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Perché i sondaggi sbagliano?

I sondaggi elettorali delle elezioni presidenziali USA 2016 davano come vincitrice sicura Hillary Clinton ma, come sempre più spesso accade, hanno sbagliato

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L’evidenza schiacciante a seguito della scorsa nottata elettorale risiede nel fallimento dei sondaggi sulle intenzioni di voto dei cittadini statunitensi. Le previsioni davano la candidata democratica Hillary Clinton come probabile vincitrice.

Nonostante i margini di errore siano stati tenuti in conto, le inesattezze statistiche sui risultati elettorali si sono palesate solo all’ultimo. Come nel caso di Brexit e del referendum sul processo di pace con le FARC in Colombia, si è nuovamente dimostrato che i sondaggi possono sbagliare (ed accecare). Sia i media che i migliori analisti internazionali sembrano essere drasticamente caduti in questa trappola numerica. 

Ma era davvero così prevedibile l’inaspettata vittoria di Donald Trump?

Sul profilo dell’elettore pro-Trump sembravano non esserci dubbi. E per l’appunto, a eleggere il tycoon come 45esimo presidente degli Stati Uniti è stata sopra ogni altra la fascia che riunisce i seguenti tratti (stando ai grafici del New York Times): uomo bianco di mezza età, senza titolo universitario. L’esercito dei cosiddetti “white angry men” (uomini bianchi arrabbiati), provenienti per lo più dalle aree rurali e dalle piccole città. Molte delle quali, come appunta il politologo statunitense Alan Abramowitz sul Wall Street Journal, erano da sempre aree tradizionalmente democratiche. 

Trump ha ottenuto un numero più alto di consensi anche fra gli elettori bianchi aventi un titolo di studio, rispetto a quello previsto dai sondaggi – un tasso comunque complessivamente minore se confrontato con quello ottenuto dal candidato precedente, Romney. 

(Qui sotto: un grafico del New York Times mostra i cambi di rotta degli aventi diritto al voto, rispetto al 2004).

I sondaggi, si sa, dovrebbero essere in grado di stilare previsioni che sfiorino i risultati finali di un’elezione. Eppure, nonostante siano stati effettuati circa 3mila sondaggi elettorali per misurare le intenzioni di voto degli americani alle elezioni presidenziali USA 2016, l’accuratezza dei dati si è dimostrata confutabile. E allora cosa è andato storto? 

A influenzare i risultati sembrerebbe esser stato il cosiddetto “voto occulto” degli americani, che ha fatto sì che molti elettori nascondessero le loro preferenze elettorali, mentendo nei sondaggi, per timore di possibili accuse di razzismo e omofobia nei loro confronti. 

È anche vero che predire le intenzioni di voto nei confronti di un candidato che ha sconvolto completamente il panorama politico americano, come è effettivamente avvenuto con Trump, e che si allontana completamente dal modo di fare politica dell’establishment risulta difficile, poiché non si può avere un metro di paragone con l’evidenza storica.

In Spagna, all’ultimo giro elettorale, era accaduta la stessa cosa: gli analisti avevano previsto un sorpasso del partito nascente di sinistra Podemos sui socialisti di Pedro Sanchez. Un sorpasso che non si è successivamente verificato, destabilizzando così tutte le previsioni proprio all’ultimo momento. I sondaggi non avevano minimamente tenuto conto del milione di voti persi dai viola di Pablo Iglesias: un partito nuovo, caratterizzato da una fascia elettorale molto giovane e meno fedele alle urne.

Un periodo movimentato per la metodologia. Come spiega il politologo spagnolo Jorge Galindo, editorialista di El País e co-fondatore di Politikon, il problema nel caso delle elezioni statunitensi del 2016 risiede nel rifiuto da parte di un crescente numero di elettori di partecipare ai sondaggi (e non tanto dal voto occulto). E, non meno interessante, Galindo segnala quanto le fluttuazioni nelle intenzioni di voto non siano state effettivamente tali, ma siano semplicemente un riflesso del rifiuto a esprimersi da parte degli elettori nei momenti in cui il loro candidato aveva avuto una pessima settimana sul flusso della stampa o nel riflesso dell’opinione pubblica.  

Un altro fattore decisivo che spiegherebbe gli errori nei sondaggi potrebbe essere la crescente tendenza a eseguire i polls su internet – criticati in passato sia dal guru americano dei sondaggi Nate Silver sia dall’American Association for Public Opinion Research, colpevoli d’essere stati carenti delle garanzie metodologiche necessarie per stilare previsioni attendibili.

Viceversa, sono molti i politologi che hanno recentemente sostenuto che i sondaggi sulla rete – essendo anonimi – garantiscano alla popolazione un margine più ampio per esprimere la propria opinione e quindi un maggiore grado di accuratezza. In questo caso, ad esempio, un elettore che si vergogna di esprimere apertamente il proprio consenso nei confronti di Trump non si porrebbe lo stesso problema di fronte a un sondaggio online che garantisce il totale anonimato. 

Eppure nonostante l’esperto Nate Silver, sul suo celebre FiveThirtyEight, abbia di recente valorizzato positivamente i sondaggi su internet, i politologi spagnoli di Politikon, Galindo e Rivero, considerano alcuni di questi sondaggi (come i mini-sondaggi di Google Consumer Survey e Monkey-Survey) metodologie troppo aggressive, quindi meno specifici, e per questo difficili da correggere e inoltre meno affidabili. 

Sul fallimento dei sondaggi pesa di più la crescente difficoltà nel misurare le intenzioni di voto dell’opinione pubblica o l’affidabilità della metodologia dei sondaggi stessi e dei sistemi utilizzati? Vista l’imprevedibilità di Trump c’é da chiedersi se anche i suoi elettori non siano uguali a lui e quindi, nonostante le migliori tecnologie, impossibili da prevedere.