Meglio un giorno da Candreva che 100 anni da sindaco cattivista della Lega

Il commento di Luca Telese

Di Luca Telese
Pubblicato il 10 Apr. 2019 alle 17:44 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:22
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Immagine di copertina

Dato che in questi tempi non c’è nulla di più scontato e conformista del cattivismo ottuso e stupido che va tanto di moda, vi invito ad aggiornare, insieme a me, la collezione di ribelli anticonformisti che non hanno paura di andare controcorrente. E di inserirci subito l’ultimo che si è aggiunto alla lista, il nerazzurro Antonio Candreva.

Il cretino tipo che ci ritroviamo a fianco, di questi tempi quasi tutti i giorni, dice: “Ma cosa vuoi che sia per uno come Candreva, un calciatore di serie A che guadagna milioni all’anno, pagare 200 euro di mensa al mese!”. I soliti pirla.

Intanto, mentre nessuno era intervenuto, lui quei soldi li ha messi a disposizione e pagati, e una bambina straniera che prima se ne stava sola nella mensa di Minerbe, tenuta a cracker e formaggio, adesso mangia insieme con tutti gli altri, lo stesso identico pasto. Evviva.

Il cretino tipo che si sente già l’eroe di questi tempi, e che purtroppo spesso siede al nostro fianco dice: “Ma cosa vuoi che sia, mangiare cracker e formaggio! anche io l’ho fatto, tante volte. Non muore mica nessuno!”. I soliti pirla.

Gente che non capisce che le scuole dell’odio sono quelle dove le ferite delle umiliazioni ti incidono, anche senza toccarti, penetrandoti nella carne viva. Mangiare un cracker, una volta ogni tanto – per scelta – non ha nulla a che vedere con l’essere costretto a mangiare da solo un pasto di risulta, separato dagli altri da una doppia barriera invisibile: quella della povertà che ti porti addosso sempre, fin da quando sei nato, e quella della separazione fisica dalla tua comunità, che si aggiunge a tutto il resto come una lettera scarlatta.

Essere diverso e vederlo certificato, anche sul piano dei bisogni primari: è questo ciò che quel cracker fa. La differenza non è nel contenuto calorico, ma nel peso simbolico. Pochi giorni fa assistevo sconcerto al dialogo fra la bravissima Tiziana Panella, conduttrice di Tagadà, e il Sindaco di Minerbe Andrea Girardi, ovvero il padre di questa ennesima trovata discriminatoria.

Il sindaco ad un certo punto, incalzato con cortese fermezza, proprio su questa idea del pasto separato, gridava riferendosi alla bambina: “E che problema c’è!? Che problema c’é?!”. Poverino.

Prima mi è venuto in mente un bellissimo verso del maestro Francesco De Gregori: “È convinto di avere delle idee”. E poi ho pensato al senso ottuso per cui questo signore percepisce se stesso come un giustiziere, per nulla sfiorato dal dubbio.

L’eroe cattivista dei nostri tempi, leone con i deboli e agnellino con i prepotenti, è abituato ad agitare scompostamente un sistema di pensiero, si ammanta la bocca di valori, scava solchi fra le persone.

Il problema del “chi paga?”, nell’Italia degli anni cinquanta, sessanta, e degli anni settanta (quella dove sono cresciuto), non esisteva. E non perché tutti pagassero, ma perché quando qualcuno non aveva i soldi (cosa che non era infrequente) si provvedeva in automatico con il buonsenso delle maestre e delle cuoche delle mense: dove c’era per uno c’era anche per due.

Il sindaco Girardi sarebbe probabilmente andato a gridare dal notaio, o a fare degli esposti: creando un problema dove non esisteva, esattamente come ha fatto oggi. E allora prendete la bella storia di Antonio Candreva, e sappiate che ciò che ha messo in campo in questa storia, non sono i 200 euro al mese, ma tutta la forza della sua immagine e della sua credibilità di uomo di successo.

Non ha pagato un conto: ha reso quella bambina “cool” – cioè fiochissima – le ha consentito di andare in giro per i corridoi, lei che era l’ultima, a testa alta. È andato sobriamente controcorrente e ha ribaltato il tavolo, i rapporti di forza, le percezioni.

E poi Candreva ha insegnato qualcosa anche a noi: come i genitori (degli altri bambini) di Adro che mi telefonarono indignati chiedendo di scrivere quando anche in quel paese si predicava a mensa l’apartheid dei piccoli contabili.

Come i genitori di Lodi, che hanno pagato loro, mentre altri giravano la testa, e mentre i piccoli contabili dell’odio chiedevano certificati da reperire in Marocco o in Egitto (a gente che non torna a casa da sei anni).

Come le madri di Castelnuovo di Porto che i bambini (e le famiglie straniere) cacciato dal Cara li sono portati “a casa loro”. Come Simone di 15 anni, che a Torre Maura ha tenuto testa alle due zucche pelate (e in questo caso visibilmente vuote) di Casapound.

Come Antonietta Pizzi, di anni 85, la donna di Popolo di Casal Bruciato, che incurante di lazzi e frizzi che le sono piovuti addosso, ha gridato: “Fascistoni io me le ricordo né leggi razziali!”.

Non sono eroi. Sono semplicemente persone normali che hanno messo in gioco quello che avevano. Persone diversissime, ma capaci di piccoli grandi gesti che però muovono le montagne. E che ci fanno sentire meno soli nell’immane e titanica battaglia contro l’idiozia dei cattivisti.

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