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Qui c’è gente che sceglie il colore dei propri fornitori. E qualcuno pensa ancora che noi italiani non siamo razzisti

Di Giulio Cavalli
Pubblicato il 4 Lug. 2019 alle 18:49 Aggiornato il 4 Lug. 2019 alle 18:56
Immagine di copertina

«Oggetto: comunicazione importante»: si apre così la mail che la Chino Color srl ha inviato a un suo fornitore e che si aggiunge alla vergogna deriva di questo tempo. L’ha resa pubblica Cathy La Torre, avvocata e attivista LGBTQ da sempre impegnata sul fronte dei diritti. La mail, datata 21 giugno dice testualmente:

«Buongiorno, chiediamo tassativamente, pena interruzione di rapporto di fornitura con la vs Società, che non vengano più effettuate consegne utilizzando trasportatori di colore e/o pakistani, indiani o simili. Gli unici di nazionalità estera che saranno accettati saranno quelli dei paesi dell’Est, gli altri non saranno fatti entrare nella ns Azienda ne (scritto così, senza accento nda) tantomeno scaricati».

Niente negri insomma per non isolare il cortile di carico e scarico della CHINO COLO Srl, perché altrimenti i vertici se la prendono a male e tagliano qualsiasi rapporto di fornitura. Sembra uno scherzo ma non lo è: il razzismo sdoganato di questo tempo entra nei rapporti commerciali come se fosse davvero qualcosa di normale e viene addirittura sventolato con linguaggio quasi burocratico. E ora addirittura c’è chi si permette di scegliere il colore dei propri fornitori, come nei tempi più bui, scrivendo stupidamente no ai neri e pakistani o indiani o simili (che poi sarebbe curioso sapere chi sarebbero quei “simili”, vale anche per gli italiani che assomigliano agli indiani? Cosa significa “simili”?) e in un censimento per razza fatto come se fosse legale (e normale) ci si permette di “aprire le porte” a “quelli dei paesi dell’Est” (scritto minuscolo, riferendosi forse ai borghi che guardano al Mar Adriatico) per chissà quali meriti acquisiti sul campo.

Eppure questa mail è solo l’ultimo dei tanti casi di discriminazioni che si perpetuano nel nostro Paese in un modo o nell’altro, nel silenzio di troppe figure istituzionali se non addirittura con il beneplacito di alcuni. EA, negri in Svizzera, negri in Belgio, negri ovunque i nostri connazionali si trasferissero per cercare (esattamente come quelli dei nostri tempi) un futuro migliore per se stessi e per le proprie famiglie.

E si insiste a divedere gli uomini non in oppressi o oppressori ma per provenienza geografica, in un turbine di melma in cui lentamente affondiamo continuando ad illuderci che siano casi isolati, se non addirittura costruiti ad arte. Poi qualcuno ci dirà ancora che gli italiani non sono razzisti ma che è colpa della perdita di pazienza. Del resto, si sa, gli indiani hanno storicamente creato problemi al nostro paese. Già.

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