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Non è per come mi vesto

Una campagna educativa sfida l'insidioso mito delle donne che 'se la vanno cercando' a causa del loro abbigliamento o del loro comportamento in pubblico

Immagine di copertina

“Cosa indossavo quando sono stata stuprata? Il mio pigiama.”

Rachel, quasi trentenne, ha subìto uno stupro da parte del suo ex ragazzo. “La nostra relazione era finita e lui si è presentato a casa mia a tarda notte, urlando ubriaco”, racconta.

“Mi è stato chiesto perché avessi aperto la porta, perché avessi lasciato entrare questa persona. Qualcuno stava urlando fuori dalla mia porta e non volevo che i vicini si innervosissero”, ha detto Rachel successivamente alla polizia.

“La risposta sembra sempre essere per evitare di essere stuprata piuttosto che per non stuprare qualcuno.”

“L’ufficiale di polizia che mi interrogò mi chiese cosa stessi indossando: si stava riferendo alle prove che avrebbe potuto raccogliere.”

“La sua reazione quando gli dissi che non portavo un reggiseno rivelò quello che stava pensando. Non vado a letto con il reggiseno. Sono a casa mia, con le porte chiuse a chiave, e l’ultima cosa di cui mi preoccupo è cosa sto indossando.”

“L’ultima cosa a cui dovrei pensare è: voglio indossare un abbigliamento appropriato a indicare che non voglio essere sessualmente attiva o stuprata in questo momento.”

Rachel e altre donne vittime di stupro hanno dato vita a una nuova campagna che ha lo scopo di eliminare la credenza per cui quello che una donna decide di indossare può influire sul fatto che venga stuprata.

La scelta di una donna sul suo abbigliamento non ha mai il valore di un tacito consenso , non implica chiedere di essere stuprata, dice l’organizzatore della campagna This Doesn’t Mean Yes.

L’iniziativa, sostenuta dal Rape Crisis South London, il centro di assistenza per le vittime di violenza sessuale, ha riunito centinaia di persone in uno studio fotografico improvvisato a Londra, ad aprile, per mettersi in posa di fronte al fotografo Perou, che ha lavorato con celebrità come Daniel Radcliffe e Helen Mirren.

Lo scopo di questi scatti era sottolineare che in qualunque modo una donna sceglie di esprimere se stessa attraverso l’abbigliamento, non sta mai chiedendo di essere stuprata, e la colpa è da imputare esclusivamente al violentatore, non alla vittima.

Questo potrebbe sembrare scontato, ma un sondaggio di Amnesty International ha rivelato che un quarto degli intervistati crede che le donne siano almeno parzialmente responsabili del loro stupro a causa del loro abbigliamento sexy o scollato.

Lo stesso sondaggio ha rivelato che una persona su tre ritiene che una donna che flirta con qualcuno è almeno parzialmente responsabile del suo stupro.

Gli organizzatori della campagna This Doesn’t Mean Yes si sono schierati contro questa “falsa credenza.”

“C’è un mito che circonda le donne,” si legge sul sito della campagna This Doesn’t Mean Yes.

“Le donne che si vestono o si comportano in modo provocante, che si atteggiano in modo scherzoso o civettuolo, che flirtano o discutono apertamente di sesso, se la cercano. È una falsa credenza che deve essere fermata.”

“Ogni donna ha diritto ad esprimersi liberamente. Nessuna merita di essere stuprata per questo”

“Nessuno dovrebbe essere capace di attribuire a una minigonna la responsabilità per uno stupro. Una minigonna non può parlare, una minigonna non può dire ‘sì’”.

Uno degli obiettivi chiave di questa campagna è quello di dare vita a una discussione significativa sulla questione del consenso. Per gli attivisti del progetto, l’unica forma di consenso dovrebbe essere “un attivo e personale sì’”.

“Questa campagna è molto potente”, dice Rachel. “Perché anche se non si può cambiare la mentalità di ogni uomo o donna dall’oggi al domani sul significato dell’abbigliamento, ha il merito di esprimere solidarietà alle persone che hanno subito violenze sessuali”.

“Gli attivisti stanno supportando le donne e stanno consentendo loro di superare la vergogna, rendendole consapevoli del fatto che non dovrebbero vergognarsi. Questo le aiuta a vestirsi al mattino.”

Rachel racconta che da quando è stata violentata si è sentita obbligata a coprirsi sempre in modo da rendersi invisibile, e ha cominciato a essere ossessionata dal tipo di messaggio subliminale che un certo tipo di abbigliamento potrebbe mandare.

“Quando ho cercato di andare a un appuntamento per la prima volta – dopo lo stupro – ho trascorso quasi cinque ore davanti al mio armadio provando a capire quale tipo di messaggio avrei mandato. Ero veramente nervosa e ho annullato l’appuntamento,” dice.

“Ho iniziato a indossare vestiti che potevano rendermi il più invisibile possibile. Senza stampe, niente che potesse attirare l’attenzione su di me. Alla fine mi vestivo in modo tale da non rischiare di essere stuprata.”

“Solo ultimamente ho ricominciato a indossare gonne. Percepisco il fatto di indossare una gonna come un atto diretto di ribellione. So che se dovesse capitarmi qualcosa mentre sono vestita in questo modo, le persone ci terrebbero a informarsi sulla lunghezza della gonna.”

“Scegliere determinati vestiti non vuol dire scegliere di fare sesso. Il fatto che tu sia eccitato da qualcuno che indossa un particolare tipo di abbigliamento non ti dà alcun diritto su quella persona, o il diritto di fare sesso con lei”, dice Rachel.

“Questo deriva esclusivamente dal consenso. Se non c’è il consenso, è stupro”.

 L’articolo originale di Katie Grant è stato pubblicato sul sito di The Independent. Traduzione a cura di Irene Fusilli 

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