Trent’anni senza Gaetano Scirea, campione gentiluomo di un calcio che non esiste più

Il ricordo del campione della Juventus a 30 anni dalla tragica scomparsa

Di Roberto Bertoni
Pubblicato il 3 Set. 2019 alle 11:24 Aggiornato il 3 Set. 2019 alle 11:34
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Immagine di copertina

Sua juventinità Gaetano Scirea se ne andò su una strada polacca una maledetta domenica di trent’anni fa. Era il 3 settembre 1989 e possiamo dire che il capitano di mille battaglie è morto sul lavoro, dato che si era recato in Polonia per assistere alla partita di una futura avversaria della Juventus in Coppa Uefa.

Li aveva già osservati da vicino e aveva riferito a Zoff che il Górnik Zabrze non fosse niente di che: rispetto sì ma senza patemi d’animo. Era stato il presidente Boniperti a chiedergli di andarli a rivedere perché, talvolta, certe squadre in casa si trasformano, e Gaetano non aveva esitato, tale era il suo senso del dovere e il suo attaccamento ai colori che si era cucito addosso come una seconda pelle.

Coincidenze, dannate coincidenze di un destino già scritto. Aveva trentasei anni quando ci disse addio. Non appena lo seppe, Zoff diede un calcio alla portiera della macchina. La squadra era reduce da un netto 4 a 1 a Verona, ma cosa importava a quel punto il risultato?

Ho sempre pensato che in quella magna Juve che dominò la prima parte degli anni Ottanta Platini fosse il faro, il Campione, ma Scirea fosse molto di più: Gaetano era un Uomo, una personalità rarissima, un personaggio che già allora aveva innumerevoli estimatori ma anche tanti che ne soffrivano l’incredibile correttezza, la mitezza, il carattere taciturno e il rifiuto di inchinarsi al cospetto di un sistema che stava cambiando e modificando in peggio i propri parametri e i propri valori di riferimento.

Mi torna spesso in mente un episodio della vita di Scirea. Nel ’75, conquistato il suo primo scudetto, si era recato con i compagni a festeggiare in discoteca. Ebbene, quando uscì, cominciava ad albeggiare, vide gli operai in fila davanti ai cancelli di Mirafiori e provò vergogna, ricordandosi dei sacrifici compiuti dalla sua umile famiglia operaia.

Da quel momento in poi mantenne un contegno e una sobrietà pressoché sconosciuti, anche allora, nel mondo del calcio. Basta questo per dire chi sia stato Scirea e per quale motivo ancora oggi sia così amato e ben voluto da tutti.

Eppure attenzione: gli attestati di stima sono arrivati e in parecchi casi c’è da credere che siano stati dettati dalla sincerità e da un’effettiva ammirazione. Tuttavia, non c’è dubbio che alcuni di essi siano stati un tripudio dell’ipocrisia e di quella malvagità d’animo che Gaetano aveva sempre detestato, essendo l’opposto dei divi che cominciavano ad andare di moda in quegli anni e dei personaggi da copertina patinata che si stavano facendo strada a scapito di un gentiluomo che rifuggiva i riflettori e usava le parole con la massima parsimonia.

Talvolta, anche se mi rendo conto che sia un ragionamento crudele, mi viene da pensare che Gaetano se ne sia andato al momento giusto, prima di assistere al crollo definitivo del suo mondo, delle sue idee, della sua visione delle cose, della sua concezione dello sport e dei rapporti umani.

Certo, ci manca uno come lui nella disperata e impari lotta contro le ingiustizie e le esagerazioni del nostro tempo. Ci manca il suo senso della misura, il suo garbo, il suo correre palla al piede sempre a testa alta, la sua capacità di tenere viva una fiammella di umanità anche nelle situazioni più difficili, il suo saper trovare in ogni circostanza i termini appropriati, come ad esempio nella notte dell’Heysel, quando era il primo a sapere che si sarebbe giocato solo per ragioni di ordine pubblico e che quella partita, vinta o persa che fosse, non valeva più niente.

Rifletto sul suo schianto, sulla sua grandezza, sulla lealtà dei suoi comportamenti e su cosa avrebbe detto di questo calcio moderno in cui girano cifre assurde, in linea con un pianeta che sembra essere lanciato a velocità supersonica verso il suicidio.

Ha vinto tutto ma non è mai cambiato. È rimasto per tutta la vita il figlio della fatica e del sudore, dell’impegno totale e dei traguardi conquistati giorno per giorno, resi ancor più speciali dalla passione che aveva animato la lotta e frutto di una concezione dello stare insieme che vedeva la sua Juventus piena di campioni meridionali, motivo di orgoglio e di speranza per quella classe operaia che nel dopoguerra si era trasferita a Torino in cerca di fortuna e i cui figli, con immensi sacrifici, ce la stavano pian piano facendo.

Trent’anni. Pensate che quando ci disse addio non era stato ancora abbattuto il Muro di Berlino, tanto che il trionfo mundial dell’82 i ragazzi di Bearzot lo avevano ottenuto contro una delle due Germanie, ovviamente quella dell’Ovest, la più ricca e potente.

Trent’anni, osservo il suo viso, scorgo i suoi lineamenti e mi rendo conto del perché lo abbiamo amato. Era l’autenticità la sua forza, ciò che lo rendeva quasi unico e per cui nessun avversario che avesse degli ideali solidi poteva non provare ammirazione nei suoi confronti.

Gaetano Scirea è stato molto più di un calciatore, pur non chiedendo altro che di essere se stesso. Trent’anni e quella maglia numero 6 che era la quintessenza del libero, di un uomo libero sul campo e nella vita. Trent’anni e un bisogno di silenzio, nella stagione dei troppi rumori senza pensiero.

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