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“Non essendo sardo ho deciso di diventarlo. Per la vita”. Luca Telese intervista Gigi Riva

"La mia serie A, con ingaggi bassi, in cui si viveva di premi partita, e in cui abbiamo vinto lo scudetto, senza essere eroi": Gigi Riva si racconta

Di Luca Telese
Pubblicato il 10 Gen. 2020 alle 13:40 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 20:09
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Immagine di copertina
Illustrazione di Emanuele Fucecchi

Vi proponiamo l’intervista rilasciata da Gigi Riva, grande campione e presidente onorario del Cagliari, a Luca Telese. L’intervista è stata pubblicata su Cuore Rossoblu, il mensile ufficiale del Cagliari Calcio.

Gigi, sei diventato presidente onorario del Cagliari.

(Sorriso, sospiro). Ehhhh. Non ci ho dormito per due notti.

Tutti sanno che tu stai facendo un regalo al Cagliari.

Per me è un atto d’amore.

Tutto il mondo sa come sei fatto: figurati se qualcuno pensa che tu cerchi gloria in una carica.

Ho avuto la tentazione di rinunciare.

Per fortuna non hai dato seguito all’idea.

Perché poi mi sono anche detto: “Gigi, in questo momento straordinario del Cagliari, tra il centenario della fondazione e il campionato, con quella classifica da difendere nei prossimi mesi, se c’è qualcosa, anche una piccola cosa simbolica che puoi fare, tu devi farla”.

E alla fine hai accettato.

Si, ma prima di qualsiasi altra cosa scrivi che saró un presidente onorario anomalo.

Anomalo come?

Un presidente onorario tifoso. Uno che segue la partita dal suo televisore come tutti gli altri. Uno che soffre e gioisce in silenzio. Onorario come se fossi il primo rossoblú sul campo, non perché mi metto dei gradi e non cerco pennacchi.

E quindi?

Ho assunto questo ruolo onorifico, ma in punta di piedi: senza rompere le scatole a nessuno.

Non è molto solenne.

(Ride ancora). Non sarà solenne ma è autentico. È il modo in cui sono fatto io. Non ho mai amato i momenti solenni, io sono fatto così. L’unica solenne del calcio sono i novanta minuti.

Un pomeriggio a casa di Gigi Riva a Cagliari. In assenza della cerimonia che lui non ha voluto (per i motivi che avete appena letto) si festeggia l’anno con un unico, piccolo ma importante rito simbolico: la consegna di una maglia della stagione in corso, con il leggendario numero “11” impresso sulle spalle a caratteri bianchi. Per questa cerimonia privata arriva il presidente Tommaso Giulini.

E con lui Elisabetta Scorcu (dirigente con delega ai tifosi e ai “campioni del Settanta”). E poi, ovviamente, chi scrive. Si discute nel salotto, dove Gigi stava guardando una partita di tennis: il Cagliari, l’anniversario dello scudetto, la vita. Squilla il telefono, è il figlio Nicola. Poi il citofono inizia a trillare e – per festeggiare il nuovo ruolo – arrivano insieme Giuseppe Tomasini (lo storico capitano rossoblù) e Sandro Camba (il solare segretario dell’associazione ex rossoblu, uno di casa). Tomasini, con la sua umanità contagiosa, sempre sorridente, sfotte Gigi con tono marziale nel saluto:

“Presidente!”. E lui, affettuoso: “Ooohhhh! Non ti ci mettere anche tu!”. Diventa una piccola festa in cui i ricordi e le battute si incrociano: una discussione avvincente per qualsiasi tifoso rossoblù (e non solo). Entriamo con la luce, usciamo che è buio. Gigi è di ottimo umore, si tocca il mento e scherza: Tommaso, mica faremo una foto così, vero? No mi sono fatto nemmeno la barba, così sembro un vecchiaccio!”. Click. (Fatta. È quella che vedete in questa pagina).

Partiamo da questa maglia che hai tra le mani?

Meravigliosa. Un tessuto stupendo: il rosso e il blu, così luminosi. Non come quelle in lanetta che avevano noi, che quando te le infilavi ci sudavi dentro anche l’anima.

Ma non intendevo la maglia in senso materiale! Parlo del leggendario numero “Undici” ritirato in modo perenne dalla rosa.

Ecco, ma non si potrebbe assegnare a qualcuno? Io mica sono un faraone, da celebrare con dei riti di sacrificio e cerimonie. Sono ancora vivo!

Ti preoccupi del peso del cognome di Riva per te, pensa cosa sarebbe oggi, per un altro, averti in forma di numero sulle spalle.

Questo lo capisco, certo. Ma poi, quando giochi il numero te lo dimentichi.

Stavi spiegando questa cosa del tuo rapporto con il Cagliari e con Cagliari.

Si. Perché in queste notti passate. in bianco a pensare mi è ripassato davanti agli occhi tutto il film della mia vita.

A partire da tuo padre.

(Pausa). Era stato barbiere, sarto.

Nel 1953 era andato a lavorare in fonderia, faceva l’operaio quando morì per un infortunio sul lavoro, trafitto da un ingranaggio.

Ecco, pensa che questo terribile particolare, ricostruito dai miei biografi, a me non risultava. Perché io non l’ho mai saputo.

No?

No. Nessuno mi aveva detto nulla. Né mia madre, né le mie sorelle. Nessuno.

Di certo per proteggerti. Cosa ti raccontarono allora?

“Papá è malato”. Basta.

Nulla di più?

Ma la gravità di quegli eventi è nell’aria. Ti arriva comunque addosso, e più sei piccolo più l’avverti.

In che senso?

Pensa che andai a trovarlo insieme a mia madre, con la sofferenza che puoi immaginare, in ospedale. Solo tre volte.

E poi?

Poi mi convinsi, tutto da solo, che vedere me lo facesse soffrire troppo. Non sono più voluto andare perché non volevo che questo accadesse mai più.

Che peso tremendo per un bambino.

Sono cresciuto così. Sono diventato come sono per quello che ho vissuto in quegli anni.

Tua madre Edis lavorava in filanda e faceva le pulizie: ti manda in collegio.

Quanto lo ho odiato quel collegio.

Una formazione durissima che hai raccontato a Nanni Boi in un “Tiro mancino”: “Il peso, l’umiliazione di essere poveri, le camerate fredde, il mangiare da schifo, il cantare ai funerali anche tre volte al giorno, il dover dire sempre grazie signora, grazie signore, a chi portava il pane, i vestiti usati, e pregare per i benefattori, e dover stare sempre zitti, obbedienti, ordinati, come dei bambini vecchi”.

(Pausa). Tutto vero. Tutto. Terribile. Sai, il ricordo di quegli anni con cui ho dovuto fare i conti per tutta la vita, è la notte.

La notte?

È quando stai per addormentarti che la giornata ti cade addosso. Quante volte aspettavo quel momento.

Quale?

Quello in cui tornati in camerata potevo mettere la testa sotto le coperte, chiudermi in una gabbia fatta con le lenzuola, un filtro che mi isolasse da tutti.

E poi?

Restare solo così: e piangere.

Eri al Legnano quando anche tua madre muore.

La mia prima vera squadra. Legnano è un posto straordinario: gente tosta, unica città citata nell’inno nazionale, Eh!

“Dall’alpi alla Sicilia/ Ovunque Legnano”. Sono le strofe che molti non ricordano: è per via della battaglia di Legnano dove i comuni italiani sconfissero Barbarossa.

Ecco, nella mia memoria privata Legnano è questo: il giorno in cui mi arriva la notizia più terribile della mia vita. Mia madre non c’é più, sono solo al mondo.

Ti restavano solo le tue sorelle.

Si, ma una era già sposata, abitava altrove, già con suo marito. Fausta come è noto mi ha fatto da seconda mamma… ma io non avevo più i miei genitori, ero privo di radici. Solo. A Diciassette anni.

Che ricordo hai di quelle ore?

Che mi sentivo perso e che la persona più vicina che avevo intorno a me era Sassi.

Luciano Sassi?

Lui, il capitano del Legnano. Una persona umanissima, solida, più grande di me di tredici anni. Per il me di allora era un anziano.

Si è ritirato l’anno dopo la tua partenza, poi ha fatto l’allenatore.

Venne al campo, il pomeriggio. Nel darmi la notizia mi strinse a se è mi abbracció. Una stretta che non finiva mai. La mia testa sulla sua spalla.

Perché l’abbraccio fra uomini non era frequentissimo a quei tempi, se non per festeggiare un goal.

Questo voglio dirti: un abbraccio vero, sincero, fortissimo.

E poi?

Mi disse quel giorno questa cosa che non posso dimenticare: “Gigi, ricordati. Qualsiasi cosa tu abbia bisogno passa al negozio. In qualsiasi momento siamo lì per te”.

Il negozio?

Te l’ho detto che erano altri tempi. Giocavamo in serie C, era il 1963, e la moglie di Sassi aveva un negozio di scarpe. Lui se non si allenava stava lì.

Ma ovviamente la cosa bella era il messaggio che ti stava lanciando.

Nel nulla in cui mi sentivo precipitare, quelle parole e quell’abbraccio mi dicevano che c’erano ancora un affetto e un luogo vicino a me.

Il negozio di scarpe di Sassi.

E i miei compagni , e la squadra. Anche per questo la notizia del trasferimento fu un altro trauma. Non è leggenda. Ero arrabbiato con il mondo. Incazzato nero.

Un attore sardo, Alessandro Lai, ha centrato il suo monologo proprio sul racconto del viaggio sull’aereo a elica che di lí a poco fai per venire in Sardegna: un 212 Fiat trimotore.

A proposito: tu lo hai visto questo spettacolo? Me ne hanno parlato tutti bene. Volevo andare, non ho potuto.

Perché?

Hai capito come sono fatto? Ti immagini che imbarazzo vedere, in mezzo al pubblico di un teatro, un monologo in cui qualcuno interpreta me? Sarei morto di vergogna. Spero che mi mandino un dvd.

Ma non hai visto nemmeno le due puntate bellissime di Buffa su Sky?

Non ancora. È faticosa anche quello ma meno. Pensa, mi ero preparato, proprio qui, in questa poltrona: sigarette, telecomando sul tavolino, tutti pronto per la prima puntata. E poi…

E poi?

(Ride). Poi, arrivati all’ora giusta… non ho acceso. Fare uno sforzo così, e non lo puoi vedere tutto?

Quindi?

Adesso chiesto a mio figlio di prepararmi le due puntate registrate. Così posso vederle insieme

E le vedrai?

Mi organizzo per bene e arrivo fino in fondo, giuro.

Parlavi di sigarette: fumi ancora?

Meno, ormai.

Ah, ecco.

Mi controllo. Mai più di un pacchetto al giorno.

Torniamo a quel bimotore che ti portava per la prima volta in Sardegna.

Tu sai che la mia cessione era stata rocambolesca.

L’hai raccontato una a Gianni Mura, per i tuoi sessant’anni.

Ah si?

All’Olimpico, per la nazionale Juniores, 13 marzo ’63, molti osservatori in tribuna: per il Cagliari ci sono Silvestri, Tognon e Arrica. Nell’intervallo chiedono accordo col Legnano per 37 milioni.

Esatto. Nel secondo tempo io segno il 3 a 2 della vittoria e il Bologna a fine partita offre 50 milioni.

Un’asta.

Ma i dirigenti si erano già stretti la mano e quindi niente da fare: Cagliari. A me non lo dice nemmeno il presidente, ma il mister Lupi.

Come?

Senza una parola di commento: “Sei stato ceduto”. Punto.

E quindi finisci su quell’aereo tra Milano e Cagliari: un viaggio infinito, tre scali.

Non tre, Quattro! Non era un aereo, ma una corriera.

Ah ah ah.

Viaggiavo con Lupi e Fausta, siamo nella primavera del 1963. Un’altra Italia.

Racconta.

Pensa che il volo partiva da Milano, poi però faceva tappa e scalo a Genova, poi ad Alghero, e quindi a Cagliari.

Quanto duró il volo?

Non lo so. Un viaggio che non finiva mai, o che io ho vissuto così. Quando ho visto per la prima volta le luci del golfo di Cagliari, nell’ovale del finestrino buio, ho pensato davvero: “Ma dove sono arrivato? In Africa?”.

Scusa, da come lo racconti sembra un film.

Ero un ragazzino di diciassette anni che non si era mai allontanato da dove era nato, e che adesso arrivava in un luogo sconosciuto senza sapere se mai sarebbe tornato a casa sua.

E oggi?

Oggi so che stavo andando a casa mia. Temevo fosse un addío, invece era un inizio.

È vero che nella tappa ad Alghero ti sei addirittura informato se c’era un volo che tornasse a Milano?

Ah ah ah. Vero. Chiedevo. Con Lupi dietro di me che mi dava i calci sotto il sedile se solo ne parlavo. “Trentasette milioni!”. Per il Legnano era vita o morte.

Visiti il primo giorno l’Amsicora, tutto in terra battuta: non c’è un filo d’erba e tu in quel momento ti senti davvero disperato.

Verissimo. Ma stavo saltando direttamente dalla C alla A e questo non me lo dimenticavo mai.

Nei giorni del tuo esordio, Gianni Brera, che poi conierà l’appellativo di “Rombo di tuono”, scrisse che sembravi “zoppo” perché giocavi solo con il sinistro.

Vero. Ma per fortuna di quegli articoli io non ho letto nemmeno una riga.

Davvero?

(Ride). Io non me ne ricordo. Sai, non c’erano le rassegne stampa. Forse mi sarei depresso, non so. Quando poi ho letto quelli in cui mi celebrava mi ha fatto piacere, ma non mi sono esaltato. Ci deve essere uno strano equilibrio nelle cose.

E quando inizi ad ambientarti in città?

Dopo i primi mesi. la cosa bella, da subito, è stato il gruppo, la squadra. Quelli di noi che non erano sposati stavano alla foresteria. Dormivamo insieme, vivevamo insieme. Mangiavamo insieme.

Chi?

Chi era sposato dormiva a casa. Mi sembra che all’inizio fossimo solo quattro, intendo noi scapoli: Tomasini, Nené, Cera ed io.

I tempi in cui i acquistate la famosa Fiat Seicento. E l’istruttore della scuola guida ti dice: “Se segni domenica ti do la patente subito!”. È vero?

Eccome. Avevamo comprato questa benedetta macchina in comproprietà con Cera e Cappellaro.

Addirittura in tre per acquistare una 600?

(Sorriso). Allora vivevamo con i premi-partita: gli ingaggi ti davano nulla, tutto quello che ci restava in tasca da spendere era sudato sul campo, risultato dopo risultato.

E prendevate lezioni di guida anche?

Lezioni poche. Per risparmiare sulle guide giravamo di notte, a 30 all’ora, con la 600, sulla pista dell’Amsicora.

Goliardia?

No! Per imparare a sterzare: e per fortuna questo amico della scuola guida, tifoso sfegatato, ci faceva pagare poco o nulla.

E ti ricordi la partita della scommessa contro chi era?

(Lampo e ghigno). Giocavamo con il Varese. Ma quando sono sceso in campo non ho pensato alla patente nemmeno per un secondo. Ho giocato come sempre, per vincere. E ho segnato addirittura una doppietta.

E quando sei tornato a Cagliari dall’istruttore?

Era l’uomo più felice della terra, contento che avessi segnato “per lui”. Il giorno dopo guidavo da solo per le vie di Cagliari.

Il tuo stile di guida, però non doveva essere dei più tranquillizzanti.

Per nulla. Tre anni più tardi mi comprai una Alfa 1600: un giorno diedi un passaggio a Boninsegna. Facemmo un giro, sui tornanti. Alla fine scese dalla macchina, muto.

E poi?

Due giorni dopo disse: “Devo ringraziare Gigi”.

Perché?

Diceva che, dopo quel giro, aveva promesso a se stesso di stipulare una assicurazione sulla vita. E lo aveva fatto.

Ah ah ah. Ma avevi iniziato a guadagnare?

Fino alla scudetto no. Sul campo, non c’erano sponsor: le scarpe, gli occhiali, le tute. Tutto era razionato dalla società.

Ma non c’erano le prime sponsorizzazioni? I famosi scarpini Valsport “Gigi Riva”, sogno degli adolescenti del 1970.

(Pausa). Adesso ti rivelo un segreto.

Su quegli scarpini?

Li avevo disegnati io: materialmente, intendo.

Anche disegnatore industriale, adesso? Un Riva inedito.

(Sgrana gli occhi). Erano bellissimi, per l’epoca: tutti in cuoio spesso.

E cosa avevi voluto tu?

Avevano un rinforzo a doppia cucitura sulla punta e sul tallone, ovviamente. E poi altri due raddoppi di cucitura intorno al plantare. Così, vedi?

Sotto l’arcata e sull’esterno.

Esatto. Io allora non sapevo nulla di problemi posturali, ortopedia, eccetera. Ma spaccavo gli scarpini mi facevano male i piedi, dopo le partite.

Male?

Talvolta anche i denti, che ancora oggi mi tormentano.

Adesso è una relazione provata da studi medici.

Andai da questi signori della Valsport, e mi dissero: “Ci firmi dieci scarpini autografi, e poi riprodurremo noi la firma”. E io gli risposi: “devono avere quelle quattro cuciture”.

E loro?

Erano stupiti. Aggiunsi che volevo una fornitura speciale per i miei compagni. Andammo in otto nella sede e tornammo carichi.

Ma perché, anche gli scarpini vi mancavano?

Nei primi anni si. È l’aneddoto straordinario raccontato da Tom (Tomasini, ndr.). Andava da Enzo Carro per farseli cambiare e lui rispondeva: “Sistemiamo questi”. Ah, ah ah.

E a te?

A me gl scarpini si scucivano, si spaccavano. Letteralmente. Dopo certi interventi, dopo certi tiri.

Dice Capello che un giorno ti vice allenarti in nazionale: “Quattordici cross, quattordici tiri al volo, quattordici centri consecutivi: Gigi faceva paura”.

Io tutt’e queste cose non me le ricordo. Le facevo e basta.

E il rigore con la Juventus l’anno dello scudetto?

Pensavo: “Ne ho tirato mille, così, e altri mille ne tirerò dopo”. E la palla era in rete. Siamo andati avanti così: un gruppo di ragazzi che amavano follemente il calcio, una squadra vera, un grande allenatore, e passo dopo passo siamo arrivati allo scudetto.

Tu quando hai capito che si poteva vincere?

(Prende la parola Tomasini). Ti ricordi Gigi? Per mesi non dicemmo nemmeno una parola, nessuno di noi. Poi ne parló Scopigno nello spogliatoio di Bari e capimmo che stava diventando vero.

(Riva riprende la parola). Ora che lo dici mi rivedo la scena davanti agli occhi. Entra Scopigno e fa: “Se non perdiamo oggi viviamo lo scudetto”.

E non disse nient’altro?

(Ride). Non c’era bisogno di tanti discorsi. Infatti non perdemmo a Bari e vincemmo lo scudetto. Fra l’altro proprio dopo aver vinto con il Bari al ritorno.

E oggi cosa pensi?

Che io ero orfano: e che poi sono stato adottato da una squadra e da una città. E infine da una regione.

E per questo hai detto di no alla Juve otto volte?

Ehhhh… Su questo tema ho un aneddoto molto divertente da raccontarti, su come le cose lasciano segni nel tempo.

Racconta.

Dopo la terza volta che avevo rifiutato il trasferimento loro avevano capito che non mi sarei mosso. Tuttavia mi chiamavano ogni anno. Ogni anno!

Chi?

Tanti, tutto lo stato maggiore della Juve.

Agnelli.

Si Agnelli, certo. Mi voleva. Ma quello che proprio non mollava mai era Boniperti. Mi chiamava ogni anno.

Dicendo cosa?

Partiva da lontano col discorso, ma poi arrivava sempre lì, alla Juve. E ogni volta io gli ho risposto cortesemente di no.

Perché?

L’ho spiegato tante volte. Per amore di questa terra, come è noto. Poi anche per orgoglio, quando giocavo, ho sempre difeso la mia scelta, ma ovviamente qualche dubbio per la testa ti passava.

E con chi ne parlavi? Con tua sorella?

Nooo… Con i miei compagni. E dicevo: se a voi va bene non mi muovo. Una volta Martiradonna mi fa: “Ecco, rimani, così finisco di pagare la cucina”.

Ah ah ah.

Adesso sono convinto di aver fatto bene.

E l’aneddoto sul trasferimento?

Un giorno, qualche anno fa, in un aeroporto incontro qualcuno della Juve che mi dice: “Gigi, chiamiamo insieme Boniperti e gli facciamo gli auguri?”.

E tu?

A parte queste richieste, se c’è una persona che stimo – nel mondo del calcio – è Boniperti. E quindi rispondo: “Certo!”.

Così lo chiamate…

Prendo la linea io per un effetto sorpresa. Faccio: “sono Gigi Riva!”.

E lui?

Sento dall’altra parte del telefono che lui c’è. Ma non dice nulla. Gli faccio: “Mi senti Giampiero?”.

E lui?

“Ti sento, ti sento Gigi”. E fa una pausa. Allora gli chiedo: “Tutto bene?”. E lui, serissimo: “Bene, sí. Ma non sarei sincero se non ti dicessi che io questa telefonata, da te, l’aspettavo mezzo secolo fa”.

(Scoppiamo a ridere tutti). Questo aneddoto vale i venticinque anni di preparazione. Quanto ti sentivi leader di quella squadra?

Non ne ero il leader. C’erano almeno sei leader in campo.

Tomasini, qui presente sostiene il contrario.

(Tomasini) Ma è la verità, Gigi! quando entravi nello spogliatoio calava il silenzio e bastava un tuo gesto. E in campo facevi gli urlacci ai compagni perché inseguissero gli avversari.

(Riva). Veramente mi sentivo sicuro perché c’era una come Tomasini. E gli altri. Ad esempio, ne posso dire una su Albertosi?

Caspita.

Vedi, Zoff era bravissimo a parere tutto il possibile. Ma Ricky era il numero uno nel parare l’impossibile.

Bello. Glielo hai mai detto così?

Mai. E ti dico un’altra cosa. Aveva una dote incredibile che un portiere deve avere.

Cioè?

Zero apprensione. Un uomo che non conosceva la parola ansia.

Davvero?

Una sera, la vigilia di una partita importante, eravamo in stanza insieme.

E tu?

gli stavo spiegando che ero preoccupato. Che non riuscivo a prendere sonno.

E lui?

Con tono molto solenne, molto lento, mi risponde: “Vedi Gigi”.

“Vedi Gigi” cosa?

Nulla. Si era addormentato prima di finire la frase. Girava la testa sul cuscino, due secondi e ciao. È una dote, sai? Dormiva a comando.

E il Cagliari di oggi? Che squadra è, per te.

È una squadra vera. Intanto mi piace Maràn, perché è un mister sa tutto della serie A, è questo è importante.

Certo.

Ha una sua idea di calcio. Gestisce la rosa.

E poi?

Vedo il lavoro di costruzione che ha fatto la società, la passione che ci ha messo Giulini. In questo c’è una relazione con noi. Il nostro ciclo è iniziato molto prima che arrivassimo a vincere.

Anche voi avete tenuto botta con mille infortuni e traversie.

Non ho mai amato il trionfalismo. La retorica. Noi eravamo un gruppo di ragazzi che siano diventati uomini sul campo. Io ero pieno di dubbi, di insicurezze. Ma grazie ai miei compagni sono diventato quello che tutti conoscono.

Hai detto: “Ero senza famiglia e ne ho trovate tante: quella del pescatore che m’invitava a cena, quella dell’edicolante, del macellaio, del pastore”.

Vero.

Quando giocavamo a Milano, a Torino, c’erano cinque-seimila sardi che arrivavano dalla Germania, dalla Svizzera, dalla Francia. Mi dispiace di non aver tenuto tutte le loro lettere”.

Mi sarebbe piaciuto, si. Rappresentavano tutta la Sardegna ma nessuno di noi era nato qui.

La maggior parte di voi, però è rimasto in Sardegna.

Forse perché la cosa più importante della nostra storia è questa: non essendo sardi, abbiamo scelto di diventarlo. Dapprima inconsapevolmente, poi consapevolmente. Lo abbiamo voluto e lo abbiamo fatto. Per la vita.

*La versione integrale dell’intervista è pubblicata sul numero di “Cuore Rossoblù”, questo mese in edicola con l’Unione sarda 

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