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La vera storia di Giuseppe Dosi, lo Sherlock holmes italiano

Un poliziotto con una particolare abilità nei travestimenti, Dosi ha fondato l'Interpol e ha avuto un ruolo fondamentale nel caso Girolimoni

Immagine di copertina

Un prete, un banchiere e un medico tedesco. Sono solo alcuni dei travestimenti che Giuseppe Dosi ha adottato per risolvere alcuni casi durante la sua carriera nella polizia italiana.

Il “poliziotto artista”, come è stato soprannominato, avrebbe potuto essere un personaggio uscito dalla penna di sir Arthur Conan Doyle. Invece nasce a Roma nel 1891.

La sua abilità nel vestire i panni dei vari personaggi deriva probabilmente dalla sua passione per il teatro. Da giovane infatti Dosi tenta la carriera di attore e poi di sceneggiatore.

Nel 1912 viene assunto nella polizia di stato, dove gli vengono affidati importanti incarichi anche in ambito internazionale. Tra il 1913 e il 1956 si occupa di delicati casi in Italia e all’estero, inclusa l’indagine sulla caduta del poeta e scrittore Gabriele D’Annunzio dal balcone della sua villa, che rischia di procurarne la morte nel 1922.

In quell’occasione, per svolgere la sua indagine, Dosi entra nei panni di Karel Kradokwill, un ufficiale ceco in esilio che parla italiano con un forte accento tedesco e si trascina dietro una gamba ferita durante la guerra.

Agendo sotto copertura, Dosi è stato in grado di stabilire che la caduta di D’Annunzio è dipesa da un litigio con la sua amante piuttosto che da un complotto politico contro di lui. Il caso viene archiviato e, resosi conto dell’inganno, D’Annunzio definisce Dosi un “poliziotto corrotto”.

“Aveva delle cartoline che lo ritraevano con 17 travestimenti corrispondenti alle identità che ha assunto in 17 diverse indagini”, ha raccontato all’agenzia Afp Alessia Glielmi, archivista al museo storico della Liberazione a Roma. “Insieme ai travestimenti, aveva quattro identità completamente strutturate con carte e storie che usava quando necessario”.

Ma il caso che più di tutti segna la vita e la carriera di Giuseppe Dosi è quello di Gino Girolimoni, il fotografo accusato dello stupro di sette bambine e dell’uccisione di cinque di queste tra il 1924 e il 1927.

Nonostante Girolimoni venga indicato dalla stampa come “il mostro di Roma”, Dosi crede fermamente nella sua innocenza e si ostina a cercare il vero colpevole. I suoi sospetti sono rivolti a un anziano pastore anglicano, Ralph Lyonel Brydges, che però riesce a evitare il processo e a rifugiarsi in Sudafrica.

A causa della sua insistenza sul caso Girolimoni, Dosi indispone i suoi superiori e attira l’ostilità del regime fascista. Viene trasferito fuori Roma e poi sospeso.

Considerato un soggetto pericoloso, viene dispensato dal servizio, arrestato e rinchiuso nel carcere di Regina Coeli, a Roma, e poi recluso fino al 1941 nel Manicomio Criminale di S. Maria della Pietà di Roma.

A giugno del 1944, mentre le forze alleate fanno ingresso a Roma, una folla inferocita attacca un’ex prigione tedesca, libera i prigionieri e appicca il fuoco. Con l’aiuto di un giovane militare tedesco, Dosi entrò nell’edificio in fiamme e salvò molti documenti che diventarono prove fondamentali per condannare alcuni italiani che avevano collaborato con i nazisti.

Viene reintegrato nella polizia di stato ed è tra i promotori dell’Interpol, di cui è lui stesso a ideare la sigla. Da direttore dell’Interpol italiana si occupa di numerose problematiche di polizia internazionale e di alcune di queste si fa portavoce anche come rappresentante dell’Italia alle Nazioni Unite.

Anche dopo il congedo per raggiunti limiti di età nel 1956, continua a occuparsi di investigazioni, fondando la Dosi Inchieste speciali. Muore nel 1981 a 89 anni.

Per conoscere i dettagli della sua storia si può consultare la biografia a cura di Raffaele Camposano, direttore dell’ufficio storico della polizia di stato, o guardare un documentario realizzato dalla Rai.

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