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Le dimissioni capolavoro di Zinga: ora il Pd è esattamente ciò che voleva

Zingaretti ottiene il beneplacito di Draghi e dei 5 Stelle per la leadership di Letta, simbolo del Pd che i renziani detestano. Così la sua opera giunge a compimento

Di Luca Serafini
Pubblicato il 14 Mar. 2021 alle 09:41
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Immagine di copertina
Nicola Zingaretti Credits: ANSA

Furono vere dimissioni? La domanda in ambienti Pd comincia seriamente a circolare dopo tutto quello che è accaduto in seguito all’inaspettato passo indietro dell’ormai ex segretario Nicola Zingaretti. Una resa inizialmente interpretata come mero atto di sdegno di un politico pronto a non riconoscersi più nella sua comunità. O, in alternativa, come autocertificazione di scarso spessore politico, la presa d’atto dell’incapacità di tenere le fila di un partito sempre più lacerato.

Più passano i giorni, però, più la mossa di Zinga prende le sembianze di un saggio di tatticismo politico che farebbe impallidire persino il machiavellismo di Renzi. Le sue dimissioni, che in un articolo sul Fatto Quotidiano Antonello Caporale definisce “operose”, hanno infatti innescato movimento anti-renziano inerziale ma inarrestabile all’interno del Partito Democratico.

E così, è arrivata la richiesta quasi unanime ad Enrico Letta di prendere la guida dei dem. Base riformista, la corrente di Lotti e Guerini, ha accettato quasi senza fiatare, persino di fronte al progetto del “francese” di un congresso tematico e di primarie nel 2023 (la fotocopia della linea Zingaretti). Stefano Bonaccini, che picconava Zinga e preparava, forse, il terreno per la successione, è sembrato spiazzato dal corso che hanno rapidamente preso gli eventi, e di margini di manovra anche a lui ne sembrano rimasti ben pochi.

Ma non è tutto. Zingaretti, nel mentre che si dimetteva da segretario Pd, rinsaldava l’alleanza in Regione Lazio col Movimento Cinque Stelle (a cui sono andati due assessorati in Giunta), un’alleanza, del resto, a cui crede in maniera ferma anche Enrico Letta.

Come aveva già scritto su TPI Marco Antonellis, la presenza di Zingaretti nel Pd che verrà (e che viene battezzato oggi con l’elezione di Letta in Assemblea Nazionale) sarà tutt’altro che marginale. “Io ci sarò“, aveva scritto Zinga in una lettera a Letta. Secondo Il Fatto, ciò potrebbe tradursi in un ruolo da ministro in un futuro Governo. Non è esclusa nemmeno la candidatura a sindaco di Roma. C’è anche il collegio da deputato in Toscana che, volendo, lo aspetta.

Ma al di là delle cariche ufficiali, Zingaretti sembra sia riuscito a tessere la tela di un disegno politico che rischiava di impantanarsi, quello dell’alleanza strutturale col M5s e di una marginalizzazione delle correnti centriste e degli orfani di Renzi. Ed è riuscito a farlo, paradossalmente, proprio dimettendosi da segretario.

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