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Cosa significa l’endorsement di Obama a Renzi a livello nazionale e internazionale

Con il Regno Unito fuori dai giochi, e con Germania e Francia alla vigilia di elezioni delicatissime, l’Italia può costituire l’interlocutore più fidato per gli Usa

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C’è un dato dal quale non si può prescindere in qualsiasi
analisi di politica interna e internazionale che si voglia compiere, in questo
momento e pro futuro, sull’Italia: l’appoggio e la stima di cui gode il governo
Renzi sul piano internazionale, in questa particolare congiuntura.

La cena di
Stato alla Casa Bianca svoltasi ieri sera ha un valore oltremodo
simbolico, più che concreto. Il presidente Obama è a fine mandato: al più potrà
lasciare in eredità alla nostra delegazione consigli sul da farsi o esprimere
congratulazioni per quello che è stato fatto. Ma è chiaro che il prossimo
interlocutore di Renzi sarà biondo platino, nella versione leggermente più
cinerea nel malaugurato caso di vittoria di Donald Trump.

E, infatti, il
presidente del consiglio ha portato negli Stati Uniti dei simboli dell’Italia
nel mondo, più che una delegazione politico-commerciale. Ecco così Benigni e
Sorrentino, Armani e Antonelli su tutti. Ma nei rapporti internazionali,
nella diplomazia, spesso i simboli contano più di ogni altra cosa, la forma più
della sostanza, il significante più del significato.

Per questo il ricevimento
di ieri sera al civico 1600 di Pennsylvania Avenue a Washington è importante.
Obama termina il suo mandato lanciando un messaggio chiaro all’Europa e al mondo: almeno sul
piano politico, fuori dai giochi la Gran Bretagna (ritrattasi nel suo storico
isolazionismo), con Germania e Francia alla vigilia di elezioni delicatissime
che possono aprire scenari di acuta instabilità – i partiti populisti francesi
e tedeschi spaventano oltreoceano molto più di quanto non faccia il Movimento
Cinque Stelle – Renzi (e con lui, ovviamente l’Italia) può costituire
l’interlocutore più fidato, sul quale imperniare ogni discussione riguardante i
rapporti transatlantici, e concernente il superamento dell’impasse politico in
cui si è cacciata l’Unione Europea. 

Oltre agli Stati Uniti, Renzi gode dell’appoggio di un altro
Stato fondamentale in seno al G7: il Canada. L’empatia con il primo ministro
Justin Trudeau è percettibile in occasione di ogni incontro ufficiale: i due
capi di governo si stimano reciprocamente, vedendo l’uno nell’altro il
protagonista di un profondo percorso riformatore nei rispettivi paesi. Sembrano
parlare lo stesso linguaggio. Trudeau avrà, inoltre, certamente apprezzato il
sostegno del governo italiano (e dell’uomo di fiducia di Renzi, il ministro
Carlo Calenda) per l’approvazione del CETA, dove il nostro esecutivo si è
distinto in Europa per convinzione. 

Renzi, insomma, si trova in una situazione decisamente
favorevole dal punto di vista dell’importanza che viene riconosciuta, all’estero, alla sua azione. Egli viene visto (a torto o ragione, questa è la
verità) come l’uomo che sta provando con determinazione a riformare un paese
ingessato e arcaico.

Certo, avrà da faticare, e non poco, nel negoziare con
Germania e Francia sulla legge di stabilità e sulla fine della famigerata
austerity,e con tutti gli altri partner europei sulla questione dei migranti.
Tuttavia, anche Merkel e Hollande sono consapevoli che, al momento, non si
contano in Italia molte alternative al governo Renzi. E sanno bene che la
battaglia per l’austerità, in un futuro non troppo lontano, può servire anche a
loro (sull’endorsement di Obama a Renzi in merito di lotta all’austerità si veda
l’intervista di ieri su La Repubblica, nda). 

In questo quadro – e veniamo al punto cruciale – Renzi ha di
fronte a sé un’occasione storica. Con in tasca il supporto e la stima delle
potenze nordamericane, e partendo da una posizione non di forza, ma neanche di
assoluta debolezza sul piano europeo, il presidente del consiglio ha la
possibilità di imprimere una vera svolta all’azione riformatrice del suo
governo sul piano interno, e al contempo, di spingere affinchè l’Unione Europea
venga  riformata secondo un modello più vicino alle sue idee, capace anche
di arrivare ad accordi commerciali proficui con i due grandi stati al di là
dell’Atlantico.

I prossimi mesi, o il tempo che ci separa dalle elezioni del
2018, saranno cruciali per capire di che pasta è fatto l’inquilino di Palazzo
Chigi. Per capire se saprà e vorrà davvero cambiare l’Italia, rendendola
moderna ed efficiente. Per comprendere se la rottamazione era un semplice motto
utile per conquistare un partito e poi il governo, in nome del rinnovamento
solo nominale, o se davvero dietro c’è un’idea di paese concreta. 

Per fare questo, però, è necessario un cambio di marcia. La
luna di miele con il paese è finita da tempo. L’iniziale personalizzazione del
referendum costituzionale ha ampliato ancor di più il solco tra i sostenitori
del presidente del consiglio e il resto del paese. La sua retorica
difficilmente conciliante ha attirato più antipatie che simpatie.

Ma ancor di
più, l’insuccesso, (o, eufemisticamente, il mancato raggiungimento degli
obiettivi prefissati) delle riforme fin qui portate a casa, insieme ai mancati
progressi dal punto di vista economico e occupazionale, hanno profondamente
compromesso la stima che un ampio elettorato aveva, da principio, riservato al
capo del governo.

C’è bisogno di ricucire il rapporto con il paese. Solo in
questo modo Renzi può sperare di cambiare l’Italia. Solo con un sostegno
popolare e parlamentare ampio e condiviso può riuscire un’epocale operazione di
modernizzazione. 

Il presidente del consiglio non perda questa occasione. Se
capace di ascoltare nel merito delle questioni chi non la pensa come lui, di
fare proprie le osservazioni costruttive delle opposizioni, di guardare con
interesse alle proposte che arrivano dalla parte più esperta del suo partito, e
di coagulare così intorno alla sua azione le migliori energie del paese, non
sarà difficile riuscire dove in tanti hanno fallito.

Con il sostegno delle più
grandi potenze globali all’esterno, e il supporto dell’opinione pubblica (se
essa sarà davvero coinvolta e convinta di essere testimone, e allo stesso tempo
protagonista, di una svolta decennale), delle forze produttive, dei corpi
intermedi e del meglio della politica italiana all’interno, il premier può
farcela.

Oggi Renzi e l’Italia sono a un bivio. Bisogna imboccare la strada
giusta, subito. Altrimenti la forma e il simbolismo non basteranno più. E tutti
quegli italiani non invitati alla Casa Bianca, del significante, non sapranno
che farsene, quando dovranno allestire la loro, di tavola, per cena. 

* analisi a cura di Gabriele Spitoni