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Vivere in stato vegetativo

Una struttura sanitaria nel quartiere romano di Torre Spaccata ospita persone che si trovano in stato vegetativo per traumi neurologici dovuti a incidenti stradali

Immagine di copertina

“Io non ricordo più mio figlio come era prima. Per me mio figlio è lui e basta. Lo bacio, gli dico che gli voglio bene e lui mi parla con gli occhi”

Francesco si trova in stato vegetativo da otto anni. Sua madre Ivana gli chiede: “Vuoi bene alla tua mamma? Se sì, batti le ciglia”. Lui risponde.

A Roma, nel quartiere di Torre Spaccata, nel 2007 è nata Casa Iride, una struttura sanitaria che ospita ragazzi e ragazze che si trovano in stato vegetativo per traumi neurologici dovuti a incidenti stradali.

Fondata per volontà dell’Associazione Risveglio, una onlus che si occupa delle persone con gravi cerebrolesioni acquisite (Gca), e con il sostegno dell’amministrazione comunale e regionale, la struttura sanitaria propone un modello di co-housing unico in Europa.

Non si tratta di una clinica, ma di una vera e propria casa in cui i pazienti possono ricevere le cure di cui hanno bisogno, e le famiglie possono trascorrere l’intera giornata con loro, in un luogo che ha poco a che fare con l’ambiente asettico delle residenze sanitarie assistite.

Guarda le immagini degli ospiti di Casa Iride 

Gli ospiti di Casa Iride

Attualmente Casa Iride conta sei stanze singole, ciascuna delle quali contraddistinta da uno dei colori dell’iride – l’arcobaleno -, più due letti per ospitare i pazienti che ne hanno bisogno temporaneamente al momento delle dimissioni dall’ospedale.

Il fotografo italiano Fabio Moscatelli ha raccontato a The Post Internazionale la vita degli ospiti di Casa Iride con un fotoreportage – Sleep of No Dreaming -, un titolo preso in prestito da una canzone del gruppo britannico Porcupine Tree.

“L’idea mi è venuta a partire dal caso di Michael Schumacher, dopo l’incidente sulla pista da sci in Francia nel dicembre 2014. La mia domanda a quel punto era: quante persone si trovano nella stessa situazione e non ricevono la stessa attenzione?”, racconta.

“Si tratta di situazioni chiaramente dolorose, ecco perché ho voluto evitare il facile pietismo e dare piena dignità ai ragazzi e alle loro famiglie”, spiega.

L’intenzione era quella di “creare una storia che non fosse un percorso doloroso, ma l’apertura di una finestra su una situazione di cui si parla solo sporadicamente”.

Per questo, Moscatelli ha optato per un linguaggio concettuale nelle sue immagini, che non è tipico dei fotoreportage, ma che è adeguato a spiegare la situazione degli ospiti di Casa Iride e dei loro familiari.

“A tutti loro va il mio ringraziamento: certe emozioni sono rare, e un sorriso è una rinascita”, conclude Moscatelli.

Qui il fotoreportage sugli ospiti di Casa Iride