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Milano-Cortina, l’olimpionico Enrico Fabris a TPI: “L’Italia farà grandi cose”

Immagine di copertina
Credit: AGF

A Torino 2006 conquistò due ori nello speed skating: “Fu un’esplosione e una liberazione: era il mio unico obiettivo da 4 anni”. Oggi partecipa alla macchina organizzativa di Milano-Cortina: “L’Italia farà grandi cose. Giocare in casa è un’occasione unica”

«È stata un’esplosione». Così Enrico Fabris, uno degli atleti più iconici dello sport italiano degli anni Duemila, sintetizza l’impatto emotivo dell’oro olimpico. Vicentino, classe ’81, Fabris è il simbolo dello speed skating italiano: alle Olimpiadi invernali di Torino 2006 ha conquistato due ori (1500 e inseguimento a squadre) e un bronzo, entrando nella storia. Oggi, da tecnico e manager, è una figura chiave nella macchina dei Giochi di Milano-Cortina 2026, soprattutto per lo speed skating. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere i suoi momenti più intensi e capire cosa aspettarsi dai prossimi Giochi.

Qual è il ricordo delle Olimpiadi di Torino 2006 che senti ancora vivo sulla pelle?
«Poteva succedere solo lì. Il giorno dopo le gare, quando ho vinto la medaglia d’oro individuale nel 2005, sono stato premiato in centro a Torino, in piazza Castello. Ricevere la medaglia in una piazza italiana, gremita di gente, in una delle città più importanti del Paese… Il giorno prima la premiazione era stata con i fiori dentro la pista, cosa che sarebbe successa ovunque. Invece la consegna in piazza mi ha fatto sentire davvero in Italia, davanti a migliaia di persone con le bandierine. E poi il ritorno a Roana (la sua città natale, in provincia di Vicenza, ndr): un paese di mille abitanti, ma quella sera c’erano 3-4 mila persone. Indimenticabile».

Deve essere stato emozionante essere accolto da persone che conosci.
«Esattamente. Ho visto il mio paesino completamente trasformato, e trasformati anche i suoi abitanti nei miei confronti. La popolarità era esplosa da 0 a 100 in dieci giorni. Sono partito da casa e un mese dopo, quando sono tornato, venivo visto in modo totalmente diverso. Sono ricordi forti, particolari».

Ricordi la prima emozione quando hai capito di aver vinto l’oro?
«È impossibile da riassumere. La parola è “esplosione”: un’esplosione di emozioni. Avevo tutta la squadra intorno, si era stretta mentre realizzavamo che avevo vinto. Non correvo nell’ultima batteria, quindi ho dovuto aspettare che finissero gli altri. Quando ho capito di essere ancora primo, è stata una liberazione: era l’obiettivo unico da quattro anni».

C’è un’immagine o un suono che ti riporta subito all’atmosfera dei Giochi?
«La vicinanza dei volontari italiani. Ho vissuto le Olimpiadi sia da atleta che da allenatore, e i volontari sono una parte fondamentale dei Giochi. All’epoca erano quasi tutti italiani: sorridevano appena ci vedevano arrivare, prima ancora dei risultati. Quando poi abbiamo iniziato a vincere medaglie, è stato ancora più bello. Un’energia stupenda».

Qual è l’aspetto più duro, quello che il pubblico non vede?
«Il lavoro lontano dai riflettori. Mi vedevano ogni tanto perché andavo in palestra o pattinavo con i roller, ma la preparazione vera si fa l’anno prima, due anni prima, quando nessuno ti conosce. Io mi allenavo con qualsiasi meteo, la mattina presto; facevo viaggi in furgone fino a Berlino per i raduni, guidando per ore. Solo dopo realizzi che tutto è servito. Quando il risultato arriva, dà senso a ogni sacrificio».

C’è qualcuno senza il quale non saresti diventato il campione che sei?
«Più di uno. Il primo è mio papà: mi ha messo sui pattini, mi ha portato in giro per anni, ed è stato presidente della società di Roana per decenni. Poi Alessandro De Taddei, che mi ha allenato da junior: mi ha cresciuto, mi ha portato in Nazionale, e oggi lavora con me come sport manager a Milano. E ovviamente Maurizio Marchetto, l’allenatore che ho avuto per tutta la carriera senior, che mi ha accompagnato nei risultati più importanti. È ancora tecnico della Nazionale e sarà anche a Milano».

Com’è cambiato il pattinaggio di velocità rispetto ai tuoi anni?
«Molto. Tecnicamente la pattinata si è evoluta: quando rivedo i miei video, noto differenze enormi. Mentalmente è cambiato tutto: oggi l’aspetto mentale è importante quanto quello fisico. La testa va allenata per restare lucidi sotto stress, recuperare tra un allenamento e l’altro, ripassare la gara mentalmente. Ho capito che è la testa a comandare il corpo, non il contrario. E questo fa la differenza».

Avere controllo del corpo attraverso la mente: cosa significa davvero?
«È fondamentale. Penso sempre ad Alberto Tomba: già dal cancelletto capivi la sua determinazione, ma era spensierato. Sapeva cosa valeva e lo portava in pista. Ho imparato che le mie gare migliori le ho fatte quando ero più leggero, più spensierato: la preparazione era fatta, dovevo solo applicarla con tranquillità».

Cosa ti aspetti dalle prossime Olimpiadi?
«Mi aspetto grandi cose. Sono sicuro che sarà una grande Olimpiade: noi italiani sappiamo dare il meglio quando la posta è alta. Dal punto di vista organizzativo ne sono certo, perché ci lavoro dentro. Dal punto di vista sportivo, gli atleti arriveranno preparatissimi: lo speed skating ha dimostrato molto negli ultimi anni e lo sta facendo anche ora. Senza fare pronostici, sono sicuro che diranno la loro, e arriveranno al top».

Qual è l’ingrediente più importante per un giovane che sogna i Giochi?
«Invito i nostri atleti a cogliere l’occasione di essersi qualificati, e soprattutto di farlo nel proprio Paese. È un’occasione unica nella carriera: non rara, unica. Dà una spinta che non si trova in nessun altro evento. Auguro loro di godersi questa opportunità fino in fondo e di usarla come arma vincente».

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