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Cronaca di un fallimento politico

La mancata elezione di Marini. I 101 che non hanno fatto eleggere Prodi. E l'inevitabile rielezione di Napolitano. Cronaca di un fallimento politico tre anni dopo

Il 20 aprile del 2013 fu una data storica per la Repubblica Italiana, perché per la prima volta nella sua storia un presidente della Repubblica uscente è stato riconfermato per un secondo mandato.

Il mandato presidenziale italiano, di sette anni, è particolarmente lungo, e la riconferma è perciò una scelta molto forte. Per questo, le ragioni per cui Giorgio Napolitano venne riconfermato per un secondo mandato vanno individuate nel fallimento dell’azione politica dei partiti in quell’occasione.

Nel febbraio del 2013 si erano svolte le elezioni politiche. Pierluigi Bersani era il candidato della coalizione di centrosinistra guidata dal Partito Democratico, ed era stato scelto attraverso delle primarie (dal contestato regolamento) in cui aveva sconfitto l’attuale primo ministro Matteo Renzi.

Contro di lui, il centrodestra di Silvio Berlusconi, uscito vincitore cinque anni prima, e il premier uscente Mario Monti, a capo di una coalizione di partiti centristi e di tecnici. Fuori da questo schema abbastanza tradizionale, emerse il Movimento Cinque Stelle, con un programma contro i partiti e contro la “vecchia politica”.

I sondaggi della vigilia del voto assegnavano a Bersani un vantaggio di diversi punti su Berlusconi, che gli avrebbe garantito una salda maggioranza alla camera ma una situazione in bilico al Senato, dove tuttavia puntava ad ottenere il sostegno dei senatori di Mario Monti.

Forse proprio in quest’ottica ha avuto luogo il primo dei tanti errori politici della vicenda. Bersani, infatti, nonostante il PD fosse strutturalmente più forte, non puntò a ottenere un consenso che gli permettesse di governare da solo, quanto piuttosto ad assicurarsi che anche Monti avesse un consistente consenso elettorale per poter ottenere l’appoggio dei suoi parlamentari.

Senza però fare i conti che il bacino elettorale di Monti e di Bersani era in gran parte in comune, e che il consenso di Monti avrebbe danneggiato anche Bersani e il PD.

Un errore simile a quello compiuto nel 1976 dal segretario del Partito Socialista Italiano Francesco De Martino, che nella speranza di un consenso alto dei comunisti con cui avrebbe voluto governare, vide il consenso del suo partito fortemente ridimensionato. Con l’attenuante che i socialisti erano strutturalmente meno forti dei comunisti, al tempo.

I risultati delle elezioni videro il grande successo del Movimento Cinque Stelle, che raggiunse il 25 per cento divenendo primo partito e terza coalizione, andando ogni più rosea previsione della vigilia e sconvolgendo letteralmente il panorama politico italiano.

La coalizione di centrosinistra arrivò prima, ma non raggiunse il 30 per cento e superò solo di pochi voti il centrodestra, mentre Monti raggiunse il 10 per cento. Il dato politico fu che non solo al senato Bersani non aveva i numeri per fare un governo da solo, ma anche che non sarebbe bastato un accordo con Monti.

Per governare, numeri alla mano, ci sarebbe stato bisogno o di una coalizione con il Cinque Stelle o di un accordo tra centrodestra e centrosinistra.

L’unica scelta possibile, in quel clima di incertezza, da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, fu di dare a Pierluigi Bersani un mandato esplorativo per formare un nuovo governo, ma il segretario del PD non trovò alcun accordo con il Movimento Cinque Stelle, dal quale sperava di ottenere un sostegno.

Intanto, il mandato di Napolitano, iniziato nel 2006, terminò, e nel mese di aprile, con al governo ancora l’uscente Mario Monti facente funzioni, iniziò l’iter per eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

I numeri tra i deputati, i senatori e i rappresentanti delle regioni con il compito di eleggere il successore di Napolitano erano tali da obbligare un accordo tra più parti politiche, dal momento che nessuna di queste era in grado di eleggere un presidente a maggioranza.

I primi ad attrezzarsi furono i parlamentari del Movimento Cinque Stelle, che misero in piedi le Quirinarie, una consultazione online tra i militanti per decidere chi avrebbero votato i parlamentari del gruppo.

A vincere fu la giornalista Milena Gabanelli, la quale rinunciò però alla candidatura, come rinunciò anche il secondo classificato, il medico Gino Strada, lasciando spazio al giurista ed ex parlamentare del Partito Comunista Italiano prima e del Partito Democratico della Sinistra poi Stefano Rodotà.

Il background del candidato e le sue numerose battaglie per la tutela dei beni comuni e dei diritti facevano di Rodotà un candidato appetibile anche a molti parlamentari del centrosinistra.

Bersani, invece, forse per dare un segnale di forza che gli permettesse magari anche di riuscire a formare una maggioranza di governo, volle cercare con il centrodestra un accordo su un nome condiviso da eleggere al primo scrutinio, quando per eleggere il presidente della Repubblica è necessaria una maggioranza di due terzi.

In seguito a un incontro con Silvio Berlusconi, PD e centrodestra si accordarono sul nome di Franco Marini, esponente del PD, ex sindacalista della Cisl ed ex presidente del Senato. Una scelta che però non era stata condivisa con il resto del partito, un passaggio molto delicato per il PD, storicamente diviso in correnti molto influenti, tanto più in un momento così delicato.

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Un altro grave errore politico, dunque.

Il 17 aprile, presso il Teatro Capranica, Pierluigi Bersani propose il nome di Franco Marini all’assemblea degli elettori del centrosinistra. La delegazione di Sinistra ecologia e libertà lasciò la riunione, tale fu la loro contrarietà, spostandosi su un sostegno a Stefano Rodotà.

L’altra principale fronda fu quella dei parlamentari legati a Matteo Renzi, che votarono contro questa decisione e annunciarono che non avrebbero votato Franco Marini, trovando un informale consenso intorno all’ex sindaco di Torino Sergio Chiamparino.

A queste defezioni, nelle 24 ore successive se ne aggiunsero molte, provenienti dalle più diverse aree del PD, mentre paradossalmente il centrodestra, almeno apparentemente, votò compattamente Marini.

Il primo scrutinio vide Franco Marini chiudere a 521 voti. Oltre 150 voti al di sotto della soglia richiesta per essere – e per la quale aveva i numeri – di 672 voti. Si trattò probabilmente del massimo numero di franchi tiratori in un voto per il presidente della Repubblica nella storia italiana.

Una soglia, inoltre, superiore ai 504 voti richiesti per poter eleggere un presidente della Repubblica a partire dal quarto scrutinio. E siamo di fronte a un altro errore politico.

Dopo due sedute andate perdute, su iniziativa dell’allora sindaco di Firenze Matteo Renzi venne proposto Romano Prodi, il fondatore del centrosinistra degli anni Novanta, della coalizione dell’Ulivo, un nome che sulla carta avrebbe messo d’accordo tutti, tanto che l’assemblea degli elettori lo approvò per acclamazione e anche Sel mise da parte l’ipotesi Rodotà per sostenerlo.

In tutto poteva contare su 496 voti, insufficienti per l’elezione, ma che potevano essere la base per eleggerlo successivamente. E poi i rapporti di Prodi con molti esponenti della coalizione di Monti potevano fargli arrivare qualche voto in più.

Ma il PD, ormai dilaniato dalla lotta tra correnti, nell’ombra stava preparando la sua resa di conti, con il suo passato e con il suo presente.

Cosa avvenne, in quell’occasione, non è noto. Il giornalista dell’Espresso Marco Damilano ha cercato di ricostruire le vicende nel libro Chi ha sbagliato più forte, dal titolo indicativo che mostra quanti errori politici siano avvenuti in quei giorni.

Un altro errore di politico fu quello della dirigenza del PD di non preoccuparsi minimamente di cercare di ampliare il consenso della sua candidatura. A tal punto che questo consenso risultò pesantemente ridimensionato.

Non i 496 voti previsti, neanche pochi meno. Romano Prodi si fermò a 395 voti, 101 in meno di quanto previsto.

Non è noto chi siano state queste 101 persone che hanno deciso di non votare Prodi, dal momento che pubblicamente tutti i parlamentari hanno dichiarato di averlo sostenuto. Antipatie personali, antiche rivalità, regolamenti di conti tra correnti, furono probabilmente le ragioni che portarono a questo fatto.

Le dimissioni di Bersani e di tutta la dirigenza del PD furono la conseguenza naturale di questo episodio e del fatto che il partito stava vivendo in una situazione di totale anarchia.

Intanto, la candidatura di Stefano Rodotà prendeva piede, sostenuta dal Movimento Cinque Stelle, da Sel e da numerosi cittadini che affollatisi di fronte a Montecitorio scandivano a più riprese lo slogan “Ro-do-tà, Ro-do-tà”.

A quel punto le possibilità per il PD, che in quanto partito con la più vasta rappresentanza parlamentare non poteva che essere il regista dell’elezione di qualsiasi presidente, si trovò di fronte due possibilità: sostenere Stefano Rodotà, dando al Cinque Stelle una notevole vittoria morale, o trovare un accordo con il centrodestra. Ma un partito che in quel momento non aveva una dirigenza non poteva prendersi nessuna di queste responsabilità.

L’unica possibilità fu chiedere a Giorgio Napolitano, che aveva ormai 87 anni, di dare la propria disponibilità ad essere rieletto. Senza alternative, il presidente uscente accettò, con la condizione che si sarebbe dimesso appena il paese avesse intrapreso un cammino di riforme.

Il 20 aprile del 2013, Giorgio Napolitano venne rieletto, con la vasta maggioranza di 738 voti. Un evento insolito e storico al tempo stesso, naturale conseguenza di una grande quantità di errori politici avvenuti in un tempo molto ristretto.

Una vicenda che mostra come il sonno della politica possa avere serie e tangibili conseguenze sulle istituzioni e di conseguenza sui cittadini.

Una vicenda che al tempo stesso ha segnato uno spartiacque tra un prima e un dopo. Prima c’era un centrosinistra di stampo anni Novanta, poi il centrosinistra di Matteo Renzi. Prima c’era il centrodestra di Berlusconi, poi un centrodestra diviso. Prima c’era un bipolarismo quasi perfetto, poi l’arrivo del Movimento Cinque Stelle ha cambiato anche questo.

A dimostrazione dei cambiamenti politici verificatisi successivamente e degli errori politici avvenuti in quell’occasione, c’è la successiva elezione presidenziale, avvenuta all’inizio del 2015, dopo le dimissioni di Giorgio Napolitano, con un parlamento praticamente identico a quello del 2013.

In quell’occasione Sergio Mattarella venne eletto a larga maggioranza, senza alcun problema, al quarto scrutinio.