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Le stanze del buco

Sbattere i tossici in galera non risolve nulla. È evidente che la dipendenza dalla droga non si sconfigge con il proibizionismo

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In Italia se ne parla da un po’, ma per il momento non esistono le stanze del buco, vale a dire strutture in buone condizioni igieniche dove i tossicodipendenti possono iniettarsi droghe pesanti sotto la supervisione di personale medico e infermieristico.

Eppure, le stanze del buco sono da decenni una realtà nel resto del mondo. Oggi ce ne sono più di 90 in nove Paesi. La Svizzera ha fatto da apripista, con la prima stanza da iniezione ufficiale aperta a Berna nel 1986.

In Italia, i Radicali proposero invano nel 2012 di aprire tre narcosale a Milano e ci riprovarono spalleggiati da parte della sinistra nel 2014, anno in cui anche il Movimento 5 Stelle di Prato abbracciò l’idea.

Davanti al vespaio di polemiche suscitato da questa iniziativa, viene da chiedersi se queste stanze abbiano un senso e se siano davvero salvavita o, piuttosto, il contrario.

In Danimarca fu il giovane imprenditore sociale danese Michael Lodberg Olsen a convincere il comune di Copenhagen ad aprire la prima stanza del buco del Paese.

Olsen iniziò a circolare per le strade della capitale su un furgone che fungeva da stanza del buco mobile.

Il successo riscosso sia tra i tossicodipendenti che tra i cittadini fu straordinario, tanto che il comune della capitale danese iniziò a fare pressione sul governo affinché modificasse la legge nazionale.

Così, nel 2012 la città di Copenhagen finanziò la prima stanza del buco ufficiale non mobile a Vesterbro, quartiere un tempo noto per la lavorazione della carne e oggi distretto a luci rosse sempre più in voga tra giovani artisti e creativi.

In queste sale, i tossicodipendenti possono fumare e iniettarsi dosi di eroina e cocaina che si procacciano da soli, senza essere perseguiti legalmente.

Il personale sanitario li assiste con strumenti sterili necessari per somministrarsi una dose e, mentre si adagiano in cabine pulite provviste di piccole lampade da scrivania, medici e infermieri controllano che non ci siano complicazioni.

Le strutture, alle quali possono accedere solo i tossicomani e non i consumatori saltuari, sono perfettamente organizzate e forniscono anche cibo e servizi igienici.

In alcune stanze, sono state addirittura previste tavole anatomiche e apparecchiature specifiche per aiutare a individuare correttamente le vene da utilizzare. Ad ogni modo, lo spaccio di droga all’interno dei locali è vietato e la polizia tiene d’occhio chi si aggira al di fuori.

Come dimostrato da uno studio condotto nel 2011 a Vancouver e pubblicato dalla rivista scientifica The Lancet, il numero di iniezioni fatte per strada, vicino a questi centri, è calato del 50 per cento e il tasso di mortalità da overdose è diminuito sensibilmente.

In effetti, i casi di overdose ci sono ancora, come conferma Ivan Christensen che gestisce queste strutture a Copenhagen. Ma a Vesterbro, come nelle altre stanze sparse per il mondo, nessuno di questi è stato fatale.

“Mi vergogno quando devo farmi in mezzo alla strada. I passanti non dovrebbero vedermi in quello stato. Sono contenta di avere un posto in cui andare e, in più, mi sento al sicuro”, racconta la ventitreenne Louise Hultman, costretta a rubare per procurarsi eroina e cocaina.

“Due dei miei migliori amici sono morti quest’anno perché non avevano vicino una stanza come questa”. 

L’assistenza sanitaria in caso di overdose e le buone condizioni igieniche, con conseguente riduzione del rischio di contagio da Aids e altre malattie infettive, hanno salvato molte vite.

Hanno anche alleviato notevolmente le sofferenze dei tossicodipendenti, spesso costretti, in preda a crisi di astinenza, a utilizzare siringhe infette e a farsi una dose in mezzo alla strada sotto lo sguardo inorridito e disgustato dei passanti.

L’apertura di una stanza del buco a Copenhagen ha radicalmente trasformato anche la vita di Martin Jensen, costretto in passato a nascondersi negli ascensori e nelle trombe delle scale per fumare eroina.

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Martin ricorda con amarezza quanto è successo a un suo amico, oggi vivo per miracolo: “Dopo aver fumato, si è messo a dormire. Poi dei tizi gli si sono avvicinati, gli hanno cosparso la testa di benzina, hanno appiccato il fuoco e l’hanno lasciato lì”.

Grazie alle stanze del buco, insomma, i tossicomani hanno guadagnato dignità e sicurezza. Non solo. Anche la collettività di Vesterbro ne ha tratto beneficio.

Il numero di siringhe rinvenute in strada, parchi, fogne e pianerottoli – col rischio che i bambini entrino in contatto con esse e, nella peggiore delle ipotesi, si infettino – si è dimezzato. Il materiale utilizzato viene infatti riposto in appositi contenitori.

Inoltre, atti di violenza, risse per strada tra tossicomani, piccoli furti e rapine sono diminuiti notevolmente nel quartiere. Infine, la presenza di personale qualificato può rivelarsi proficua, poiché in effetti può indirizzare i tossicodipendenti verso programmi di riabilitazione.

Il consumo di droghe è legato a doppio filo non soltanto a una problematica sanitaria, ma anche alla criminalità.

Al fine di offrire ai tossicodipendenti un’alternativa alla prostituzione e alla delinquenza, dal 2013 l’imprenditore sociale danese Olsen – quello che convinse il comune di Copenhagen ad aprire la prima stanza del buco del Paese – finanzia la rivista culturale sulle droghe Illegal!, la prima nel suo genere.

I tossicodipendenti, vendendo le copie per le strade di Copenhagen e potendo tenerne i profitti, ottengono così una fonte di sostentamento.

Il successo riscosso nella capitale danese ha spinto Olsen a esportare l’iniziativa nell’est di Londra e, chissà, l’esperimento possa estendersi ad altre capitali europee. I vantaggi sarebbero innumerevoli: il numero di furti potrebbe calare e i tossicomani potrebbero disporre di un modo degno per alimentare la loro dipendenza.

Le stanze del buco sono al centro di un’accesa controversia, sia in Italia che in altri Paesi europei, compresa la Danimarca. Non manca chi si oppone a queste strutture, colpevoli di legittimare un comportamento illegale favorendo il consumo di droga e di ghettizzare ulteriormente i tossicodipendenti.

Le narcosale concederebbero ai tossicomani la libertà di rovinarsi la vita, sottraendoli al contempo alla vista della società ‘sana’.

Come osserva Peter Buurskov, direttore di un hotel vicino al distretto della droga di Copenhagen, “adesso i tossicodipendenti non sono più in mezzo alla strada a importunare turisti e bambini. D’altro canto, nelle narcosale i tossici sono circondati da altri tossici, quindi non riescono a uscire dal giro”.

In altre parole, l’accusa principale rivolta alle stanze del buco consiste nello spostare il focus del problema dalla cura di una dipendenza alla convivenza con essa, limitandosi a ridurne i danni nella misura del possibile. In effetti, in pochi a Vesterbro avrebbero seriamente intrapreso la strada del recupero.

Insomma, sarebbe un crimine e, per di più, sarebbe lo Stato a permetterlo. Questa è anche l’opinione del leader del partito conservatore danese Rasmus Jarlov:

“Tutti vogliono aiutare i tossicodipendenti di Copenhagen, ma noi pensiamo che le risorse finanziarie debbano essere investite per aiutarli a uscire dalla piaga della droga e non per fornire strutture dove si possano drogare e dove la polizia non possa far rispettare la legge”.

Uscire da questa spirale è difficile e non tutti hanno la volontà necessaria per farlo. È pur vero che le stanze del buco offrono ai più volenterosi e ai meno dipendenti un aiuto per smettere, che fuori non troverebbero.

I casi più disperati, alla fine, potrebbero cambiare idea grazie alla presenza di professionisti della salute, con cui instaurano relazioni a lungo termine e che possono aiutarli a capire che si può vivere in modo più che felice senza ricorrere a sostanze stupefacenti.

In caso contrario, deciderebbero di continuare per la loro strada, con o senza stanze del buco. Però qui, almeno, lo farebbero in condizioni sicure.

Lo scopo di Michael Lodberg Olsen non era quello di guarire i drogati (tanto meglio, ovviamente, se questo fosse stato l’effetto secondario).

Ognuno, infatti, è dotato di libero arbitrio e non si può costringere un altro essere umano a cambiare. I tossicodipendenti devono voler smettere, con la consapevolezza, però, che nelle stanze del buco troverebbero un valido ausilio.

L’obiettivo è dar loro una vita migliore nelle condizioni in cui sono. Per riprendere le parole di Olsen:

“Noi, come società civile, non possiamo decidere di depenalizzare il consumo di droga, ma possiamo rendere i tossicodipendenti un po’ meno criminali, attirare l’attenzione su una guerra che è stata persa e restituire loro la dignità”.

Forse è giunto il momento di accantonare il moralismo e far spazio a del sano pragmatismo. Ormai è evidente che la dipendenza dalla droga non si sconfigge con il proibizionismo.

Tanto vale essere realisti e pensare a migliorare gli aspetti della sanità e del crimine legati al consumo di stupefacenti. La realtà ad oggi è questa. Reagire sbattendo i tossici in galera non risolve il problema.

L’esperienza della Danimarca forse potrebbe insegnare qualcosa all’Italia.