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Noi, torturati nelle carceri del Venezuela, vi raccontiamo i soprusi del regime

Le testimonianze di Francisco Marquez e Rosmit Mantilla, ex prigionieri dei servizi segreti venezuelani Sebin, raccolte da TPI

Immagine di copertina

Le guardie infilano le teste dei detenuti in sacchetti di plastica, asfissiandoli con spray insetticida. Altri vengono picchiati per una notte intera, mentre di giorno sono costretti a correre per ore sotto il sole cocente, nudi e incappucciati.

“Ti denudano, ti rasano, ti vestono di un’uniforme gialla e ti costringono a marciare in stile militare urlando in coro ‘Chávez vive, la patria sigue!’”, racconta a TPI Francisco Marquez, un ex detenuto delle carceri della Sebin, i servizi segreti venezuelani.

“Chavez vive, la patria va avanti!”. Un inno che celebra la continuità del governo attuale con quello precedente del socialista Hugo Chavez.

Marquez, avvocato di 30 anni, ricopriva la carica di capo del personale di uno dei sindaci di Caracas. Dal suo esilio in California, racconta della propria esperienza nelle prigioni venezuelane, da cui è stato rilasciato il 20 ottobre 2016 dopo quattro mesi di detenzione.

È stato arrestato mentre monitorava la raccolta firme per il referendum chiesto dalle opposizioni per la destituzione del presidente Nicolas Maduro, un’esperienza naufragata dopo il blocco da parte della commissione elettorale e della Corte suprema del Venezuela.

Marquez è uno degli ex prigionieri che denunciano violazioni dei diritti umani e uso della tortura nelle carceri venezuelane. Secondo i rapporti dell’Osservatorio Venezuelano delle Prigioni (OVP) in Venezuela ci sono 45mila detenuti – il triplo rispetto alla capienza dei penitenziari – che vivono privi di assistenza sanitaria e legale.

Nonostante alcuni prigionieri politici siano stati liberati negli ultimi mesi del 2016, in carcere ne restano ancora un centinaio secondo i dati dell’ong Foro Penal Venezolano.

“Effetto porta girevole: sei prigionieri politici liberati lo scorso 31 dicembre e sei nuovi arresti per motivi politici nei 12 giorni successivi”, ha denunciato con un tweet del 13 gennaio Alfredo Romero, direttore esecutivo del Foro Penal Venezolano.

Nel carcere Marquez era rinchiuso in una cella oscura e maleodorante dove dormiva su lastre di cemento. Di notte le celle accanto si riempivano delle urla di altri detenuti. I pestaggi avvenivano con mazze dalla superficie piatta, oppure caricando in gruppo una sola vittima.

“Ho assistito mentre sei guardie torturavano davanti ai miei occhi un uomo per venti minuti di seguito. Gli tiravano calci con gli stivali da militari e gli hanno schiacciato le ginocchia fino a spezzargliele”, racconta Marquez.

Francisco Marquez è passato attraverso quattro penitenziari diversi, concludendo il suo girone infernale all’Helicoide, centro di detenzione dei servizi segreti a Caracas. È lì che ha conosciuto e condiviso la cella con il prigioniero di coscienza e deputato parlamentare venezuelano Rosmit Mantilla.

Fiero esponente del partito di opposizione Voluntad Popular, Rosmit Mantilla, 35 anni, è uno dei rappresentanti di maggior spicco della comunità LGBT venezuelana. Nel 2015, nonostante fosse in carcere già da nove mesi, è stato eletto all’assemblea nazionale, divenendo il primo attivista gay mai eletto al parlamento. Mantilla è stato rilasciato il 18 novembre 2016.

“La Sebin è il sicario di Maduro […] e la tortura è l’unica arma che rimane al governo”, racconta Mantilla a TPI.

Non si tratta solo di torture fisiche, ma anche di ‘torture bianche’ ovvero quelle che non lasciano segni sul corpo, se non profonde ferite psicologiche. I primi giorni di detenzione di Mantilla sono passati infatti in una cella dalle pareti bianche, con una luce costantemente puntata in viso, senza alcun riferimento temporale e con razioni di cibo avariato.

In seguito è stato trasferito nell’area di controllo dedicata ai prigionieri politici: due lunghi corridoi larghi un metro e mezzo con dieci celle ciascuno.

“Assistevo alle torture dei compagni nelle celle accanto. Li prelevavano alle dieci di sera per riportarli bruciati alle cinque del mattino dopo essere stati sottoposti a scariche elettriche. Le guardie gli poggiavano buste di escrementi in faccia affinché non potessero respirare altro”.

Mantilla prosegue raccontando di quando alcuni detenuti venivano attaccati lungo i corridoi, con un nodo che chiamavano ‘il polipo’, ovvero una cinta di cuoio con cui le guardie legavano loro mani e piedi. Altri li lasciavano giacere in una pozza di sangue, distrutti e bruciati dopo l’elettroshock.

Un monito per tutti coloro che guardavano: la tortura che subiva uno, diventava un incubo per un altro.

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Il diritto all’assistenza sanitaria non è mai stato garantito a Mantilla, neanche quando doveva operarsi d’urgenza al pancreas. Invece di essere spedito all’ospedale, lo hanno messo in una cella punitiva senza acqua e cibo, costretto a fare i bisogni in barattoli che gli passavano di nascosto compagni di cella.

(Il deputato Rosmit Mantilla il giorno del giuramento all’assemblea nazionale a Caracas. Credit: Marco Bello. Il pezzo continua dopo la foto)


L’intimidazione non dilaga solamente all’interno delle mura carcerarie, ma anche al loro esterno dove le famiglie sono costrette al silenzio.

“Non ho parlato per quattro mesi perché avevo paura”, racconta Maria Luz-Lara Marquez, madre di Francisco Marquez. Le famiglie dei detenuti vengono minacciate di ripercussioni fisiche sui loro congiunti in carcere, qualora il caso divenga pubblico. Questo meccanismo garantisce protezione al sistema di abuso dei diritti dei prigionieri.

Non mancano comunque esempi di donne coraggiose che denunciano a gran voce i soprusi che subiscono i loro familiari in carcere. Come Antonieta Lopez e Lilian Tintori, rispettivamente madre e moglie del leader dell’opposizione e fondatore del partito Voluntad Popular, Leopoldo Lopez che sta scontando una pena di tredici anni.

“Siamo state spogliate e perquisite dai militari in una maniera molto aggressiva quando siamo andate a trovare Leopoldo. Non abbiamo più alcuna vita privata e veniamo seguite ovunque”, racconta Antonieta Lopez sottolineando il prezzo da pagare per aver scelto di non stare in silenzio.

Rosmit Mantilla e Francisco Marquez rappresentano due casi di una prassi tutt’altro che rara.

“La tortura per i prigionieri politici è applicata sistematicamente in Venezuela”, spiega a TPI Tamara Suju, avvocato e direttrice del Foro Penal Venezolano in esilio a Praga.

In passato diverse documentazioni sono state portate alla Corte penale internazionale, ma quest’anno per la prima volta verrà presentato alla stessa Corte un rapporto esclusivamente dedicato solo alla tortura sistematica.

Suju insiste sulla necessità dell’appoggio da parte della comunità internazionale: nel paese non esiste più alcuna divisione dei poteri, per cui non vi è un sistema giudiziario autonomo.

Sebin è sotto il controllo della fazione più radicale del governo Maduro, a tal punto che nonostante le ordinanze della Corte per il rilascio di alcuni prigionieri civili e politici, 36 di questi, continuano ad essere trattenuti.

Il peggioramento delle condizioni dei detenuti e la dilagante mancanza di uno stato di diritto in Venezuela è il riflesso diretto di una società sfibrata da una crisi umanitaria. Secondo il Fondo Monetario Internazionale l’inflazione nel paese è di circa 180,9 per cento e la mancanza di viveri e medicinali è tale che le guardie presidiano farmacie e supermercati.

Anche il tasso di criminalità è allarmante, il numero degli omicidi ammonta a novanta abitanti ogni centomila, secondo l’Osservatorio di Violenza venezuelano.

Inoltre, il 2016 ha visto l’opposizione – riunita sotto la coalizione della Mesa de la Unidad Democratica – fallire nel tentativo di indire un referendum revocatorio contro Maduro.

Il 4 gennaio 2017 il presidente ha nominato vicepresidente Tereck El Essami. Una scelta significativa visto che spetterebbe a quest’ultimo la guida del paese sino al 2019, qualora Maduro dovesse abbandonare la presidenza.

La bocciatura del referendum e il persistere dell’abuso dei diritti dei prigionieri politici ha acuito il rapporto tra governo e opposizione sino a una rottura a dicembre e il ritiro di quest’ultima da qualsiasi dialogo.

“Nessuna delle condizioni stabilite, tra le quali il rilascio dei prigionieri politici e il rispetto del diritto del voto sono state mantenute. Per questo motivo l’opposizione si ritira”, ha dichiarato a TPI Mercedes Vasquez, coordinatrice del partito d’opposizione Voluntad Popular in Italia.

“Il governo è pericoloso e arroccato contro un’opposizione che ha lottato sinora con le sole armi della legalità”, continua Vasquez. “Noi non intendiamo destituire Maduro con un colpo di stato, ma attraverso la costituzione”.

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