processo possa commettere nuovamente l’atto, questo significa, ad esempio, che per tutte le persone indagate per reati connessi ad una condizione di marginalità sociale vale sempre la presunzione che possano commettere un reato della stessa specie, e consuetudine vuole che ormai attendano il processo in carcere: “Questa è una distorsione, un abuso – spiega Anastasia – perché tale misura precauzionale si giustificherebbe solo per tutere il processo in corso, per un fatto già accaduto e non per un fattto che potrebbe forse accadere”. 

Per Gabriele Magno, avvocato e presidente dell’Associazione nazionale vittime errori giudiziari, si tratta di un fenomeno complesso e non è semplice identificare i responsabili in modo univoco: “Non c’è un unico colpevole dei tanti errori commessi, può essere l’autorità giudiziaria per mezzo della polizia, o dei carabinieri che fanno l’indagine in maniera frettolosa o che si fissano su alcuni particolari, ci può essere un errore nella fase investigativa per cui anche il pubblico ministero non è responsabile dell’operato dei suoi subalterni”. 

“Posso dire – continua l’avvocato – e ne ho prova nei fascicoli dei casi che seguiamo, che anche gli avvocati hanno parte di responsabilità. Se l’avvocato non è della stessa levatura dei pm, spesso agguerriti e bravissimi, ecco che nasce l’errore. Si tratta dell’uomo che sbaglia, come in tutti gli ambiti dello scibile”. 

Sul tema del risarcimento che lo Stato deve poi offrire, l’avvocato Magno ha le idee chiare: “Difficilmente si riesce ad affrontare il tema dell’errore giudiziario in modo scevro rispetto alle dinamiche della casta. L’indennizzo che dà lo Stato non è un risarcimento, ma una somma che viene elargita perché pur legittimamente è stata limitata la libertà di un uomo”.

L’avvocato Magno segue molti casi, uno di quelli che attualmente difende in modo strenuo, nonostante i tre livelli di giudizio e la sentenza già emessa, è quello di Bruno Lorandi: secondo Magno, l’uomo è stato prima processato e poi assolto per l’omicidio di suo figlio Cristian, e dopo vent’anni è stato nuovamente processato e accusato con ergastolo per l’omicidio di sua moglie. 

“Già affrontando la lettura dell’omicidio della moglie – racconta l’avvocato – ho percepito che c’era qualcosa che non tornava su una pista che non era mai stata battuta e che invece va verificata. Quest’uomo sta scontando l’ergastolo non per un testimone oculare o altro, semplicemente perché hanno stabilito che sua moglie è morta ad un certo orario e non poteva essere che lui il colpevole”.

“Sono certissimo della sua innocenza, sto lottando con la mia equipe per revisionare la sentenza di condanna. Ma ci vorrà tempo perché è necessario avere delle nuove prove per aprire il caso”.

Sui costi per gli indennizzi degli errori giudiziari anche Magno sostiene la tesi per cui la vera problematica è quella della custiodia cautelare prevenitva in carcere: “Lì si mietono migliaia di vittime l’anno, ed è quella anche la vera preoccupazione dello Stato in termini di impegno economico”. 

“La problematica di quando si chiede un indennizzo è fornire la prova che non si è stati colpevoli del proprio arresto. Come associazione abbiamo diverse proposte concrete: proponiamo di cancellare il termine di due anni per la richiesta di indennizzo, una tempistica ingiusta”, ha concluso Magno.

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