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Cos’è la Sindrome di Stoccolma e perché è associata a Silvia Romano? 

Di Giovanni Macchi
Pubblicato il 11 Mag. 2020 alle 09:49 Aggiornato il 11 Mag. 2020 alle 09:49
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Cos’è la Sindrome di Stoccolma e perché è associata a Silvia Romano?

Silvia Romano è tornata in Italia dopo un anno e mezzo di prigionia, ma perché si associa il suo caso alla Sindrome di Stoccolma? Partiamo con il definire cos’è la Sindrome di Stoccolma. Si tratta di una delicata condizione che prevede uno stato di dipendenza psicologica e/o affettiva che si manifesta in genere nelle vittime di violenza fisica, verbale o psicologica. In genere la Sindrome di Stoccolma è associata a chi ha subito un abuso, come ostaggi, membri di una setta, abuso psicologico di bambini, prigionieri nei campi di concentramento, vittime d’incesto, violenza domestica e prigionieri di guerra.

Cos’è la Sindrome di Stoccolma: storia, cause e conseguenze

Durante i maltrattamenti subiti, la vittima prova un sentimento positivo nei confronti dell’aggressore, un sentimento che può spingersi all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando una connessione con il proprio carnefice. È pur vero che la Sindrome di Stoccolma non è stata inserita in alcun sistema internazionale di classificazione psichiatriche e non è classificata in nessun manuale di psicologia. Il primo caso di Sindrome di Stoccolma risale al 1973, quando Jan-Erik Olsson – un detenuto evaso dal carcere di Stoccolma – tentò una rapina in banca e prese in ostaggio tre donne e un uomo. Il sequestro durò 130 ore. Il rapinatore avanzò diverse richieste alla polizia, che provvide a soddisfarle tutte, eccetto una: fuggire insieme agli ostaggi. Una volta rilasciati sani e salvi, i soggetti furono interrogati a lungo e, secondo gli esami psicologici, risultò che gli ostaggi avessero più paura della polizia che del loro sequestratore. Il nome Sindrome di Stoccolma fu scelto dal criminologo e psicologo Nils Bejerot, ma il termine fu coniato da un agente speciale dell’FBI, Conrad Hassel, per definire il rapporto di complicità che si sviluppa tra la vittima di sequestro e il rapitore. Secondo Bejerot, la Sindrome di Stoccolma è comune nelle vittime che hanno subito un qualche tipo di abuso, ma è facile che insorga quando la detenzione non è associata a violenza. Una persona, quando viene presa in ostaggio, perde il controllo. La prigionia diventa sopportabile soltanto quando la vittima s’identifica nella causa del rapitore.

Per sintetizzare, quindi, la Sindrome di Stoccolma è una reazione emotiva automatica – sviluppata a livello inconscio – al trauma di essere vittima. Il termine entrò nel lessico popolare nel 1974, quando fu usato in difesa per Patty Hearst: quest’ultima, dopo essere stata rapita da esponenti dell’Esercito di Liberazione Simbionese, diventò loro complice in una serie di rapine in banca.

Sindrome di Stoccolma, perché viene associata a Silvia Romano?

Perché la Sindrome di Stoccolma è associata a Silvia Romano? La ragazza, 24 anni, è stata liberata il 9 maggio 2020 in Somalia e ha ammesso di essersi convertita spontaneamente all’Islam. Alcune fonti investigative non escludono che possa trattarsi di “una situazione psicologica legata al contesto in cui la ragazza ha vissuto in questi 18 mesi, non necessariamente destinata a durare nel tempo”. Una condizione psicologica che richiama, appunto, la Sindrome di Stoccolma. Ad oggi, viene associata alla Sindrome da stress post-traumatico e, per tale motivo, è anche trattata con farmaci e psicoterapia, una cura che può durare qualche anno e che lascia comunque degli effetti collaterali come disturbi del sonno, incubi, fobie, flashback e depressione.

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