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Dai campi agricoli al governo: la storia di lotta di Bellanova andrebbe insegnata nelle scuole

La neo-ministra dell'Agricoltura ha ricevuto pesantissimi attacchi sui social per il suo abbigliamento e per il suo titolo di storia. Ma chi la attacca non ha capito bene chi è questa donna

Di Lorenzo Tosa
Pubblicato il 6 Set. 2019 alle 15:36 Aggiornato il 7 Set. 2019 alle 12:21
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Immagine di copertina
Teresa Bellanova, ministra dell'Agricoltura. Credit: Filippo MONTEFORTE / AFP

Teresa Bellanova, una storia che andrebbe insegnata a scuola

In queste ore hater professionisti (e dilettanti) e bestie provenienti invariabilmente dal milieu culturale – si fa per dire – della destra sovranista hanno dato il via a una campagna d’odio social tra le più violente mai registrate in Italia nei confronti della neo-ministra all’Agricoltura, Teresa Bellanova (chi è). Nel mirino degli odiatori seriali sono finiti il curriculum della ministra dem e, in modo ancora più brutale, il suo aspetto fisico e l’appariscente abito blu elettrico con cui ieri Bellanova si è presentata al giuramento della nuova squadra di governo al Quirinale.

Due accuse apparentemente lontanissime tra loro, che, tuttavia, sono figlie di un unico comun denominatore: la propagazione dell’odio sul web, che di volta in volta prende di mira, con spaventosa puntualità, il personaggio del momento, quasi sempre donna, colpita sul punto debole (in questo caso la licenza media), colta in un momento di possibile imbarazzo (l’abito sgargiante) e umiliata sul piano fisico. Quest’ultimo tipo di attacco ha un nome preciso. Si chiama body-shaming, una forma particolarmente pesante di bullismo che “colpisce l’aspetto fisico” ma – come spiegato proprio in questi giorni da Michela Murgia con un post diventato virale su Facebook – “mira in realtà ad annichilire lo spirito”.

Già, ma se questo era l’obiettivo degli odiatori, non hanno capito bene chi è Teresa Bellanova da Ceglie Messapica. Che avrà pure la terza media, ma ha fatto più lei nella sua vita per questo Paese di tutti gli esponenti della Lega messi insieme negli ultimi 30 anni. Ha visto più sofferenza lei di quanta qualunque ministro, deputato o senatore abbia dovuto toccare, subire, sfiorare o anche solo immaginare. Ed è un peccato.

La storia di Teresa Bellanova

Mentre Salvini ancora gattonava e la Meloni neanche era stata concepita, a 16 anni Teresa si spaccava la schiena come bracciante sotto 50 gradi al sole nella provincia barese. Non c’era tempo per studiare. Non c’erano soldi. Non c’era altro che terra. E, quando ha toccato con mano la condizione drammatica dei lavoratori a chiamata, quando la parola migrante neanche esisteva o era solo un participio presente, quando ha sentito sulla propria pelle cosa significava essere donna e operaia alla fine degli anni ‘70 sotto un padrone maschio per poche lire e un sudore infinito, a 20 anni Teresa ha capito che doveva diventare sindacalista.

Come coordinatrice delle donne Federbraccianti, ha girato in lungo e in largo la Puglia per combattere il caporalato, senza mai smettere di lavorare. Negli anni in cui i diritti del lavoro cominciavano a cadere uno dopo l’altro, ha combattuto in trincea nel sindacato, con ruoli via via più di responsabilità, sempre aspettando il proprio turno, senza mai scalciare o saltare una tappa, sempre nel suo Meridione, a cui ha dato tutto. E, nella seconda parte della sua vita, ha deciso di prestare alla politica i tre decenni di esperienza accumulata. Anche qui facendo la gavetta, prima coi Ds, poi alla Camera con l’Ulivo, infine col Pd come sottosegretaria e viceministra al Lavoro sotto i governi Renzi e Gentiloni, dove ha visto passare davanti i dossier più delicati della storia recente, mettendoci sempre la faccia e tavolta prendendosi i fischi, come all’Ilva di Taranto, sempre sapendo che non esistono risposte facili a problemi di una complessità inaudita.

Chiunque abbia avuto a che fare con lei o conosca la sua storia, non può che avere un tremendo rispetto per questa donna di 61 anni che, dopo aver respirato terra e ingoiato fango per due terzi della sua esistenza, ha avuto in sorte di diventare ministro. Ministro dell’Agricoltura. Sì, proprio lei, con la sua terza media. Lei che avrebbe potuto prendersela col mondo, scendere in piazza insieme ad altri milioni di persone e urlare contro la casta, prendersela coi poteri forti, risolvere tutto con un “vaffa”, avrebbe potuto vomitare bile contro chi ha avuto il privilegio di studiare. Ma sarebbe stato facile. Sarebbe stato comodo. E Teresa la parola facile non sa neppure cosa significhi.

Nessuno più di me considera studiare una delle più grandi e potenti elevazioni intellettuali e morali dell’essere umano. Ma sono altrettanto consapevole che la laurea e i titoli di studio in generale sono, prima di tutto, un mezzo, uno strumento di cui ci serviamo per convenzione e convenienza. Un parametro di valutazione universale grazie a cui riusciamo a orientarci e a riconoscere il valore di un professionista, nella massa indistinta della società, e di conseguenza a fidarci delle sue competenze. Non possiamo conoscere la storia personale e il percorso di ognuna delle decine di migliaia di persone con cui entriamo in contatto nell’arco di una vita, che sia un dentista, un architetto o un avvocato. Il titolo di studio diventa allora un carta d’identità di immediata lettura, un passaporto professionale con cui superare la dogana della diffidenza collettiva.

Ma noi la storia di Teresa Bellanova la conosciamo perfettamente, è un manuale vivente di come si sta al mondo pur senza mezzi, soldi, né studio. È un monumento all’intelligenza e alla caparbietà umana e femminile, una di quelle storie che, in un paese appena più decente di questo, insegneremmo nelle scuole, mentre qui da noi viene messa sotto processo dal tribunale del popolo.

In un momento storico in cui la competenza, la capacità e il merito sono diventati qualcosa di cui vergognarci, le lotte di Teresa e la sua dedizione alla causa degli ultimi e dei senza voce (di cui per anni ha fatto parte) sono un patrimonio inestimabile da difendere e da salvare. Oggi, per fortuna, gli italiani non sono più costretti a vivere vite come quella di Teresa, avendo passato il testimone ai nuovi ultimi di oggi, i migranti che raccolgono pomodori sotto il sole cocente per 4 euro l’ora, sfruttati da caporali che, un tempo, forse erano al loro posto. E in questa umanità perduta, in quelle storie di dolore e immigrazione, se andassimo a cercare, troveremo dieci, cento Terese che, senza una laurea e nessun pezzo di carta in mano, saranno forse i ministri di domani.

Io a governarmi voglio, anzi, pretendo, persone competenti e capaci. E nessuno lo è più di Teresa nel suo campo. E lo è paradossalmente proprio perché non ha potuto studiare. Chi, come me, crede nel valore profondo del merito oggi fa gli auguri di buon lavoro a questa donna meravigliosa e ringrazia se esistono ancora persone come Teresa che hanno voglia di dedicarsi alla cosa pubblica, sfidando ipocrisie e insulti sessisti, con un meraviglioso abito blu Klein sbattuto in faccia agli hater con un sorriso al momento del giuramento, mentre ovunque siamo circondati da arroganti signor nessuno, magari plurilaureati, che non sanno cosa sia il lavoro, la dignità, il rispetto.

Non so se Teresa Bellanova sarà un buono o un cattivo ministro dell’Agricoltura. So che non c’è oggi in Italia uomo o donna che meriti di sedere su quella poltrona più di lei. E di questi tempi, credetemi, è già un miracolo.

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