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Lo psicodramma di Salvini: si è cacciato in un vicolo cieco e ora non sa come uscirne

Cronaca di una frittata non annunciata e auto-inflitta

Di Luca Serafini
Pubblicato il 20 Ago. 2019 alle 09:16 Aggiornato il 10 Gen. 2020 alle 19:27
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Immagine di copertina
Matteo Salvini

Il Capitano, al secolo Matteo Salvini, ha fatto i conti senza l’oste. Ha scatenato una crisi di governo sotto l’ombrellone, convinto di avere il pallino del gioco in mano e di poter forzare le elezioni in fretta e furia.

Spavaldo, ruspante, ha lanciato il suo grido di battaglia dalle spiagge ed era pronto a varcare la soglia del Quirinale a torso nudo.

Certo di poter ridurre Mattarella al ruolo di mansueto bagnino, il vicepremier è stato però vittima di una malattia ormai nota come “sindrome di Matteo Renzi”. Il potere l’ha accecato, le manie di grandezza hanno prevalso sui saggi tatticismi.

Come resistere, del resto, alle sirene delle piazze, con frotte di “sorcini” abbacinati dalla grandeur del condottiero che imploravano di scaricare le zavorre e spingevano per il monocolore sovranista?

Una tentazione irresistibile, puntellata da sondaggi orgasmici. “L’état, c’est moi”, avrà pensato il vicepremier che voleva fare il premier. Del resto, aveva costretto l’alleato a ogni genere nefandezza, l’aveva ridotto a propria stampella. Impensabile un’alzata di testa degli zerbini nel momento decisivo.

Ma dove non arriva l’acume politico arriva l’istinto di autoconservazione. E così, spinti da sondaggi da specie in via di estinzione, gli utili idioti si sono trasformati in mefistofelici guastafeste.

Il Capitano, in un colpo solo, ha perso il tocco magico ma ha acquisito il potere della resurrezione (altrui): la sua mossa gonfia di vanagloria ha convinto Renzi e Grillo a uscire dalla tana. Da vecchie glorie, i due si sono trasformati in un baleno in consumati volponi, gli insulti reciproci sono diventati ammiccamenti.

A quel punto i “glory days” del Papeete erano già un ricordo e la frittata era fatta. Da lì per Salvini è iniziato lo psicodramma. “C’ero o ci facevo?”, sembrava dirsi allo specchio nel disperato tentativo di essere udito dagli ex amici traditi e di convincerli della sua incapacità di intendere e di volere.

Troppo tardi. “È difficile stare al mondo quando perdi l’orgoglio”, è il refrain ormai dominante a casa Di Maio. Mahmood sarà anche espressione delle élite che gli hanno fatto vincere Sanremo, ma le élite in fondo non sono così male, se stai per farci un governo assieme.

Nel frattempo, il Capitan Salvini appariva nei comizi sempre più sfatto, sfibrato dalla prospettiva di 3 anni e mezzo di grama opposizione quando Palazzo Chigi era ormai a un passo.

“Non possiamo fermarci mo che semo i padroni de Roma”, dice in Romanzo Criminale il Libanese al Freddo. “Fermamose mo che semo ancora vivi”, lo rintuzza quest’ultimo ribaltando la prospettiva.

Ma “er Freddo” Giorgetti è il primo ad aver invocato la crisi dopo le europee, e la disciplina lumbard non gli consente di fiutare il pericolo e di fermare il capo pronto allo schianto.

Gli altri sono soldatini e obbediscono senza fiatare. La banda “nun se scioje”, ma “pjamose Roma” resta una fantasia abortita sul più bello.

Sempre che gli altri non si schiantino a loro volta e che, come nel finale de “Le Iene” di Tarantino, non termini tutto con una mega-sparatoria in cui l’unico sopravvissuto (Mattarella) convoca le elezioni per sfinimento.

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