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Ricordando Indro Montanelli

Il 22 luglio 2001 moriva a 92 anni il giornalista italiano che raccontava i fatti in modo chiaro e semplice, per farsi capire anche dal lattaio dell’Ohio

Immagine di copertina

Quindici anni fa, nel 2001, moriva a Milano Indro Montanelli. Nato nel 1909 a Fucecchio, Toscana, è stato un saggista,
regista e anche un commediografo. Ma soprattutto un giornalista.

Nel 1982,
ospite del programma televisivo Questo
secolo
condotto da Enzo Biagi, fu lo stesso Montanelli a parlare del suo
amore per questo mestiere affermando: “Mi considero un condannato al
giornalismo, perché non avrei saputo fare niente altro”.

Dopo la laurea
in giurisprudenza nel 1930, Montanelli cominciò a muovere i primi passi nel mondo del
giornalismo collaborando con alcuni quotidiani fiorentini.

Due anni più tardi,
passò al periodico l’Universale,
attraverso il quale ebbe l’occasione di conoscere, insieme a tutta la
redazione, Benito Mussolini.

Da allora Montanelli
è stato testimone delle maggiori vicende italiane, nonché dei conflitti
internazionali, dalla seconda guerra mondiale all’occupazione italiana in
Etiopia, passando per il servizio svolto come corrispondente estero durante la guerra
civile spagnola.

La sua
carriera proseguì poi in Canada e in Norvegia grazie alla collaborazione con il
giornale francese Paris-Soir, tramite il quale ottenne uno dei suoi primi traguardi degni di nota, un’intervista esclusiva
con Henry Ford, noto fondatore della casa automobilistica statunitense.

In Italia entrerà
a far parte della redazione del Corriere
della Sera
nel 1938, scrivendo inizialmente di letteratura e di viaggi, per
poi ritornare al ruolo che gli era più congeniale, l’inviato di guerra.

Tra il
1939 al 1941, si recherà in Albania nel periodo in cui il Paese 
divenne protettorato
italiano, e poi in Finlandia per seguire il tentativo di invasione da parte dell’URSS. Nel 1940, quando l’Italia entrò in guerra,
Montanelli continuò a inviare pezzi dalla Francia e dai Balcani.

La
collaborazione con il Corriere
continuò fino al 1973: l’anno successivo il giornalista fondò Il Giornale, quotidiano che diresse per
vent’anni e poi abbandonò in seguito agli scontri con Silvio Berlusconi, divenuto nel frattempo proprietario della testata.

Nel 1977 Montanelli fu vittima di un attentato terroristico a opera delle Brigate Rosse,
in occasione del quale fu
 colpito con quattro pallottole alle gambe mentre si trovava a Milano,
ai giardini di via Palestro.

Molti anni dopo incontrerà i responsabili dell’attacco,
Franco Bonisoli, Lauro Azzolini e Calogero Diana, stringendogli la mano e
addirittura perdonandoli visto che, secondo il giornalista, avevano rifiutato
quelle convinzioni del passato che li avevano portati a compiere un tale gesto.

Divenne
fondatore di un giornale, per la seconda volta, con il quotidiano La Voce. Quest’ultimo, nonostante il
grande successo iniziale, chiuse appena un anno dopo.

Per tutta la
sua carriera, Montanelli si distinse grazie a una scrittura ricca, tagliente,
che aveva come unico punto fermo l’esigenza di rendere i fatti accessibili a
chiunque, anche a quel “lattaio dell’Ohio” di cui Vebb Miller, giornalista della agenzia d’informazione United Press, gli parlò la prima volta quando lo conobbe per fargli comprendere
l’importanza di mantenere un linguaggio chiaro e semplice.

Dopo aver
raccontato un secolo di storia, Montanelli morì a Milano il 22 luglio del
2001.