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Home » Politica

Cosa succede al governo e all’opposizione dopo la vittoria del No al referendum

Immagine di copertina
Credit: AGF

Il premierato va nel congelatore. Ora il focus sarà sulla legge elettorale, con vista sulla prossima finanziaria. Ma Meloni sarebbe tentata anche dal voto anticipato. Intanto nel centrosinistra si prepara la sfida delle primarie

La vittoria del No al referendum sulla riforma della magistratura segna la prima grande sconfitta per la maggioranza che sostiene il Governo Meloni. E fa suonare il campanello d’allarme nel centrodestra, a circa un anno dalla scadenza della legislatura.

Gli oltre 14 milioni di italiani che si sono mobilitati contro la modifica costituzionale proposta dall’esecutivo rappresentano un bacino elettorale di gran lunga superiore rispetto ai 12 milioni di voti raccolti dai partiti di centrodestra alle ultime politiche. Ciò significa che, alle prossime elezioni, in caso di alta affluenza, il centrosinistra potrebbe prevalere.

Durante la campagna referendaria, Giorgia Meloni aveva ribadito più volte che l’eventuale successo del No non avrebbe provocato le sue dimissioni. E anche ieri, di fronte all’esito del voto, la presidente del Consiglio ha confermato quella linea, nei colloqui telefonici bilaterali avuti con gli altri leader della maggioranza: “Nulla cambia, si va avanti secondo programma”, è il diktat della premier.

Tuttavia è innegabile che questa bocciatura da parte degli elettori abbia inflitto un duro colpo alla forza del Governo. Tanto più se si ricorda il ripetuto rilievo attribuito dai rappresentanti dell’esecutivo proprio al fatto di godere del consenso della maggioranza degli italiani. Dunque, a dispetto delle dichiarazioni ufficiali, è lecito prevedere che il risultato del referendum influirà sulle prossime mosse di Meloni.

Un’ipotesi è che nell’esecutivo possa “saltare qualche testa” . In tal senso, tutte le strade portano al Ministero della Giustizia, in particolare ai nomi del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo gabinetto Giusi Bartolozzi. Nel corso della campagna referendaria, entrambi hanno messo in imbarazzo il Governo: il primo a causa dei suoi legami con un imprenditore condannato per mafia, la seconda per le sue frasi irrispettose nei confronti della magistratura. Almeno uno dei due potrebbe essere sacrificato per dare un segnale di cambiamento.

Più salda sembra invece la posizione del ministro Carlo Nordio, autore della riforma sulla separazione delle carriere, il quale ha già fatto sapere che non intende fare alcun passo indietro (“Non la considero una sconfitta personale”).

Secondo alcuni retroscena giornalistici, è possibile che nei prossimi giorni, dopo la visita istituzionale in Algeria, Meloni vada al Quirinale per discutere dell’esito referendario con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Tommaso Ciriaco, su La Repubblica, non esclude che la premier possa cedere alla tentazione di aprire una crisi di governo con l’obiettivo di andare a elezioni anticipate: sarebbe un modo per evitare di farsi logorare dal tempo e per infilare in contropiede gli avversari, che solo ora iniziano a pianificare la coalizione con cui correre alle prossime politiche.

Quel che sembra certo è che, con la vittoria del No, il centrodestra metterà nel congelatore la riforma del premierato, considerata da Meloni “la madre di tutte le riforme”. Il progetto sarà rimandato alla prossima legislatura, che è anche quella in cui il Parlamento dovrà eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

Se il Governo resterà in sella, il passaggio cruciale dei prossimi mesi sarà la riscrittura della legge elettorale, dove i nodi sono due: la scelta tra preferenze o listini bloccati e il peso da attribuire al premio di maggioranza. Bisognerà verificare se la maggioranza vorrà insistere con la proposta depositata nelle scorse settimane o se – alla luce della battuta d’arresto al referendum – cercherà di trovare punti di mediazione con il centrosinistra.

L’altro appuntamento cerchiato in rosso sull’agenda di Meloni è quello della prossima Legge di Bilancio. L’ultima finanziaria è stata la più leggera degli ultimi quindici anni e, secondo analisi convergenti, il piano dell’esecutivo era quello di risparmiare nel 2026 per poi sprigionare una manovra fortemente espansiva nel 2027, l’anno delle elezioni. Ma i grandi sconvolgimenti politici ed economici su scala globale potrebbero complicare quella strategia. Si vedrà.

Intanto, il successo del No al referendum inietta linfa vitale nel centrosinistra, che esce vincitore dalle urne per la prima volta dalle europee del 2014. Qui la grande partita nella partita è quella della leadership.

Giuseppe Conte ha già annunciato che il Movimento 5 Stelle è pronto a partecipare alle primarie di coalizione, purché siano “veramente aperte” e la segretaria del Pd Elly Schlein si è detta d’accordo. Sarà un testa a testa fra i due, con la renziana Silvia Salis probabilmente nelle vesti di terza incomoda: lo scontro si profila duro, ma c’è da evitare il rischio di lacerazioni interne.

Ad oggi il progetto del “campo largo” è ancora un cantiere aperto. Al centrosinistra tocca iniziare a pedalare. Il fattore tempo sarà determinante, non solo nella scelta della leadership di coalizione, ma anche nella definizione di un programma elettorale coerente e senza ambiguità.

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