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Addio a Felice Gimondi, il più grande bergamasco dopo Giovanni XXIII

Di Simone Gambino
Pubblicato il 16 Ago. 2019 alle 22:19 Aggiornato il 16 Ago. 2019 alle 22:20
Immagine di copertina
Felice Gimondi

Felice Gimondi, simbolo dalla metà degli anni ‘60 per più di 10 anni, di quella Italia che non molla mai anche quando le circostanze sono oggettivamente avverse, è morto oggi 16 agosto 2019 all’età di 76 anni.

Volutamente evitando di snocciolare un palmares a cinque stelle, mi limiterò a dire che Gimondi è stato il più grande ciclista italiano dopo Fausto Coppi: punto di riferimento imprescindibile dei figli del boom economico proprio come il Campionissimo lo fu per i giovani nell’Italia dell’immediato dopo guerra.

Coronai il sogno di una vita ad Oropa, durante il Giro d’Italia 2007, quando lo incontrai per la prima volta di persona. Da allora, per i cinque anni successivi, ebbi il privilegio di trascorrere con lui dei momenti indimenticabili, sempre spontanei e per questo ancor più gradevoli.

Non era uomo che si apriva facilmente e per questo mi sento particolarmente onorato della confidenza che mi diede, posto che io nel mondo del ciclismo sono e resterò sempre un parvenu mentre lui era tutto. Parlammo di momenti epici della storia delle due ruote a cominciare da quel mondiale di Mendrisio del 1971 che lui riteneva essere stata la sfida suprema con l’antagonista di una vita: il cannibale Eddy Merckx.

Fu la madre di tutte le corse con Eddy che fece di tutto per toglierselo di ruota ed il bergamasco che, nello sforzo di resistergli, si slogò la mascella stringendo i denti, cedendo alla fine solo in volata. Cosa sarebbe stato Gimondi senza Merckx è la domanda che molti si pongono e per la quale secondo me esiste solo una risposta. Sicuramente un ciclista più vincente ma mai il personaggio ecumenico che divenne una volta sceso dalla bicicletta, un eroe omerico dei giorni d’oggi trasformatosi con gli anni da Achille in Nestore.

Nel 2012 trascorremmo una interminabile serata insieme a Cortona in provincia di Arezzo. Eravamo stati insigniti, lui degnamente, io un pò meno, di un premio al Fairplay. Fummo i primi due ad essere chiamati sul palco. Ci toccò, quindi, trascorrere il resto della sera assistendo alle altre premiazioni in attesa dell’immancabile foto conclusiva.

Fu così che, in un momento che potrei definire d’intimità ciclistica, mi fece una confessione che andava ben oltre le luci rosse: “Lo sai qual è la mia salita preferita? – finse di chiedermi con quel suo inconfondibile tono di voce che ricorderemo in eterno – il Puy de Dome.” Già, il vulcano spento dell’Alvernia che lo vide solitario trionfatore in maglia azzurra nel 1967, quando il Tour de France veniva, ancora per poco, corso dalle rappresentative nazionali.

Sorrideva con parsimonia ma sapeva essere spiritoso come pochi. Sempre in quella indimenticabile notte, non so quanto tra il serio ed il faceto, mi raccontò che L’Eco di Bergamo nel 2000 aveva fatto una graduatoria dei più grandi bergamaschi della storia. Al quinto posto c’era Gaetano Donizetti, il genio musicale venuto a mancare a soli 50 anni nel 1848.

Quarto e terzo, e qui gli si illuminava il volto, erano gli altri due grandi sportivi orobici figli della inavvicinabile classe del 1942: Giacomo Agostini e Giacinto Facchetti. Era quindi lui, secondo in classifica, il più grande sportivo bergamasco della storia, preceduto da qualcuno da cui, tutto sommato, si poteva accettare la piazza d’onore più serenamente che se a vincere fosse stato l’insaziabile brabantino: Angelo Roncalli, asceso al soglio pontificio con il nome di Giovanni XXIII.

Solo in questo caso, per Felice, il secondo posto valeva più della vittoria.

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