Nostro figlio non può tornare in Italia perché nato da due mamme lesbiche

Nostro figlio non può tornare in Italia perché nato da due mamme lesbiche

Laura e Chiara, entrambe italiane, sono una coppia omosessuale che vive in Spagna. Il comune di Perugia ha negato la trascrizione dell'atto di nascita del bambino

19 Giu. 2017  
Foto di repertorio.

“È un atteggiamento inumano, inconcepibile e terribile quello del comune di Perugia che lascia nostro figlio completamente scoperto. Siamo di fronte a una situazione che nel 2017 è del tutto inaccettabile. Il nostro bambino ha sei mesi e ancora non è riconosciuto come italiano e non può nemmeno chiedere la cittadinanza spagnola”.

A parlare a TPI è Chiara, moglie di Laura e con lei mamma di Federico (nome di fantasia), figlio della coppia omosessuale regolarmente sposata e residente in Spagna, che allo stato attuale non è riuscita a ottenere alcun tipo di cittadinanza per il bambino.

Chiara e Laura vivono in Spagna ma sono di Perugia, comune nel quale risultano domiciliate secondo l’Aire (Anagrafe italiani residenti all’estero) e dove sono assistite dallo sportello legale di Omphalos.

Federico, a cui il comune di Perugia ha rifiutato la trascrizione dell’atto di nascita, è ora senza documenti, senza identità e senza la possibilità di poter viaggiare per tornare in Italia e conoscere i parenti.

Il bambino è nato grazie alla procreazione assistita, con gli ovuli di Laura fecondati da un donatore e poi impiantati nell’utero di Chiara che ha portato avanti la gravidanza.

“Siamo bloccate in Spagna e cominciamo a sentirci un po’ prigioniere. Non possiamo viaggiare, sono passati sei mesi e non possiamo far conoscere ai nonni e agli altri amici nostro figlio. Ma questo è il minimo”, spiega Chiara. “Federico è senza documenti e anche in Spagna abbiamo avuto molti problemi per visite mediche o anche per l’iscrizione all’asilo nido. Senza parlare del fatto che se dovesse succedere qualcosa a una di noi due che fine farebbe questo bambino? A chi verrebbe affidato? È inumano, davvero”.

Quello di Federico è il primo caso del genere in Italia e si scontra con l’attuale vuoto normativo in materia di riconoscimento dei diritti dei bambini nati da coppie omosessuali. Il comune di Perugia, che in passato aveva regolarmente riconosciuto l’unione civile delle due donne avvenuta in Spagna, si rifiuta adesso di trascrivere l’atto di nascita del bambino per “motivi di ordine pubblico”.

Il comune per ora ha delegato la questione al prefetto, che ha dichiarato che bisogna attenersi alla legge vigente sulla “stepchild adoption” contenuta nella legge sulle unioni civili. Legge che però in realtà non chiarisce la posizione del bambino nato da genitori omosessuali. 

“I tribunali di molte città e persino la Cassazione si sono già espressi più volte ordinando ai comuni reticenti di procedere alla trascrizione, ma il comune di Perugia ha ignorato tutte le sentenze dando una motivazione al limite del ridicolo”, afferma Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos.

La mancata cittadinanza italiana scatena altri problemi per Federico, come quello di non poter chiedere neanche la cittadinanza spagnola.

“La Spagna si è dimostrata un paese molto aperto e accogliente, le istituzioni hanno fatto il possibile per aiutarci, ma per la legge spagnola non vale lo ius soli e il bambino, figlio di due italiane, risulta comunque italiano”, spiega Chiara.

“Sarà possibile richiedere la cittadinanza spagnola per il bambino solo al compimento di un anno di età. E anche in quel momento, il governo spagnolo potrà procedere solo a patto che il bambino risulti in possesso dei regolari documenti d’identità da cittadino italiano. Cosa che al momento non ha”, ha proseguito Chiara.

Conclude il presidente di Omphalos Stefano Bucaioni: “Questo atteggiamento, oltre che essere fuori dal tempo, è fortemente discriminatorio e crudele. Crudele perché a farne le spese è un bambino la cui unica ‘colpa’ è quella di avere due mamme che lo hanno tanto desiderato e che lo amano. Perugia, la città che conosciamo e nella quale viviamo, non abbandonerebbe mai un bambino di sei mesi in un altro paese senza documenti né identità, solo perché figlio di due mamme”.