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Riina e Provenzano, due mafie a confronto

Se il primo era a favore delle stragi, il secondo preferiva una mafia che non facesse rumore, per non avere il fiato sul collo dello stato e continuare i suoi affari

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Il boss corleonese Bernardo Provenzano, deceduto il 13 luglio a dieci anni dalla cattura che nell’aprile del 2006 metteva fine a 43 anni di latitanza, viene spesso presentato come l’altro volto di Totò Riina. Se questo era sostenitore dell’attacco diretto e brutale, della prova di forza della mafia contro lo Stato che ha prodotto le stragi del ’92 e del ’93, Provenzano è diventato noto per la “strategia della sommersione”, che puntava a mettere fine agli spargimenti di sangue – o quantomeno a quelli a quelli più clamorosi – a beneficio degli affari.

Il ragionamento è pressappoco questo: gli affari vengono prima di tutto. E ciò che piace agli affari è la tranquillità, non avere troppo Stato sul collo. Proprio sulla base di questa scelta strategica dal momento dell’arresto di Riina nel ’93 – quando Provenzano ha assunto il comando – Cosa Nostra ha smesso di ordinare e commettere stragi.

Non vuole fare scalpore, non le piace essere sulla bocca di tutti perché così diventa facilmente individuabile. Al contrario, le piace camuffarsi, e lo fa comprando i favori di politici e prestanome e la professionalità dei colletti bianchi. Cancellare il confine tra la mafia e i corrotti compiacenti la rende ancora più pericolosa perché confusa, annebbiata in quel caos in cui tutto è tutto e quindi niente è niente. 

Nonostante la malattia di Provenzano e il carcere duro di Riina, lo scontro tra queste due strategie mafiose è stato negli anni – ed è tuttora – presente, come emerge dalle intercettazioni di Totò Riina in carcere divulgate a settembre 2014. 

Nelle conversazioni intercettate dai carabinieri, il capomafia corleonese critica Matteo Messina Denaro, attuale capo della cupola latitante dal ’93, accusandolo di aver interrotto la guerra allo Stato e di dedicarsi solo ai suoi affari. “Se ci fosse stato qualche altro avrebbe continuato” ha detto in quell’occasione Riina, “e non hanno continuato, e non hanno intenzione di continuare”.

Il fatto che Messina Denaro sia il nuovo sostenitore della “sommersione” trova conferma anche in un’altra intercettazione, raccolta nell’ambito delle indagini per l’omicidio del pregiudicato Salvatore Lombardo nel 2009. La conversazione si svolge stavolta tra due presunti affiliati di Cosa Nostra che si lamentano del capomafia castelvetranese perché a loro tocca il lavoro sporco, quando in cambio hanno poco o niente e in tutto ciò il boss non dà segnali della sua presenza.

A quel punto uno dei due aggiunge: “scrusciu non ci deve essere”, non si deve fare rumore. La mafia, almeno quella di Messina Denaro, ancora adesso non vuole che ci sia rumore. O almeno, non vuole che lo sentiamo. Intanto centinaia di migliaia di euro viaggiano da Milano alla Sicilia, nelle valigette di avvocati e professionisti, come dimostra l’operazione di qualche giorno fa che ha portato alla luce le infiltrazioni di Cosa Nostra negli appalti di Expo attraverso il consorzio Dominus.

Riina è sempre lì, in carcere ma ancora battagliero. Provenzano da oggi non c’è più. Messina Denaro è ancora lì fuori. Cosa Nostra non vuole farci sentire il suo rumore. Sta a noi decidere se rimanere con occhi e orecchie aperte o metterci le cuffie.

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