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Home » Salute

Coronavirus, se vogliamo decongestionare gli ospedali in Lombardia dobbiamo ripartire dal territorio (di Pino Landonio)

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Il commento di Pino Landonio. "Se l’obiettivo è quello di decongestionare il più possibile gli ospedali, è certamente necessario ripartire dal territorio, evitando però di mandare allo sbaraglio altro personale sanitario, che già ha pagato un costo altissimo in termini di contagio"

Pino Landonio, il commento su TPI – L’attuale pandemia Covid-19 ha sottoposto il sistema sanitario lombardo a uno stress inimmaginabile e, come tale, ne ha messo in luce alcune evidenti fragilità. Se non è collassato del tutto è stato per l’eccezionale impegno di decine di migliaia di operatori, medici, infermieri e altri dipendenti ospedalieri, chiamati ad affrontare in prima linea l’urto dei malati e dei loro problemi.

La fragilità più evidente è stata la mancata tenuta dell’assetto territoriale, a partire dai MMG che hanno pagato in proprio un conto molto rilevante. Ma in generale ha pesato negativamente la carenza di efficienti strutture filtro tra MMG e PS: innanzitutto i presidi (POT e PREST) previsti sì dalla Regione, ma attivati solo in minima parte; ma anche servizi di medicina territoriali e ADI funzionanti; e soprattutto il ruolo e l’opera dei Dipartimenti di Prevenzione, teoricamente deputati a individuare i contatti dei contagiati ed effettuare le misure di isolamento controllato.

In Veneto, ad esempio, molto più che in Lombardia, sono stati mobilitati gli operatori dei Dipartimenti di prevenzione per i controlli anche con tamponi (a Venezia ne sono stati fatti molti, a cominciare dagli operatori più esposti, i sanitari, e proseguendo con altre categorie – i farmacisti -, cosa che ha permesso di limitare i contagi in sanità). In Lombardia le ATS hanno dato indicazioni agli operatori dei servizi di rimanere in smart work, smaltendo le pratiche arretrate e rispondendo alle chiamate. Nessuna azione di controllo nelle imprese, nei servizi e tanto meno in sanità.

Solo in questi giorni la Regione, con la DGR del 23/3 ha finalmente e parzialmente corretto il tiro: meglio tardi che mai, verrebbe da dire. Certo sarebbe stato meglio provvedere un mese fa, all’inizio della pandemia. Ma non è questo il momento di avanzare critiche. Occorre guardare al contenuto, e vedere quello che si può davvero fare, e nel più breve tempo possibile.

Si prevede di creare innanzitutto una nuova struttura territoriale, che col solito discutibile acronimo viene chiamata USCA (Unità speciale di Continuità Assistenziale), per la gestione territoriale del paziente COVID dimesso o paucisintomatico e per la sorveglianza dei casi clinici similinfluenzali: il MMG ne potrà chiedere l’attivazione sette giorni su sette, dalle ore 8 alle 20.

Si pensa poi di potenziare l’attività dell’ADI (Assistenza Domiciliare Integrata) destinata a pazienti COVID positivi che necessitano di osservazione e assistenza a bassa intensità. Infine si chiede un supporto alle Cure Palliative, coinvolte nella co-gestione dei pazienti COVID complessi cronici e fragili in dimissione dalle strutture sanitarie. Questo coinvolgimento appare particolarmente problematico, perché costringe alla promiscuità di trattamento tra pazienti non COVID e pazienti sì dimessi dalle strutture, ma di cui non è nota con sicurezza la potenzialità infettante.

Il limite maggiore della delibera è che tali Unità sono oggi tutte da costruire, formando personale adeguato e, soprattutto, dotandolo di tutto il supporto necessario: tute, mascherine, tamponi, saturimetri, senza i quali l’attività domiciliare sarebbe inutile o precaria.

Non è tuttavia il caso, in una fase come questa, di aprire polemiche a priori sulle scelte in atto. Ma alcune considerazioni preliminari vanno assolutamente fatte e garantite:

–  Occorre che il personale impiegato sia adeguatamente formato sui rischi e sulle misure di protezione e di prevenzione;

– Occorre che lo stesso sia dotato di tutto il supporto tecnico e protettivo necessario

– Occorre prevedere una sorveglianza molto attiva dei soggetti contagiati e dei loro conviventi, che non potranno uscire di casa, e ai quali dovranno essere garantite a domicilio tutte le necessità (viveri innanzitutto) con il supporto della protezione civile e dei Comuni

– Occorre infine risolvere il problema delle dimissioni protette dei pazienti “guariti” ma non in grado subito di tornare nella loro realtà familiare: non si può pensare di inviarli nelle RSA (come dice una delibera ancora in atto della Regione!), sia per la loro potenzialità ancora infettante che per il rischio di essere re-infettati, ma si dovranno attrezzare o letti a bassa intensità assistenziale negli ospedali o prevedere soluzioni alberghiere che siano adeguate.

Se l’obiettivo – sacrosanto – è quello di decongestionare il più possibile gli ospedali, e i loro PS, è certamente necessario ripartire dal territorio, ma evitando di mandare allo sbaraglio altro personale sanitario, che già ha pagato un costo altissimo in termini di contagio.

Il commento di Pino Landonio è nato a Busto Arsizio (Varese) l’11 aprile 1949. Medico specializzato in ematologia ed oncologia, ha lavorato all’ospedale di Niguarda (Milano) dal 1975 al 2006. Consigliere comunale dal 2005 al 2011; dal 2012 curatore di Area P – un’area dedicata alla poesia – a Palazzo Marino a Milano. Ha pubblicato per Ancora Daloghi immaginari (2015,2017) e Guarda il cielo (2016). Vive a Canegrate (Milano).

Leggi anche:  1. ESCLUSIVO TPI: Una nota riservata dell’Iss rivela che il 2 marzo era stata chiesta la chiusura di Alzano Lombardo e Nembro. Cronaca di un’epidemia annunciata / 2. ESCLUSIVO TPI: “Al Cardarelli di Napoli più del 30% del personale sanitario contagiato da Coronavirus”. Audio shock di un’infermiera 

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