Metodo Calenda: tenete lontani i bambini dagli iPad e dai telefonini (di Luca Telese)

Di Luca Telese
Pubblicato il 13 Apr. 2019 alle 11:28 Aggiornato il 18 Apr. 2019 alle 09:21
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Immagine di copertina

Sono sei mesi che non riesco a smettere di arrovellarmi intorno a una cosa che mi ha detto Carlo Calenda: “Fai come me. A tuo figlio non fargli toccare nulla che sia digitale e connesso in rete fino a che non compie sedici anni di età. Non mettergli in mano un telefonino, non fargli toccare un device di qualsiasi tipo”.

Stavamo facendo una intervista sul libro che l’ex ministro stava scrivendo in quei giorni. Poi ne abbiamo fatta un’altra poco prima che uscisse. Poi il libro è uscito e abbiamo fatto una terza intervista, ovviamente sul libro (“Orizzonti Selvaggi”), e a margine ne abbiamo riparlato, e a lungo.

Per motivi di spazio – le famose priorità della politica – in nessuna di queste tre interviste ho trovato il modo di inserire il ragionamento drastico che Calenda fa sull’educazione digitale: bisognava parlare della crisi, del Pd, di Renzi e di Zingaretti.

Tuttavia, nei mesi scorsi, nel mio privato, ho assunto il suo punto di vista come parametro di riferimento estremo, ma anche come eponimo e come parametro della mia debolezza.

Ad esempio quando ne parlo con mia moglie, o con i miei amici genitori. E persino quando sgrido mio figlio: “Uno di questi giorni faccio come Calenda e ti stacco tutto!!”. Che illuso che sono.

La minaccia non sortisce esiti, non per colpa di Calenda – ovvio – ma per colpa mia, per i motivi che spiegherò.

Ed ecco riassunta nella sua folgorante essenza la filosofia pedagogica del papà di industria 4.0: “Io ho tre figli, di 5, 9 e 12 anni. E con tutti loro faccio come tutti i buoni padri delle classi dirigenti americane. Li proteggo, ovvero proteggo i miei figli da uno dei rischi più grandi che possono correre. Tieni presente – aggiunge Calenda – che negli Stati Uniti i primi ad interrogarsi sulla pericolosità del contatto con il mondo virtuale sono stati coloro che quel mondo lo hanno inventato. Con in testa due signori che si chiamano Bill Gates e Steve jobs, ben consapevoli dei problemi che può comportare per i cosiddetti nativi digitali. Intorno a questo tema in America si è sviluppato un dibattito enorme. Qui in Italia quasi non se ne parla. Secondo te come mai?”.

Si da il caso che il figlio maggiore di Calenda e mio figlio abbiano la stessa età. A dodici anni sono due pre-adolescenti perfetti. Il mio è un ragazzo tipo della sua generazione e di conseguenza ha sviluppato (come quasi tutti i suoi coetanei) una dipendenza letale dai videogiochi (e in particolare quello del momento che si chiama Fortnite).

Quando scherzo con Enrico o battaglio con lui per strappargli un ipad mentre sta giocando lo chiamo “fortossico”. Ridiamo, ma il problema esiste.

Il figlio di Carlo, invece, ha già sfilato nella sua prima manifestazione, a Milano, sull’integrazione. E Calenda mi ha raccontato, giustamente orgoglioso: “Legge molto. È un appassionato maniacale di storia. Quel giorno a Milano si è comprato una bandiera del Pci in un banchetto e se l’è portata dietro per tutto il corteo.”

Sorrido: “L’unico problema è che si dichiara comunista, ma da questo ne sino sicuro guarirà”. Vorrei che mio figlio contraesse la stessa malattia (e non “guarisse”), ma intanto chiedo a Carlo: “come fai ad applicare una interdizione totale? Come fa tuo figlio a non avere un telefonino, un iPad?”.

Ed ecco la risposta: “Non voglio che con loro si sviluppi un immaginario digitale prima che abbiamo preso dimestichezza con il gioco. Non voglio che i miei figli siano travolti da questo mondo potente e seducente prima che abbiamo sviluppato la loro fantasia. Le esperienze virtuali di cui parliamo – aggiunge l’ex ministro – sono così forti che se non ti sei strutturato prima un tuo immaginario, te ne inibiscono la crescita”.

E allora io resto quasi incredulo: “Ma come si fa a mantenere un figlio analogico in questi tempi? E le chat di classe? E le ricerchine di scuola? E i ritorni a casa, gli appuntamenti e le comunicazioni con i genitori? Come ci riesci?”.

Calenda mi guarda con un sorriso quasi comprensivo e mi fa: “Interdizione to-ta-le! Se deve mandare un messaggio lo chiede a me. Se deve mandare una mail a scuola lo fa sotto il mio controllo, con me, e poi molla l’IPad. Quanto alle comunicazioni e ai messaggi: sono il prodotto di un’altra ansia prodotta dal mondo digitale. Quella del controllo. Noi con i nostri genitori come facevamo? Senza telefonino. Dunque – conclude – possono farlo anche loro”.

Da sei mesi non riesco a smettere di pensare al teorema di Calenda. Vorrei fare come lui. Invece combatto con Enrico per strappargli l’Ipad, chiedo informazioni sui compiti sulla angosciosa e pervasiva chat di classe.

Vorrei fare come Calenda, ma sono prima di tutto un peccatore e un debole. Ipotizzo misure di controllo ridicole (“Non puoi giocare a Fortnite più di un’ora al giorno!”).

E oggi – confesso – l’ho coinvolto in una chat, per organizzare la partita di calcetto di domani. Per questo si io che lui bruceremo nell’inferno della dannazione 2.0, lo so. Mentre so già che i Calenda se ne andranno dritti dritti in un meraviglioso paradiso analogico.

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