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La peggior legge elettorale di sempre? Ecco perché il Rosatellum allontana i cittadini dalla politica

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Credit: Stefano Mentana

Dal cosiddetto "effetto flipper" ai candidati nominati anziché eletti. Ecco cosa non va nella legge elettorale

Tra le new entry dei candidati del Pd alle politiche del 25 settembre c’è Mauro Berruto, ex commissario tecnico della Nazionale maschile di pallavolo ed ex manager della Scuola Holden, l’accademia di storytelling fondata da Alessandro Baricco. Nominato un anno e mezzo fa da Enrico Letta nella segreteria del partito e ora pronto al grande salto a Montecitorio (è capolista a Torino), Berruto ha recentemente firmato un video per la campagna elettorale dem in cui si azzarda una similitudine tra la legge elettorale in vigore, il Rosatellum, e un fantomatico nuovo regolamento del campionato di calcio: «Per vincere lo scudetto non basteranno i tuoi punti in classifica, ma la somma dei tuoi più quelli di altre squadre», avverte in via di metafora l’ex ct dell’Italvolley per spiegare come questa legge elettorale spinga i partiti a cercare alleanze. «Roma e Milan dovranno necessariamente parlarsi per non perdere le loro chance di vittoria, mentre il Torino rifiuterà ogni accordo andando incontro a una retrocessione certa ma… eroica», prosegue il neo-candidato del Pd.

La conclusione del video è amara: «Il campionato, piaccia o no, quest’anno si giocherà così. Ogni squadra sarà costretta a giocare con il peggior regolamento da quando esiste il calcio». Parole che – uscendo dalla similitudine sportiva – suonano sovrapponibili a quelle pronunciate più volte dal segretario Letta: «Il Rosatellum è il peggior sistema elettorale di sempre». O a quelle della capogruppo dem alla Camera, Debora Serracchiani: «Questa pessima legge elettorale ci costringe a fare alleanze elettorali». Eppure cinque anni fa, quando la legge fu approvata, la stessa Serracchiani diede un giudizio opposto: «Se abbiamo fatto il Rosatellum – disse – siamo noi i primi convinti che bisogna fare una coalizione e tenere insieme tutta la sinistra e anche i moderati». Sì, perché – a questo punto vale la pena ricordarlo – a scrivere e approvare questa «pessima» legge elettorale, nel 2017, fu proprio il Pd. Il renziano Ettore Rosato, che ne detiene la paternità, all’epoca ricopriva lo stesso incarico parlamentare che oggi è affidato a Serracchiani. Ed è facile trovare in rete il video dell’esultanza fragorosa che partì dai banchi dem quando la legge passò a Montecitorio con il sostegno anche di Forza Italia, dei vari Lupi e Verdini e della Lega («Per noi va bene qualsiasi legge, l’importante è andare a votare», disse Salvini).

Se è pur vero che Letta in quel 2017 non partecipò al voto, è altrettanto evidente che oggi il Pd si trova di fatto a rinnegare (ma senza fare mea culpa) una legge che porta il suo stesso timbro. Una legge che in questi quattro anni e mezzo di legislatura tutti o quasi in Parlamento hanno criticato ma nessuno ha modificato.

Fritto misto

Parliamo, in effetti, di un testo «pasticciato» e «con molti difetti», come emerge chiacchierando con Lorenzo Pregliasco, cofondatore e direttore di Youtrend, magazine specializzato in sondaggi. «In primis – osserva l’analista – è molto discutibile il meccanismo di contemplare le coalizioni prima del voto: questo è un elemento a cui ormai siamo abituati ma che esiste praticamente solo in Italia e che è fonte di molte criticità, perché obbliga di fatto a fare alleanze molto ampie e attribuisce un potere di ricatto ai partiti piccoli coalizzati. Inoltre – prosegue Pregliasco – l’elettore vota con l’idea di una coalizione pre-elettorale, ma poi spesso il governo lo fa una coalizione in parte o in toto diversa».

Ma per comprendere a fondo i problemi del Rosatellum occorre prima spiegare come funziona questo sistema elettorale così vituperato praticamente dall’intero arco costituzionale. La legge prevede che il 61% dei seggi sia assegnato col metodo proporzionale (cioè in base alla percentuale ottenuta da ciascun partito) e il 37% col sistema maggioritario (per cui ciascun seggio va al candidato del partito più votato nel rispettivo collegio uninonimale). Il restante 2% spetta – col proporzionale – ai parlamentari eletti nella circoscrizione “Estero”, che riunisce appunto tutti gli elettori italiani residenti fuori dal Paese. Dall’Alto Adige alla Sicilia, le circoscrizioni territoriali sono complessivamente 28 per la Camera e 20 per il Senato. E sono a loro volta suddivise in collegi uninominali e plurinominali. Nei 221 uninominali ogni partito o coalizione presenta un proprio candidato: sono così eletti i 147 deputati e 74 senatori della quota maggioritaria. Nei 75 collegi plurinominali, invece, ciascun partito deposita un “listino” nel quale sono indicati più candidati, da un minimo di due a un massimo di quattro: da questi collegi (e dalla circoscrizione “Estero”) escono, con il riparto proporzionale, i nomi dei restanti 253 deputati e 126 senatori. Alla distribuzione dei seggi – si badi – non sono ammessi tutti i partiti, ma solo quelli che raggiungono la soglia di sbarramento del 3% di voti su base nazionale.

Blindature

E ora vediamo quali sono le spine più appuntite del Rosatellum. La prima – forse la più evidente – è che agli elettori è impedito di esercitare il voto disgiunto: la “x” tracciata sul simbolo del partito assegna automaticamente il voto anche al candidato di quella lista o coalizione nel collegio uninonimale di riferimento. Ad esempio, se – come probabile – Luigi Di Maio sarà il candidato della coalizione di centrosinistra in un uninominale della Campania, chiunque voterà Pd in quel collegio darà contestualmente la propria preferenza all’ex capo politico del Movimento 5 Stelle, lo stesso che appena tre anni fa accusava i dem di essere «il partito di Bibbiano». «La mancata previsione del voto disgiunto riduce il potere dell’elettore», analizza Pregliasco. «D’altra parte, ciò consente ai partiti di blindare candidati deboli in collegi in cui la propria lista o coalizione va bene».

Più che eletti dai votanti, dunque, i parlamentari sono sostanzialmente nominati dai leader di partito (vedi le polemiche per i 18 prescelti da Giuseppe Conte nel Movimento 5 Stelle). Ciò vale anche per i candidati nella quota proporzionale. I listini, infatti, sono “bloccati”: se ad esempio nel collegio plurinominale Veneto 1 risulteranno eletti due deputati della Lega, quei due seggi andranno ai primi due nomi indicati sul listino del Carroccio. Nomi decisi a tavolino da Salvini e dagli altri maggiorenti del partito prima del voto. All’elettore, in altre parole, non è lasciata la possibilità di indicare il proprio candidato favorito. Non solo: la legge permette che lo stesso candidato si presenti in più collegi, il ché rafforza ulteriormente il potere di nomina dei leader di partito (se il candidato prescelto fa flop in un territorio, può essere eletto altrove).

La lotteria dei seggi

E qui veniamo agli esiti distorti rispetto al voto popolare cui il Rosatellum può condurre. A partire dal cosiddetto “effetto flipper”, particolarmente evidente alla Camera. Come ha ben spiegato su Lavoce.info il professor Emanuele Bracco, associato di Economia politica all’Università di Verona, a causa del cervellotico sistema di incrocio fra il risultato di un partito a livello nazionale e quello registrato sui territori, può capitare ad esempio che un travaso di 15mila voti a Milano dalla Lega a Fratelli d’Italia (rispetto alle politiche del 2018) si traduca in un deputato in più eletto da Giorgia Meloni non sotto la Madonnina, ma a Cagliari (!). E non a scapito del Carroccio di Salvini, bensì di Forza Italia, che “cederebbe” un seggio in Sardegna per poi essere “rimborsata” con un posto in più in Basilicata (!) “tolto” – questa volta sì – alla Lega. Proprio come una pallina da flipper che schizza chissà dove sul tavoliere, così uno spostamento di voti a Milano può avere ricadute in Sardegna e Basilicata.

Il meccanismo, come detto, è complesso, ma si può provare a semplificarlo come segue. Iniziamo col dire che, per la ripartizione dei seggi con il proporzionale, il legislatore aveva davanti a sé due strade: il metodo bottom-up, ossia assegnare i posti in Parlamento sulla base dei risultati di ciascun singolo collegio plurinominale, dunque su base territoriale; oppure il metodo top-down, cioè basarsi sull’esito nazionale delle elezioni e poi calarlo a livello locale. Il Rosatellum opta per questa seconda modalità. Ciascun partito, quindi, ha diritto a un numero di seggi alla Camera corrispondente alla percentuale di voti ottenuta su scala nazionale: se ad esempio il M5S prendesse il 10%, avrebbe diritto al 10% dei seggi di Montecitorio attribuiti col proporzionale, pari a circa 25. Ma i Cinque Stelle avranno candidati diversi da regione a regione, a seconda di come saranno compilati i vari “listini” del plurinominale: come si stabilisce allora chi saranno i 25 eletti? Qui entra in gioco il congegno dei “resti”.

Affidiamoci all’esempio fatto dal professor Bracco su Lavoce.info: «Immaginiamo ci siano 15 elettori che devono eleggere 5 deputati. Ogni partito riceverà un deputato ogni tre voti. Immaginiamo di avere tre partiti: il partito A riceve 8 voti, il partito B ne riceve 3 e il partito C ne riceve 4. Assegniamo quindi un deputato ogni tre voti, e ci ritroviamo con due seggi al partito A (8 voti), un seggio al partito B (3 voti) e un seggio al partito C (4 voti). Il quinto seggio sarà attribuito al partito che ha più voti “avanzati”, in questo caso il partito A (più precisamente al partito con il maggiore resto del quoziente tra voti e divisore, in questo caso pari a tre). Ci ritroviamo quindi con il partito A che ha avuto un po’ più seggi del dovuto (grazie ai resti), il partito B che ha avuto esattamente il numero di seggi spettanti, mentre il partito C ha avuto un po’ meno seggi del dovuto (a causa di un “resto” troppo basso)». Abbiamo dunque un partito “eccedentario” in termini di seggi (il partito A) e un partito “deficitario” (il C). Ciò avviene su tre livelli: a livello nazionale, a livello di circoscrizione e a livello di collegio plurinominale. Ebbene, per sanare queste discrasie si ricorre a un complicato sistema di compensazione: la commissione elettorale individuerà la circoscrizione e il collegio in cui il partito “eccedentario” ha un resto più basso, e sarà lì che a quel partito verrà sottratto il seggio eccedente e assegnato al partito “deficitario”.

«È un meccanismo molto complesso, delirante da spiegare. Di fatto è una lotteria, perché è molto difficile prevederne gli esiti», chiosa a TPI il professor Bracco. In definitiva, spiega Pregliasco, l’effetto flipper deriva dalla «necessità di far tornare i conti». «Il numero dei seggi è assegnato su base nazionale, ma poi bisogna far tornare i conti a livello circoscrizionale e di collegio». Ciò si traduce quindi in un «minor peso dei territori» e quindi degli elettori.

Meno parlamentari

Ad allontanare ulteriormente candidati e votanti, poi, è intervenuto il taglio dei parlamentari, peraltro approvato lo scorso anno proprio da un referendum popolare dopo essere stato uno storico cavallo di battaglia dei Cinque Stelle. Questa riforma, fa notare sempre Pregliasco, «determina una compressione della rappresentatività, perché, con meno parlamentari da eleggere, i collegi uninominali si sono ingranditi fino a diventare in alcuni casi davvero enormi». Che significa? Che, ad esempio, grandi città come Napoli, Torino, Palermo, Bologna o Firenze avranno diritto a un solo senatore. E che dunque saranno rappresentate a Palazzo Madama da un solo partito. Anche questo «riduce il legame candidato-elettore», dice il direttore di Youtrend. Il discorso vale in particolare per il Senato, dove la distribuzione dei seggi non avviene su base nazionale ma regionale. A prima vista può sembrare una misura che avvicina la politica al territorio, ma nei fatti si traduce in una ghigliottina per i partiti più piccoli, perché soprattutto nelle regioni medio-piccole, che hanno diritto a pochi seggi, la soglia di sbarramento implicita si alza molto rispetto al 3% previsto dalla legge. È stato calcolato che in regioni come la Liguria o le Marche il seggio scatta solo per chi raggiunge almeno il 15% dei voti, mentre in Umbria o Basilicata bisogna arrivare come minimo al 20.

Il peso degli uninominali

Il Rosatellum non prevede un premio di maggioranza. Ma il risultato delle singole partite nei collegi uninominali può consegnare al partito o alla coalizione vincente qualcosa che è molto simile a un bonus. «Gli uninominali incidono solo per un terzo dei seggi ma, se una coalizione ottiene nei vari collegi un vantaggio ampio o una distribuzione del voto efficiente, può ricavarne un “premio” importante», spiega Pregliasco. «È proprio quello che sta avvenendo oggi: il centrodestra nei sondaggi ha circa 18 punti di vantaggio a livello nazionale sul centrosinistra, ma questi 18 punti, spalmati sugli uninominali, possono tradursi in almeno l’80% dei collegi vinti. Il ché può far balzare la coalizione dal 50% dei seggi al 60% o più». Cioè a un passo da quella maggioranza dei due terzi in Parlamento che consentirebbe di mettere mano alla Costituzione. Prospettiva «difficile ma non impossibile», secondo il direttore di Youtrend. Ecco spiegato dunque perché con il Rosatellum è così importante il fatto di cercare alleanze: rispetto a una singola lista, una coalizione ha più chance di vittoria nei (determinanti) collegi uninominali.

Ma non solo di seggi, collegi e listini vive la politica. Anzi, «il fatto che in Italia si parli così tanto di legge elettorale è sintomo di una malattia politico-istituzionale», riflette Pregliasco. «In nessun altro Paese democratico del mondo c’è un dibattito così ossessivo sulla legge elettorale. Non si immagina di cambiarla ogni sei mesi. E si hanno sistemi più lineari. Da noi invece domina l’idea che il sistema elettorale produca chissà quale architettura politico-istituzionale: si cerca sempre il sistema arzigogolato per comporre tutti gli interessi, quando poi in realtà si finisce per scontentarli tutti o quasi». «C’è un problema nel Rosatellum – conclude l’analista – ma anche nel modo in cui è vissuta la legge elettorale nel nostro Paese».

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