Me

Tutto quello che c’è da sapere sul caso di Giulio Regeni

A chi dava fastidio Giulio? Ancora molte ombre sulla sua morte. Abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza, grazie al contributo di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty

Immagine di copertina

La cronologia degli eventi

• Giulio Regeni va a vivere in Egitto a settembre 2015, dove studia per un dottorato di ricerca sui sindacati indipendenti egiziani per l’Università di Cambridge. 

• Il 25 gennaio 2016, alle 19:41, Regeni esce di casa, la fermata della metro è a 200 metri. Deve recarsi a un appuntamento con un suo amico per una cena di compleanno, ma non ci andrà mai. 

• Il 3 febbraio, nove giorni dopo, il cadavere dello studente di 28 anni è ritrovato alla periferia della capitale egiziana. Il corpo del giovane ricercatore viene rinvenuto seminudo, con visibili segni di tortura.

• Il 4 febbraio il vice capo delle indagini in corso, Alaa Azmi, dichiara che la morte di Regeni è stata causata da un incidente stradale. “Dobbiamo attendere l’intero rapporto degli esperti forensi. Ma ciò che finora sappiamo è che si è trattato di un incidente”, afferma il funzionario, non menzionando ustioni.

• Il 24 marzo le forze di polizia egiziane uccidono cinque persone, sostenendo che appartenessero ad una banda specializzata in sequestri e rapine, collegata al caso Regeni.

• Il 9 settembre, durante un vertice Italia-Egitto, la polizia del Cairo ammette per la prima volta di essersi interessata a Giulio.

• Il 7 dicembre sono consegnati i primi documenti agli inquirenti italiani.

• Il 28 dicembre un’emittente televisiva egiziana trasmette un video registrato di nascosto dal presidente del sindacato dei venditori ambulanti egiziani, Mohamed Abdallah, che tenta di ottenere dei soldi da Giulio. Il video di quasi quattro minuti è stato trasmesso dall’emittente Sada El Balad ed è stato girato il 6 gennaio 2016, con un’apparecchiatura in dotazione alla polizia del Cairo, nascosta in un bottone della camicia di Abdallah.

A un anno dalla scomparsa del giovane ricercatore sono ancora molte le ombre sulle motivazioni che hanno condotto alla morte di Regeni. A chi dava fastidio Giulio? Chi era coinvolto? Perché qualcuno credeva potesse essere una spia? Perché è stato così difficile ottenere informazioni? Perché è così pericoloso chiedere di Giulio in Egitto?

Abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza, grazie anche al contributo di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Ma la verità per Giulio sembra ancora lontana. 

Regeni frequentava gli ambulanti per realizzare la sua ricerca di dottorato all’Università di Cambridge. Arrivato al Cairo nel settembre 2015, attraverso la American University of Cairo entra in contatto con il Centro egiziano per i diritti economici e sociali. Qui incontra Hoda Kamel Hussein, responsabile dei dossier in materia di lavoro ed esperta in campo sindacale, che gli presenta alcuni venditori, tra cui Mohamed Abdallah, l’uomo che sarà il suo traditore e lo consegnerà ai suoi carnefici 

II 25 gennaio 2016, giorno della scomparsa di Giulio, ricorreva l’anniversario della rivoluzione egiziana, avvenuta nel 2011. L’atmosfera era tesa in tutto l’Egitto, bastava poco per essere accusati di spionaggio e le forze dell’ordine avevano un atteggiamento ambiguo verso chiunque.

Giulio era sotto il controllo dei servizi segreti egiziani?

Secondo una versione fornita da un ex ufficiale della polizia egiziana alla trasmissione Presa Diretta in onda su Rai Tre, Regeni avrebbe subito tre diverse fasi di tortura: la prima al commissariato, la seconda al dipartimento investigativo dove è stato picchiato e la terza nei dipartimenti di intelligence militare dove avrebbe subito le torture peggiori con le scosse elettriche.

Cinque giorni di torture in tutto. Ben tre dei quattro apparati di sicurezza egiziani sarebbero coinvolti, fino alle più alte cariche di stato: il ministro dell’Interno e il presidente al Sisi sarebbero stati al corrente della vicenda. Ma sono tutte supposizioni dell’ex ufficiale che parla per sue fonti personali. Nulla di tutto questo è stato ancora confermato.

Secondo l’ong egiziana El Nadeem solo nel 2015 ci sono stati 1.670 casi di tortura, 500 finiti con la morte, 464 casi di sparizione forzata.

Il video dice qualcosa in più?

Un’emittente televisiva egiziana ha trasmesso un video registrato di nascosto dal presidente del sindacato dei venditori ambulanti egiziani, Mohamed Abdallah, l’uomo che ha ammesso di aver consegnato Giulio Regeni alle autorità del ministero dell’Interno.

Campagna regione lazio

Il filmato ritrae il ricercatore italiano mentre Abdallah gli chiede denaro per curare la propria moglie malata di cancro. Regeni rifiuta di darlo ma prospetta la possibilità di finanziare la raccolta di “informazioni” sul sindacato e i suoi “bisogni”.

Regeni ha proposto al sindacalista un progetto di finanziamento di 10mila sterline a favore delle iniziative degli ambulanti, da ottenere tramite il suo lavoro di ricerca. Ma si mostra inflessibile rispetto alle proposte di Abdullah di destinare il denaro ad altri scopi, come un intervento medico o scopi politici. 

Il video racconta che tutto ciò che è stato detto sulla figura integerrima di Giulio è vero. Tutte le narrazioni fatte attorno ai suoi possibili contatti con i servizi segreti erano da scartare fin dall’inizio.

“Siamo a ridosso di un anniversario”, afferma Noury. “Dal lato egiziano, come è stato fatto in altre occasioni, mi aspetto che dal Cairo arrivi altro materiale, funzionale anche a un possibile disegno di puro e semplice depistaggio odi protezione delle istituzioni”. 

Quanto ha dato fastidio il caso Regeni all’Italia?

“Tanto”, spiega Noury. “Prima che Giulio venisse ucciso l’Italia aveva un ottimo rapporto con l’Egitto, vi era stima reciproca anche tra i due leader, Renzi e al Sisi, noi eravamo abituati ad avere questa politica di completo disinteresse per le violazioni dei diritti umani che accadevano in Egitto, continuando a inviare armi. Quando il morto è stato nostro questa politica è entrata in crisi, il tema dei diritti umani è diventato necessariamente centrale per un fatto dolorosissimo e criminale che ha interrotto quel modo di fare politica estera. Il nostro paese, che ha cercato una posizione di equilibrio per cui si cercava da un lato la verità per Giulio, dall’altro di non pregiudicare troppo i rapporti col Cairo, posizione mantenuta fino a oggi”. 

La verità

“La verità storica e politica la conosciamo, ci manca la conferma dal punto di vista giudiziario e in assenza di quella ci ritroviamo come Pasolini a dire io so chi è stato ma non basta”, afferma il referente di Amnesty. 

“Entrambi i paesi hanno la necessità di uscire da questa situazione anormale, pervenendo a una verità che sia non inverosimile e che possa ispirarsi al principio delle singole mele marce in un cesto di mele sano, che possa vedere coinvolte alcune persone che avevano una divisa addosso”, continua Noury. “Ma se si dovesse arrivare a una verità di comodo sarebbe certamente una verità incompleta, perché la storia delle violazioni dei diritti umani al Cairo è storia nota: non c’è un coordinamento improvvisamente spontaneo di mele marce che agiscono senza una catena di comando”.

Da un punto di vista ideale, se l’Italia prendesse parte totalmente a questa mobilitazione intitolata “Verità per Giulio Regeni”, non dovrebbe accontentarsi di una verità che non riconosce una catena di comando. Sarebbe come se nelle altre migliaia di casi di torture e sparizioni in Egitto avvenute negli ultimi anni, si accettasse l’idea che non c’è la minima responsabilità del ministero dell’Interno.

I rapporti diplomatici Italia-Egitto

L’Egitto in Europa resta un partner di punta dell’Italia: il primo Paese dell’Ue e il terzo al mondo per accordi bilaterali e commerciali, ma non solo.

“Se oggi non sussistono ancora le condizioni per normalizzare i rapporti tra i due paesi, questi devono necessariamente rimanere anormali”, dichiara Noury. “Questo non vuol dire non rimandare l’ambasciatore indietro, ma significa non inviare ancora armi, vuol dire non mandare più software per la sorveglianza dei dissidenti e proseguire con tutti i mezzi, anche a livello internazionale, anche a livello giudiziario, nella ricerca della verità”.

L’Italia ha spinto subito sul versante giudiziario e poco sulla pressione politica, da quando l’ambasciatore è stato ritirato, l’iniziativa politica è scomparsa dall’agenda. Cosa rimane? Continuare a fare pressione sul governo per non dimenticare. I rapporti economici con l’Egitto non sembrano compromessi: l’Eni ha firmato nuovi accordi per nuove esplorazioni di gas. L’unico atto politico forte è nato per iniziativa parlamentare, come l’interruzione della fornitura dei pezzi di ricambio degli F16 all’Egitto.

L’Università di Cambridge

Gli accademici sono stati quasi reticenti, hanno preferito non rispondere. 

La famiglia di Giulio ha provato a entrare in contatto con l’Università di Cambridge per ottenere risposte, ma ha trovato la porta chiusa. Giulio non è stato preso di mira perché stava portando avanti una ricerca politica, ma una ricerca sui sindacati egiziani, sul mondo del lavoro.

Giulio avrebbe applicato una metodologia di partecipazione diretta, immersiva alle dinamiche del gruppo e voleva delineare uno spaccato su un particolare settore del mondo del lavoro, quello degli ambulanti. Questo era uno degli interessi della sua supervisor, uno degli aspetti più interessanti del cambiamento egiziano. C’è una responsabilità del mondo accademico e del mondo del giornalismo rispetto alla sua posizione e verso quella di professionisti come lui: figure ibride come quella di Giulio dovrebbero avere una protezione.