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“Ahia!”: il primo romanzo del frontman dei Pinguini Tattici Nucleari (scritto durante il lockdown)

Di Giuliana Sias
Pubblicato il 30 Nov. 2020 alle 18:39
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Immagine di copertina

“Ahia!”: recensione del libro di Riccardo Zanotti frontman dei Pinguini Tattici Nucleari

È appena arrivato in libreria “Ahia!” di Riccardo Zanotti (edito da Mondadori, 144 pagine, 17 euro), il primo romanzo del frontman dei Pinguini Tattici Nucleari che a sorpresa supera abbastanza brillantemente la prova dell’esordio, nonostante dovesse vedersela con il mio personale pregiudizio verso i numerosi cantanti che si danno alla letteratura solo per vantarsi con i fan di essere artisti a tutto tondo, senza apparenti meriti.

Ma partiamo dall’inizio. Erano, appunto, gli inizi di febbraio ed era la fine di un mondo – anche se ancora non lo sapevamo: sul palco di Sanremo si esibiva un gruppo della provincia di Bergamo, veterano dell’indie ma sconosciuto al grande pubblico. I Pinguini interpreteranno nell’edizione 2020 del festival, l’ultimo scampolo di normalità in questo anno segnato dall’emergenza, il ruolo degli Stato Sociale. Sono tanti, sono giovani, sono irriverenti, sono “ma chi sono?” e trasformano l’Ariston in un parco divertimenti.

Ciò nonostante, o forse proprio per questo, esattamente come gli avanguardisti bolognesi saliranno sul podio, in questo caso arrivando terzi dietro i super classici Diodato e Gabbani. Da lì in poi, per la band, dovrebbe iniziare la discesa: i dischi d’oro e di platino, il primo tour nei palazzetti, il sold out al Forum di Assago. E invece inizia la salita: tutto sospeso, tutto rimandato, tutto da rifare. Prigionieri della regione italiana più colpita, nella provincia focolaio per antonomasia, tra Alzano Lombardo e Nembro. Passano le chiusure, passano i silenzi, e il 3 novembre esce “Ahia!”, il romanzo che anticipa l’uscita dell’Ep omonimo, negli store dal prossimo 4 dicembre, entrambi nati in pieno lockdown.

Il libro, firmato solo da Zanotti, sfiora con molta grazia il contesto degli ultimi mesi: tutto sommato ne è chiaramente intriso (a cominciare dal titolo – che è il sottotitolo perfetto per questo 2020) ma si tiene alla larga dall’ansia e dal dolore del presente, trasferendoli nella nebbia e nel vento di un paesino di montagna senza tempo. “Ahia!”, sulla carta, è la storia di Giovanni Cerioni, ingegnere 27enne al quale la madre rivela solo in punto di morte il nome del padre che lui non ha mai conosciuto. Alla ricerca dell’uomo, una vecchia rockstar bisbetica che di nome fa Fabrizio Santi, il ragazzo si ritrova in un piccolo paese di provincia (che – forse come Giovanni – “finge di essere morto solo per sfuggire ai predatori”) dove conoscerà Rachele.

Zanotti dà buona prova, la sua scrittura e la trama sono in levare, migliorano di pari passo alla crescita del protagonista. Ad esempio viene abbandonato quasi subito, e per fortuna, il ricorso ad una serie di frasi fatte da Baci Perugina o biscottini della fortuna del tipo “i figli di papà agiscono sempre in stormi, mentre i figli di puttana combattono sempre soli”, “solo Mick Jagger e Dio non vanno mai in pensione”, “a ventisette anni pochi sanno ancora piangere davvero”, “la felicità è una questione di attimi e di rischi”, “era stato un errore come il pepe nello zucchero”, “tutti nasciamo artisti poi crescendo ce ne dimentichiamo”. Notevole invece l’io-musicista che nel corso della storia emerge e risuona (quasi acusticamente) qua e là – ma non abbastanza, in questo caso l’autore avrebbe anche potuto esagerare – dalle citazioni musicali al rumore del campanello, fino al ritmo generale del testo che è una specie di pentagramma affollato di note, praticamente mai piatto e quindi narrativamente mai noioso.

Tra gli acuti, da citare sicuramente la filippica – geniale – contro i tonti: “quasi tutto ciò che succede, succede per colpa di un tonto, o grazie a lui”; il titolo di una canzone che in realtà è un anagramma del quale, leggendo “Ahia!”, scoprirete il significato; la fenomenologia dell’espressione “stai calmo”; infine la capacità per molti versi sorprendente di raccontare le gesta e dare voce ai pensieri del gatto Teie. Pagine feline, queste ultime, che suonano, come il resto del libro, molto umane.

“Ahia!”: un estratto del libro

Teie, svegliatosi quella mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, sul suo cuscino, in un enorme leone della savana. Era uno di quei giorni; si sentiva forte, agile e spaventoso. Allungò una zampina per analizzare il parquet. Era gelato, come sempre. Decise comunque di non ritrarla: tornare a dormire al calduccio sarebbe stato un comportamento da vecchio Teie, ma quel giorno lui era rinato. Emerse dal cuscino come un sottomarino bellico e si stiracchiò, preparandosi all’attacco. Si accorse di avere dormito troppo. Il giorno prima, terrorizzato dai tuoni, era fuggito sotto al divano, dove poi si era addormentato. Nel mezzo della notte, ancora con la testa pieni di sogni, si era trascinato sul suo cuscino.

Aveva ricordi confusi dei sogni che aveva fatto. A un tratto gli era parso di aver sentito addirittura qualcuno entrare in casa. Nel momento in cui si alzò, infatti, le sue vibrisse cominciarono a tremolare: succedeva raramente, e di solito significava che in casa c’era qualche intruso. Incominciò ad agitarsi, ma poi notò l’ombrello bagnato che giaceva accanto alla sua cuccetta, in veranda: probabilmente l’odore proveniva da lì. Si avvicinò piano, per esaminarlo: puzzava di metropoli. Capitava che Santi scendesse in città e comprasse qualcosa e la villa a volte impiegava mesi per ottundere i miasmi del traffico. Si calmò nell’unico modo che sapeva, ovvero esorcizzando le cose nuove della vita, facendoci sopra un po’ di pipì.

Di solito si vantava di essere un gatto educato, ma quando sopraggiunge la paura anche i gatti migliori cedono ai candidi piaceri dell’anarchia. Teie aveva la grande dote di saper passare in un attimo dall’inquietudine alla tracotanza. Qualcuno avrebbe potuto chiamarla incoerenza, ma lui preferiva la parola “adattamento”. Scemata la paura, iniziò a zampettare per la casa. Quel giorno aveva intenzione di dedicarsi a un’attività che non praticava spesso: il combattimento. Non gli piaceva pensarsi come un gatto propenso a risolvere i conflitti con graffi e sibili, perché preferiva di gran lunga la pacatezza e la riflessione. Non a caso era un gatto certosino.

In gioventù non aveva mai combattuto nelle grandi guerre feline della morena, perché era stato giudicato sovrappeso dal medico della naia gatta: questo trauma psicologico lo aveva turbato per tutta la vita. Insomma, era un gatto con qualcosa da dimostrare. Più a se stesso che agli altri. Nei pressi del tavolo vide l’ago di un larice, probabilmente caduto in giardino e trascinato dentro da una scarpa. Lo tastò con una zampa, in modo cauto e calcolato, come se fosse un artificiere. La foglia gli si appiccicò al pelo, impregnata di resina com’era. Teie si dimenò, in preda al panico, e se la diede a zampe levate: era sotto attacco! Corse senza sosta per dieci minuti, sebbene l’ago si fosse staccato dopo venti secondi. Si accorse di essere fuori pericolo solo quando inciampò su una scarpa di Rachele, accanto al divano.

Si guardò la zampa: pulita. Tirò un sospiro di sollievo. Decise che non avrebbe lottato con quella scarpa, che tra l’altro gli aveva salvato la vita. Del resto un buon condottiero sa sempre quando è tempo di avere pietà. Inoltre voleva assai bene a Rachele. Avrebbe saputo discernere il suo odore fra mille: era un misto tra limone e gesso, ben diverso da quello di Santi, che era un profumo di colonia mantecato di sudore. In quel momento il cellulare della donna squillò. Lei aspettò un po’ prima di rispondere: si era svegliata da poco e aveva dormito male. Strabuzzò gli occhi, salutò Teie sbadigliando e barcollò verso la cucina, rispondendo alla chiamata. Era una di quelle persone tutte d’un pezzo che non hanno paura di rispondere al cellulare la mattina appena sveglie. Mentre conversava al telefono, si preparò un caffè.

A Teie piaceva Rachele soprattutto perché lei non lo accarezzava quasi mai. Le carezze lo facevano sentire inutile e viziato, e forse proprio per colpa loro si era dato in pasto alla locura e aveva iniziato ad attaccar briga con i mulini a vento. Mentre Rachele sorseggiava il suo caffè americano, Teie tornò in veranda, alla ricerca di altri nemici. Il cuscino su cui dormiva di solito si trovava proprio sotto la finestra, e quindi era lui il primo essere baciato dal sole quando la pittoresca alba morenica si spalancava sulla villa. Sul cassettone delle tapparelle c’era appesa la copia di un quadro molto caro a Santi, dal titolo Non sarete soli. Raffigurava due orsi peluche abbracciati all’imbocco di un arco di mattoni.

Tutt’attorno, un muro di mattoni, ed era piuttosto inquietante: gli orsi sembravano impauriti, come se un’ombra stesse per fargli del male, e l’arco ricordava un forno a legna, dava l’idea che sarebbero finiti bruciati vivi. Gliel’aveva regalato l’autore, Giorgio Tonelli, nel lontano ’92. Teie odiava quel quadro, e spesso aveva sognato di arrampicarsi fin là sopra e graffiarlo. Decise di passare dai miagolii ai fatti. Balzò sul davanzale interno e puntò le unghie sulle cinghie della tapparella per incominciare la sua scalata. A metà tragitto, le cinghie cedettero e Teie precipitò.

Data la sua stazza, non era agile quanto gli altri gatti, quindi cadde rovinosamente. Gli orsetti erano ancora saldi sopra la finestra. Sconsolato e intontito per via della caduta, abbandonò l’idea di squarciare il quadro e adottò la posizione della sfinge. Si mise a guardare fuori dalla finestra, cogitabondo: forse non era davvero capace di affrontare dei nemici. A un tratto il suo sguardo fu catturato da sue sagome che, vivaci, giocavano a rincorrersi e a tendersi degli agguati, in giardino. Sfilavano fiere da una parte all’altra, come due palle da tennis impazzite. Dapprima Teie si infastidì, per invidia. Rivedeva in quelle volpi l’ardore della sua ormai sfumata gioventù. Subito dopo, però, subentrò la rabbia: quella era casa sua, e i gatti sono da sempre grandi liberali sostenitori della proprietà privata. Era sulla zampa di guerra: doveva rivendicare ciò che gli apparteneva. La porta d’ingresso era chiusa, ma lui sapeva bene come aprire la maniglia. Si arrampicò sulla porta e poggiò la zampa sul metallo liscio. Nel preciso istante in cui udì lo scatto della serratura, la sua ira svanì. Aveva un occhio poggiato alla toppa e poteva scorgere il cucciolo di volpe, fuori. Lo trovò dolcissimo.

Come in Morte a Venezia, quando Gustav vede per la prima volta Tadzio: si sentiva così. Era un gatto acculturato. Non poteva scacciarli. Stava lì, il leone della savana, immobile come solo gli innocenti sanno stare. Tolse la zampa dalla maniglia, e la porta si richiuse. Si accasciò sul parquet, deluso di non aver trovato la battaglia che cercava. I predatori non dovrebbero mai essere iniziati al sentimento, alla pietà: rischiano di rammollirsi. Un buon soldato smette di essere tale quando si rende conto che sta combattendo contro anime, non contro corpi, e Teie, purtroppo, vedeva un’anima in tutto. «Ciao, Teie!» Si voltò di scatto. Rachele aveva finito il suo caffè e se ne stava andando via con un grosso biscotto digestive stretto in bocca, il casco e il borsone da lavoro nell’altra. Teie le miagolò la sua frustrazione, ma subito dopo riparò con delle scuse. Lei, nel frattempo, aveva finito il biscotto. «Oggi siamo chiacchieroni, eh? Scappo al lavoro, dài!» Teie rampò nuovamente sul davanzale interno per guardarla andare via. Le volpi erano fuggite, probabilmente spaventate.

Ormai si erano fatte le otto, era giunto il momento di andare a svegliare il suo padrone. Santi odiava essere disturbato così presto, ma Teie esigeva di bere il suo latte a quell’ora. A volte provvedeva Rachele a versarglielo, ma oggi era di fretta, quindi sarebbe toccato a lui. Sugli scalini si accorse di un fatto terribile. Più saliva, più l’odore di città si faceva acre e intenso. Cominciò a sospettare il peggio: forse si trattava davvero di un ospite. Gli artigli, quasi intonsi per lo scarso utilizzo, ricevettero il comando di uscire dalle loro cavità. Il battito cardiaco si fece più veloce. All’ultimo scalino, ogni dubbio si era dissipato: c’era un intruso in casa. Entrò in panico, ma poi le sue vibrisse si mossero piano, come a rassicurarlo.

Quello non era semplice odore di città, c’erano dei retrogusti che poteva percepire soltanto ora. C’era debolezza mista a un pelo di ansia, con una punta di tristezza. Si rese conto che era molto simile al proprio odore, solo che più bagnato. Si convinse a entrare nella stanza dell’ospite. Aprì la porta con grande accortezza e sudò sette pellicce per non fare alcun rumore. Un ragazzo dormiva chino su un lato. Le sue palpebre chiuse erano enormi e sembravano foglie, ma non quelle dei larici a cui Teie era abituato: parevano quelle di un olmo, o di un faggio.

Le sue labbra erano sottili e le guance scavate, ma la stempiatura dava l’illusione che la sua faccia non finisse mai. Teie si sentiva come un adolescente che vuole incidere il nome della propria innamorata sul tronco di un albero. Sapeva che gli avrebbe fatto male, ma la tentazione era grande. Decise di comportarsi da gatto e studiò la sua preda. Lo spirito animale entrò nella sua anima. Ci camminò dentro per qualche secondo, e poi prese la sua decisione. Un potentissimo urlo squarciò la calma della morena, e molti uccelli decisero di migrare su colline più silenziose.

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