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Quando vengono calpestati i diritti umani l’Italia rimane in silenzio

L'Italia ricorda quello che vuole e nel modo che più conviene, costruendosi un'identità povera e slegata da qualsiasi senso di responsabilità, scrive Fiorenza Loiacono

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“Se volete andare via fatelo. Ma noi faremo dell’Italia il top”. Sono state queste le parole pronunciate dal presidente del Consiglio Matteo Renzi, il 22 febbraio 2016, in occasione della sua visita ai laboratori dell’Istituto nazionale di fisica nucleare del Gran Sasso, a L’Aquila. 

Alla luce di questa dichiarazione, viene da chiedersi in quale ambito, quando e sulla base di quali presupposti ciò accadrà, dato che il paese costeggia e sprofonda nell’abisso etico, come dimostrano le ultime numerose condotte e affermazioni di silenzio e violenza, sia da parte delle istituzioni che della cittadinanza, sui temi dei diritti umani e civili.

Quei diritti, cioè, che devono essere garantiti incondizionatamente perché legati al valore intrinseco di ciascun essere umano e perché con il loro riconoscimento sia reso effettivo il principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.

Di questo passo è difficile che l’Italia possa essere “il top” sul piano della ricerca universitaria, svilita economicamente e umanamente in modo inarrestabile, e su quello etico e dell’impegno civile. Il “voler andare via” dei ricercatori, e non solo di essi, è una scelta generalmente dettata dalla necessità, per non rinunciare alla realizzazione di sé, che incarna spesso la prospettiva centrale imposta attualmente alle nuove generazioni di italiani.  

A un mese dall’assassinio politico di Giulio Regeni, il presidente del Consiglio e il ministro degli Esteri non hanno mai utilizzato, in alcun contesto, l’espressione “diritti umani” e perseverano nel definire “amico” un regime dittatoriale, responsabile della sparizione e della morte di migliaia di individui. È in questo modo che si rende “grande” un Paese? 

“Siamo l’Italia e non ci accontenteremo di una verità raccogliticcia”, ha affermato il presidente del Consiglio. È dunque questa solo una questione di mero orgoglio nazionale? Non di difesa sacrosanta dei diritti di libertà e di esistenza? Gli istinti nazionalistici si muovono in direzione contraria a quella del rispetto dell’umano, i politici democratici dovrebbero saperlo. 

Nonostante i depistaggi del governo egiziano, l’essenza della verità nel caso Regeni è evidente a chi voglia vederla, come la nudità dell’imperatore di Andersen sul cui corpo i sudditi si sforzavano di ricercare vestiti inesistenti, ossia delle visioni improbabili attraverso cui non affrontare la realtà. 

Così funziona infatti la verità delle dittature, che tutti in fondo conoscono, ma che esse non ammettono mai, spesso nella compiacenza degli Stati democratici, che in questo modo si concedono la liceità di adagiarsi nel silenzio. Il XX secolo dovrebbe aver insegnato qualcosa in merito.

Nel caso dell’Egitto, la attendono da quasi tre anni migliaia di famiglie, una per ogni persona arrestata, torturata e scomparsa nelle carceri del regime militare di Abd al-Fattah al-Sisi. Le modalità dell’assassinio di Giulio sono le medesime – quelle di tutte le dittature del mondo – e dovrebbero essere sufficienti a spingere lo Stato italiano ad assumere una posizione morale ferma, una condanna che esso non osa pronunciare e che i cittadini devono invece pretendere. Per dignità e civiltà.  

Chiedere la verità “perché Giulio era italiano”, “perché noi siamo l’Italia”, e non perché i diritti umani sono stati violati e calpestati, è immorale, fuorviante, diseducativo, e restituisce il senso di una profonda irresponsabilità e dell’abisso etico in cui sprofondano le nostre istituzioni. 

Non sono sufficienti i morti egiziani perché il governo Renzi, nel suo blando temporeggiare, cessi una volta per tutte di usare l’espressione “amico” riferendosi al regime di al-Sisi? L’amicizia è un valore, una virtù fondata sull’umanità, non la combutta negli affari economici e bellici, nei cui ingranaggi si sacrificano e si macinano milioni di vite.

La frase “ha vinto l’amore”, pronunciata dal presidente del Consiglio all’indomani del passaggio in Senato del disegno di legge sulle unioni civili, è l’eco flebile del potente “Love Wins” di Barack Obama; l’“abbiate fame” di mercoledì scorso è di Steve Jobs; “l’Italia è un Paese con il coltello fra i denti” è un modo di dire ma anche la rappresentazione dell’avventura selvaggia.

Potrà questo Paese fondare la sua identità sullo spessore di una sua propria coscienza, piuttosto che sull’immagine di Indiana Jones?

L’aria è satura di slogan, di vuota inconsistenza, perché i modi di dire nascono sorvolando sulle esistenze, non dall’attenzione prestata ad esse. La realtà è ben più dolorosa in questo passaggio storico drammatico, per i cittadini, per le giovani generazioni, alle prese con la povertà e l’oppressione padronale, del precariato e del lavoro non remunerato, talmente invalsi da apparire ormai finanche “normali”, e per “i dannati della terra”, ovvero per coloro che tentano di varcare i confini del continente che con il suo imperialismo ha ridotto allo stremo i luoghi in cui essi sono nati. 

Dove si porta l’Italia? Verso una nuova avventura libica? Con quale memoria?

La Libia non è solo terrorismo, non è solo nostalgia degli italiani che vi sono nati, è anche il fango delle avventure coloniali italiane, rimosso dalla memoria nazionale del Paese.

Quando l’Italia avrà il benestare della Coalizione e del governo di Tobruk, ricordiamoci che lì, in Tripolitania e Cirenaica, tra il 1922 e il 1932 migliaia di persone sono state assassinate, nelle deportazioni e nei massacri con il gas operati dal Regio esercito italiano.

L’Italia ricorda quello che vuole e nel modo che più conviene. Costruendo in base a questo un’identità povera, fallace, slegata da qualsiasi senso di responsabilità. Si costruiscono ricordi che durano come le voglie, frutto di un pensiero che passa oltre, incapace di percepire e di sostare sui significati profondi della realtà, finendo inevitabilmente per precipitare i morti nell’oblio.

Poche settimane fa sui social network infuriava la corsa al ricordo del professor Umberto Eco. Di lui si è citata soprattutto una frase, sulla lettura e sulla possibilità, con essa, di poter vivere migliaia di altre vite. In pratica, quelle degli altri. Fatto strano e paradossale per un paese in cui si legge molto poco.

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Se si manca di coscienza e memoria, difficilmente ci si può prendere cura della propria dignità e di quella degli altri, provando a immaginare, a sentire e comprendere, attraverso i volti e le parole, quello che essi provano. 

Lo dimostrano l’ambiguità e la mancanza di coraggio istituzionale, la violenza verbale di queste ultime settimane, posta ben al di là della divergenza di opinioni, con l’offesa spinta oltre ogni limite, invadendo le vite, calpestando la dignità e la libertà dell’altro, fino al massacro spirituale.

È su queste mancanze che occorre lavorare, è di questo che il mondo ha bisogno adesso. Qui si misura la statura morale degli individui e che può fare di essi e, forse, del paese in cui vivono “il top”. Della civiltà.

A cura di Fiorenza Loiacono