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Cosa c’è dietro il misterioso fenomeno del déjà vu

Anne Cleary, professoressa di psicologia presso la Colorado State University, ha condotto una serie di esperimenti per spiegare il fenomeno psichico

Di Laura Melissari
Pubblicato il 20 Set. 2017 alle 12:59 Aggiornato il 20 Set. 2017 alle 13:05
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Immagine di copertina

Il déjà vu è un fenomeno tanto frequente quanto – ancora oggi – inspiegabile. Riusciamo a riconoscerlo quando ci capita di provarlo ma non riusciamo a comprendere le dinamiche che fanno sì che accada.

Con déjà vu, comunemente si intende quella sensazione in cui ci sembra di aver già vissuto un momento, di aver già incontrato una persona o essersi già trovati in un luogo, una sorta di familiarità con qualcosa, pur avendo la consapevolezza che quell’esperienza non la si è mai vissuta nella realtà.

La professoressa di psicologia Anne Cleary della Colorado State University ha intrapreso nuovi studi per far luce su questo affascinante fenomeno psichico.

La parola francese déjà vu viene dal francese “già visto”, e fu usata per la prima volta all’inizio del XX secolo. Alcuni psicologi e neuropsicologi che si occupano dell’argomento stimano che due terzi della popolazione mondiale abbia sperimentato questo fenomeno nella propria vita.

Ma di cosa si tratta? Il ricordo di un sogno? Un trucco dell’immaginazione? Anne Cleary, professoressa di psicologia presso la Colorado State University ha provato a darne una spiegazione scientifica durante una Ted Talk.

La sua ricerca parte dalla lettura di The Déjà Vu Experience, un libro dello psicologo Alan Brown della Southern Methodist University in cui vengono avanzate diverse ipotesi scientifiche sulla natura del déjà vu, tra cui quella secondo la quale questo fenomeno può essere prodotto da casuali stimolazioni del cervello o dal fatto che il cervello riproduca le informazioni che aveva registrato pochi secondi prima.

Alcuni scienziati sostengono che dipenda dall’alterazione, anche solo momentanea, delle funzioni cognitive di riconoscimento e di memoria, una sorta di anomalia della memoria.

“Questi studi mi hanno lasciato con la sensazione che mancavano prove dirette empiriche”, ha spiegato Anne Claery, che ha intrapreso un nuovo esperimento sull’argomento. Proprio la difficoltà di riprodurre in laboratorio il fenomeno del déjà vu è stato uno dei problemi che in passato ha reso molto difficili la ricerca e gli studi empirici sul tema.

Cleary è propensa a sostenere l’ipotesi secondo la quale il déjà vu si verifichi quando incontriamo una scena simile a una già vissuta ma che non riusciamo a ricordare consapevolmente. Il nostro cervello mette in rilievo la somiglianza tra le due esperienze e le informazioni vengono trasmesse sotto forma di una sensazione sfuggente.

Cleary ha provato a simulare in laboratorio i déjà vu per poterli studiare meglio. È stato utilizzato un videogioco di simulazione chiamato The Sims, in cui i giocatori hanno l’opportunità di costruire spazi e stanze virtuali. La ricercatrice ha costruito coppie di luoghi quasi identici, che differivano per alcuni dettagli esterni. Ad esempio, una sala d’aspetto di un medico era stata disegnata in maniera simile a un acquario, un campo di bocce simile a una stazione della metropolitana e un negozio simile a una camera da letto.

Nella prima parte dell’esperimento alcuni soggetti sono stati fatti entrare (tramite occhiali per la realtà virtuale) in una determinata stanza per alcuni secondi. Nella seconda parte dell’esperimento, i soggetti sono passati in altri luoghi virtuali, alcuni con layout totalmente differenti, altri molto simili a degli spazi già visti nella prima parte dell’esperimento. I soggetti partecipanti sono poi stati sottoposti a una serie di domande, come ad esempio se avessero già vissuto quelle scene o se avessero sperimentato una forma di déjà vu.

La conclusione a cui è giunta la psicologa è che la somiglianza di due luoghi e il fatto di essersi dimenticati di essere già stati in un luogo simile possono portare a un déjà vu.

Ad esempio, quando i soggetti che erano stati nella pista da bowling, venivano poi fatti entrare nella stazione della metropolitana, che aveva un layout simile, ma non erano in grado di riconoscerla, avevano maggiori probabilità di vivere un déjà vu. E il grado di somiglianza ha influenzato l’intensità di quella sensazione.

Nella seconda parte dell’esperimento inoltre, alcuni soggetti sono stati introdotti in luoghi non solo simili ma perfettamente identici a quelli visitati in precedenza. Se avevano dimenticato di essere stati lì in precedenza, avevano più probabilità di vivere un déjà vu.

In generale, i soggetti partecipanti alla ricerca che hanno riferito di aver avuto déjà vu non avevano consapevolezza di essere stati in luoghi simili tra di loro. “Sembriamo avere accesso alla sensazione, ma non a molto altro”, dice Cleary.

Come afferma Cleary, i suoi studi sono solo indagini preliminari: “Non sono la fine della storia”. Ma crede che il suo lavoro ci possa insegnare qualcosa che non ha niente a che fare con i déjà vu: e cioè che possiamo utilizzare la scienza per studiare anche i fenomeni che supponiamo siano troppo misteriosi da spiegare.

Tutto quello che devi fare è progettare un esperimento e poi eseguirlo. “Non credo che ci sia molto che sia fuori dalla portata della scienza”, dice Cleary.

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