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Ricky Memphis: “Mio padre voleva chiamarmi Benito. Raoul Bova? L’infamità della gente non ha più confini”

Immagine di copertina
Credit: AGF

L'attore si racconta in un'intervista

Dagli esordi al Maurizio Costanzo Show alla nuova stagione de I Cesaroni di cui sarà co-protagonista fino all’amicizia con Claudio Amendola, Raoul Bova e Francesco Totti: Ricky Memphis si racconta in un’intervista al Corriere della Sera. Proprio parlando di Amendola, l’attore rivela che la prima volta lo mandò letteralmente a quel paese: “Mi aveva visto al Costanzo Show, rimediò il numero e mi telefonò. Credevo fosse un mio amico che faceva uno scherzo, come al solito. Così ce lo mandai de core e gli riattaccai in faccia. Mi richiamò. ‘Senti, caro Ricky Memphis, vaffan…lo ce vai te . Comunque io sono davvero Amendola, domani ci vediamo ai Parioli con altra gente, se ti va, passa”.

Quindi la nascita di un’amicizia con i due che ora si sono ritrovati sul set della nuova stagione de I Cesaroni: “Sono Carlo, il consuocero di Giulio/Claudio. Sul set per poco non l’ho ammazzato. In una scena io e Lucia Ocone, su una finta volante della Polizia, dovevamo inseguire la sua auto. Chi lo sa, lui è partito troppo veloce, quasi lo prendo in pieno, ho inchiodato a un millimetro”. Nel corso della sua carriera, l’interprete ha spesso ricoperto ruoli da “coatto”: “Culturalmente vengo da là, dai quartieri popolari, dalla cultura stradaiola. Però non mi sono mai sentito un vero coatto. Per esserlo devi essere molto sicuro di te e io non lo sono mai stato”.

Sulla politica afferma: “Ho capito alcune cose, mi sono disamorato e ho detto basta. A votare ci vado, ma nessuno mi rappresenta, né a destra né a sinistra né al centro”. Poi un ricordo amaro, la morte del padre quando lui aveva solo 4 anni: “Per tanto tempo mi sembrava di non sentirne la mancanza, nella mia vita. Crescendo invece mi sono ritrovato sempre più insicuro, la forza di una figura maschile mi sarebbe servita. Specie dopo che mia madre disse: ‘Ora sei tu il capofamiglia, ci dovrai proteggere’. Ma ero un bambino! Mi è salita un’ansia. Per me il mondo è diventato tutta una guerra, un’imboscata”. Per questo motivo ha preso la patente solo dopo i 30 anni: “Avevo paura, le auto mi sembravano pericolose, letali. Mi ero convinto che sarei morto alla stessa età di papà, in un incidente. Dopo averli compiuti mi sono deciso”.

Il suo secondo nome è Benito, ma poteva essere il primo: “Papà, che era un fascistone, voleva proprio quello. Mamma invece scelse Riccardo. Gli propose di lasciar decidere alla sorte, estraendo un bigliettino su 10. Lui barò: su 9 ci scrisse Benito”. Ma alla fine uscì proprio Riccardo: “Un segno del destino. Ma lui mi chiamava lo stesso Benito”. Ricky Memphis, poi, parla di un altro suo amico, Raoul Bova, recentemente travolto dallo scandalo dei vocali diffusi sul web: “Non penso niente e non dico niente. Solo che l’infamità della gente non ha più confini. Lui comunque è un santo, glielo giuro”.

La Roma per lui è “un amore immenso. Non è un modo di dire. Per me è tanto, è importante, è passione vera, mi cambia l’umore”. Mentre su Francesco Totti dichiara: “Per me il capitano è sempre lui. Ho la fortuna di conoscerlo, se salutamo, ancora mi emoziono. A Sabaudia avevamo la casa appiccicata. Mio figlio usciva con Cristian. Ogni volta che lo incrocio, io vedo Totti, non un amico, con lui ridivento timido”. Sulla sua carriera, invece, afferma: “Sono arrabbiato con me stesso. All’inizio avevo la sindrome dell’impostore, tutto quello che arrivava per me era più di quello che meritavo. Avrei potuto fare meglio”.

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