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L’obitorio del Cairo

Nella camera mortuaria della capitale egiziana riconoscere i cadaveri diventa una questione politica

Immagine di copertina

Materassi sporchi di sangue gettati, alla rinfusa, per terra; residui di vestiti ovunque; bare di legno vuote e rovesciate; pacchetti di sigarette accartocciati; lattine e bottiglie abbandonate sugli scalini: è l’entrata del più grande obitorio del Cairo, lo Zeinhom.

Qui è dove i familiari delle vittime aspettano di essere chiamati per riscattare o riconoscere il corpo dei proprio cari, nel degrado più totale.

Urla, soprattutto di donne, pianti e scene di nervosismo –causato dallo stress e dall’acuta sofferenza– sono all’ordine del giorno. Non appena si entra nell’atrio si avverte un forte odore di sangue e di sporcizia. Con cui la gente, soprattutto in questo quartiere, è ormai abituata a convivere.

Allo Zeinhom vengono fatte le autopsie e i stilati i rapporti dei medici forensi. In questa struttura arrivano i cadaveri delle persone che sono morte in circostanze poco chiare. Circostanze su cui, però, il governo non sempre vuole far luce.

Una persona di mezza età si avvicina. E’ alto e robusto, ha appena riconosciuto due salme, è un parente : «Avevano 28 e 27 anni. – esclama – Sono stati torturati fino alla morte dalla polizia».

E’ un fiume in piena, vuole raccontare la storia :«stavano guidando nella zona di Arish, nel nord del Sinai. Era il 15 di agosto e il coprifuoco era alle 19. Quando sono stati fermati dai militari – a un check-point – erano le 22.30, secondo la relazione della polizia».

L’uomo tira un sospiro, ha difficoltà a parlare, a stento trattiene le lacrime che scendono sul suo volto: «Sono stati torturati fino alla morte. Secondo il procuratore militare, per due motivi: possedevano armi e andavano in giro dopo il coprifuoco. Ma non è vero: erano due ragazzi assolutamente pacifici».

Prende nuovamente fiato. È evidente che vuole denunciare l’accaduto : «A malapena sono riuscito a riconoscere le salme tanto erano sfigurate».

Infine alza il tono di voce, è disperato: «Poi mi chiedo: anche se fossero stati armati e non penso lo fossero, perché torturarli così brutalmente fino a ucciderli? In macchina erano tre quando sono stati fermati. Il terzo è ancora disperso, nessuno sa che fine abbia fatto. E probabilmente non lo sapremo mai».

L’uomo non è solo: spesso i parenti delle vittime non riescono a compilare o portare tutti i documenti richiesti per il rilascio. Per questo motivo molti vengono accompagnati da un avvocato o un amico esperto.

I dottori che lavorano all’obitorio sono scelti accuratamente dal ministero della Giustizia.

Un medico, Amr El Shora, incontrato al sindacato dei medici nel quartiere residenziale di Garden City, racconta di aver provato a fare domanda allo Zeinhom, ma la procedura l’ha fatto desistere: «Una volta mandata la richiesta, una serie di investigazioni vengono fatte sul suo conto: controllano se hai avuto, in passato, problemi “politici” o problemi con la giustizia. Quando compili i moduli, devi scrivere i nomi di tutti i tuoi parenti- è un procedimento obbligatorio- di primo secondo e terzo grado. Se le investigazioni fatte sul tuo conto portano a un esito positivo, allora inizi a fare dei colloqui con alcuni dirigenti del ministero della giustizia e con alcuni capi del dipartimento. Se passi anche i colloqui, è fatta. A quel punto godi di assoluta immunità davanti alle leggi».

Il dottore è molto concentrato e sicuro nell’esporre la sua esperienza: «Problemi “politici” vuol dire, semplicemente, che non accettano nessuno che abbia idee diverse dalle loro: è un modo, questo, che gli permette di controllare meglio i dottori e il loro operato.»

Ma non è finita qui: «Quando cominci a lavorare, la polizia svolge regolarmente indagini sul tuo conto: con chi esci, che luoghi frequenti, non puoi avere nessun tipo di rapporti con i giornalisti o media in generale. Insomma devono sapere tutto quello che fai e se non va bene, ti possono allontanare. Magari ti spediscono in governatorati lontani e dimenticati da dio». Questo iter dura da uno a due anni. I controlli vengono fatti dalla polizia e dagli uomini della sicurezza di Stato, racconta Amr El Shora.

All’entrata dell’obitorio, l’uomo che fa entrare i parenti delle vittime è un tecnico che assiste i dottori durante le autopsie.

Indossa una divisa verde, sporca di sangue.

E’ sorridente. Fa segno di spostarci in un’entrata secondaria per non attrarre troppo l’attenzione dei presenti; poi accende una sigaretta e racconta: «Qui lavorano una trentina di dottori, ma non tutti vengono regolarmente. E una quindicina di tecnici che, in casi di emergenza, fanno anche le autopsie. Ci sono tre grandi celle frigorifere: ciascuna può contenere al massimo 30 corpi. Durante i giorni di Rabaa era l’inferno: sono arrivati tra i 700 e gli 800 cadaveri. Le condizioni di lavoro erano disumane e i familiari erano costretti a cercare i propri cari tra i vari corpi, ammassati uno sopra l’altro. Non c’era spazio per tutti. Li abbiamo dovuti mettere ovunque: lungo i corridoi, all’entrata, alcuni li abbiamo anche lasciati per strada. Gli abitanti del quartiere sono abituati a queste scene macabre, ormai non ci fanno neanche più caso. Poi abbiamo cominciato a metterli in grandi container: molti corpi sono rimasti lì per diversi giorni. In questo edificio ci sono ancora alcune delle vittime di Rabaa che non sono state identificate da nessuno».

Infine spiega che la gente non si fida dei dottori: c’era, addirittura, chi voleva partecipare all’autopsia :«i parenti delle vittime non ne volevano sapere di rimanere fuori. Alcuni avevano paura che i medici scrivessero false relazioni. Questo succedeva spesso sotto Mubarak, adesso meno».

E sulla corruzione attuale all’interno dell’obitorio, rimane in silenzio, poi risponde :«Non posso dirti nulla, io non sono un medico e mi occupo di altro, però vedo tante povere persone che si lamentano e non trovano pace».

Poi scuote la testa e conclude: «Di certo le famiglie che cercano giustizia, non sempre la trovano qui». Dopo avere fumato l’ennesima sigaretta, fa cenno che il tempo libero a sua disposizione è scaduto, stringe la mano dei presenti e si allontana lungo i grigi corridoi dell’obitorio.