Me

Lesbica e madre, senza diritti e senza doveri nei confronti di mio figlio

Cristina e Valentina hanno un bimbo di tre anni, concepito con la fecondazione in vitro, ma per la legge italiana solo chi l'ha partorito è considerata la mamma

Immagine di copertina

Cristina e Valentina sono due donne, unite civilmente, e due mamme, del piccolo Tito, nato nel 2014. Valentina, mamma biologica che ha portato avanti la gravidanza, per lo stato italiano è la vera e unica mamma di Tito. Cristina no.

— Questa notizia puoi leggerla direttamente sul tuo Messenger di Facebook. Ecco come.

Le due donne sono andate a Barcellona per diventare una famiglia, ricorrendo alla Fivet, la fecondazione in vitro. Quello che chiedono è di essere considerate una famiglia normale, noiosa come tutte le altre.

E chiedono di avere non solo diritti, ma soprattutto doveri da genitori. Abbiamo chiesto a Cristina di raccontarci la loro storia, tra le tante difficoltà e l’immensa felicità che tutto questo comporta.

Quando avete iniziato le procedure per avere un figlio? 

Abbiamo un bambino di tre anni che è nato a Genova. Abbiamo iniziato il nostro percorso alla fine del 2012. Siamo ricorse alla Fivet, la fecondazione artificiale in vitro.

Prima ci siamo informate molto bene e abbiamo parlato con altri genitori. Ci siamo poi iscritte a Famiglie arcobaleno, dove abbiamo conosciuto altre famiglie omogenitoriali con figli. Quello che ci interessava era capire come stavano crescendo questi figli e ci siamo rese conto che i bambini che vedevamo stavano affrontando né più né meno gli stessi problemi di tutte le altre famiglie.

Questo ci ha molto confortato: genitori omosessuali con gli stessi problemi di quelli eterosessuali. A quel punto ci siamo informate su come si potesse avere figli e allora abbiamo deciso di andare in Spagna. Lì è iniziato tutto.

È stato facile ricorrere alla procreazione assistita?

Non è andata bene da subito. Ci abbiamo riprovato e al terzo tentativo – e siamo state molto fortunate rispetto ad altre – ci siamo riuscite. La mia compagna è rimasta incinta. Dopo 9 mesi è nato Tito, che adesso è iscritto all’asilo nido. Presto lo iscriveremo alla scuola per l’infanzia.

Tutto procede bene, con grossi limiti che non dipendono da noi. È una cosa che ti mette in gioco tanto, emotivamente e fisicamente, senza alcun tipo di tutela. Quando abbiamo affrontato la gravidanza in Italia non c’era neanche la legge sulle unioni civili, quindi io per lo Stato non ero nessuno.

Ci siamo ritrovate all’ospedale al momento del parto senza tutele. Siamo arrivate all’ospedale con tutte le ansie del caso e abbiamo spiegato tutto a chi ci stava di fronte. Lì ci siamo dette: “Siamo una famiglia, il bambino che nascerà è figlio di entrambe” e devo dire che ostetrici, infermiere, medici, si sono comportati egregiamente. Al momento di entrare in sala parto l’ostetrico mi ha telefonato e quando sono arrivata in ospedale mi ha accompagnata in sala parto.

È stato il primo momento in cui siamo stati considerati tutti e tre una famiglia da tutti. Per la prima volta lì sono stata chiamata mamma dalle infermiere ed è stato molto bello.

Abbiamo bisogno di questo, di essere riconosciuti, abbiamo bisogno che i nostri diritti siano riconosciuti. È stata una nascita molto felice da tutti i punti di vista. Chiaramente le difficoltà sono state tante ed esterne a noi. Dobbiamo fare i conti con una società che non è ancora preparata alla nostra presenza. C’è un gran bisogno di capire come funziona la nostra famiglia, di rassicurazione, che la gente sappia che le nostre famiglie sono famiglie noiose come tutte le altre famiglie.

Qual è la cosa che vi manca di più?

Siamo noiosi, ci tengo a sottolinearlo. Il problema dei nostri bambini è la mancanza di diritti. Non è riconosciuto uno dei genitori e quel genitore non ha diritti ma nemmeno doveri. Io non ho doveri per quanto riguarda la salute di mio figlio, la sua educazione, il suo mantenimento economico. Noi chiediamo doveri oltre che diritti. Vogliamo essere inchiodati dallo stato ai nostri doveri. Mio figlio sa che ha due mamme, non fa differenza tra l’una e l’altra, entrambe si occupano di lui allo stesso modo ma una delle due non esiste per lo stato. Non riesco a farmene una ragione. Continueremo a lottare finché non avremo pari diritti.

Cosa è cambiato da quando vi siete unite civilmente?

Io e Valentina ci siamo unite civilmente da poco e questo da una parte ci rassicura, perché finalmente mi sento tutelata, ma contemporaneamente ho avuto la netta sensazione di essere discriminata dalla legge.

Se da un lato c’è la gioia, dall’altro c’è la consapevolezza di essere discriminati visto che per noi è stato creato un istituto a parte perché non siamo eterosessuali. E come se lo stato ti dicesse “Ti do questo ma sappi che non sei come tutti gli altri. Sappi che non hai la possibilità di adottare, che non c’è pieno riconoscimento dei tuoi figli, che il tuo non si chiama matrimonio ma unione civile, che non sei coniuge ma sei unito civilmente”.

Campagna regione lazio

Questo è molto discriminante.

Non ci hanno nemmeno permesso di ricorrere alla stepchild adoption. Ci penso sempre e non riesco a capire perché mio figlio per lo stato sia un fantasma, che lui esiste come orfano di padre, come abbandonato alla nascita. La mia compagna risulta come una povera sventurata, abbandonata dall’uomo che l’ha messa incinta.

Potremmo ricorrere a una sorta di adozione speciale. Non è un’adozione piena ma temporanea e addirittura credo reversibile. Se io dovessi adottare mio figlio tramite questo procedimento la parentela di mio figlio si fermerebbe a me. Per lo Stato sarebbe senza nonni, senza zii, senza cugini.

Pensiamo comunque intraprendere questo cammino, che è una grande incognita. Non è detto che questo percorso legale andrà bene. Dipenderà molto anche dal giudice che ci troveremo davanti. Chiunque potrà mettere bocca sulla nostra famiglia.

Che senso ha oggi parlare di legame biologico con un figlio?

Se avesse senso il legame biologico allora tutti i figli biologici di genitori che li hanno concepiti vivrebbero felici e contenti o i figli adottati vivrebbero tutti infelici e tristi. Non è così. La buona crescita di un individuo non dipende da un legame genetico, dipende da come viene cresciuto, educato, curato, amato. Capisco che suona come la scoperta dell’acqua calda ma è così da sempre. Chi si prende cura di quel bambino ne è il genitore. Credo che sia molto logico.

Perché secondo te in Italia oggi c’è gente che si batte affinché una parte della popolazione non abbia accesso a diritti di cui tutti gli altri cittadini godono? 

Questa è una domanda che mi pongo continuamente. Cerco sempre di capire le ragioni degli altri. Tanti cavalcano questo argomento per accaparrarsi una fetta di elettorato o consenso. È un argomento che tira molto però non vi è un vero e proprio dibattito serio, ci sono dei gran battibecchi.

Secondo me chi dice che per crescere bene un bambino deve avere un padre e una madre è cosciente di dire una stupidaggine. Tanti pensano che i nostri figli siano sfortunati, ai quali manca qualcosa.

I nostri figli non sono orfani. Questo argomento infervora gli animi anche per la cultura cattolica che c’è in Italia, e mi viene da pensare che sia anche per quello. Tanti hanno paura di noi perché non ci conoscono. Si ha timore e paura di chi non ci conosce, ci si sente minacciati.

Quali sono state le difficoltà?

Non è stato facile. Quando abbiamo detto ai nostri genitori che volevamo un figlio loro hanno subito sollevato dei dubbi, gli stessi dubbi che in realtà avevamo anche noi.

Noi abbiamo fatto un percorso per arrivarci, loro si sono visti arrivare questa notizia già a cose fatte. Hanno pensato a come la società avrebbe trattato questo bambino. La sua nascita ha messo un po’ tutto a posto. Le nostre famiglie si sono completamente aperte e adesso combattono al nostro fianco per i nostri diritti. È stato molto bello il percorso che hanno affrontato. Molto difficile lo riconosco, ma molto bello.

Vostro figlio ha già iniziato a fare domande? A chiedersi perché lui ha due mamme e i suoi compagni hanno una mamma e un papà?

Lui non vede le differenze fino a che qualcuno non gliele fa vedere. Sa che è figlio di due mamme e sa che ci sono tante famiglie con due mamme, con due papà, con una mamma sola, un papà solo. Che ci sono bimbi senza genitori e tanti tipi di famiglie. Per lui è normale che il suo amico Alberto abbia papà e mamma, che la sua amichetta Nicole abbia due mamme perché questo gli abbiamo insegnato.

Se ai figli si insegnano le cose loro poi lo capiscono, e non parlo solo dei nostri figli ma anche di figli di genitori eterosessuali. Se ai bambini si parla e serenamente si spiega loro che esistono tanti tipi di famiglie, ecco che quei bambini lì saranno persone migliori, non discrimineranno nessuno.

So che arriveranno le domande, ma arriveranno anche le risposte. E saranno sempre risposte di amore, di armonia, di inclusione.

Da mamma non riconosciuta, in quali ostacoli concreti ti sei imbattuta nel tuo ruolo di genitore?

Io per lo Stato non sono mai nessuno, sono una perfetta sconosciuta per mio figlio. Se devo viaggiare con mio figlio ho bisogno di una delega di mia moglie. Se c’è un’emergenza e lo devo portare in ospedale è un problema. Se devo assisterlo in ospedale non posso perché per lui non sono nessuno.

Mio figlio non ha il diritto di essere assistito da sua madre in ospedale. Se domani mattina divento matta e vado via, a mio figlio mancherà il sostegno economico da parte mia e non ho alcun dovere nei suoi confronti. Questi sono i problemi, e a me sembrano abbastanza gravi.

— Non restare fuori dal mondo. Iscriviti qui alla newsletter di TPI e ricevi ogni sera i fatti essenziali della giornata.