Opposizione cercasi. Ma il Campo largo non sa ancora per chi votare
La vittoria al referendum sulla giustizia ha mostrato che l’elettorato non è allineato all'esecutivo. Ma tra programmi, veti, legge elettorale e leadership, il centrosinistra deve ancora offrire un’alternativa credibile. “Il popolo del No era molto eterogeneo”, ci spiega Lorenzo Pregliasco. “Sarà più difficile aggregarlo attorno a una proposta di governo”. “Ma un’area politica”, aggiunge, “non può essere pronta per le elezioni finché non ha un candidato”. "I leader però", precisa, "possono anche restringere il bacino di consenso”
Il referendum sulla giustizia è stato una vittoria per l’opposizione, non necessariamente dell’opposizione. La differenza è sottile ma esiste: è la distanza tra un voto contro una riforma e un voto per mandare qualcuno al governo. Il “No” ha fermato il progetto della maggioranza, mobilitato un elettorato oltre Pd, M5S e AVS e offerto l’immagine che al centrosinistra manca da anni: leader diversi dalla stessa parte. Poi è ricominciato il lavoro difficile: definire perimetro, programma e guida. Il campo largo è una possibilità aritmetica, non ancora un’alternativa di governo. Un elettorato potenziale c’è e, dopo l’approvazione al Senato dello Stabilicum, c’è anche un incentivo nuovo a metterlo insieme. Quello che manca è un patto: senza, le primarie rischiano di discutere del nome in cima al manifesto prima di sapere che cosa promettere sotto.
Voti contro
Lorenzo Pregliasco, giornalista e analista politico, è fondatore dell’agenzia di ricerche Quorum e direttore di YouTrend. A TPI legge il risultato come un dato ambivalente: una vittoria per l’opposizione, non la prova di un’alternativa pronta a governare. «Volendo, sono un po’ entrambe le cose», dice. «Quei quindici milioni di voti del No indicano che esiste potenzialmente un fronte maggioritario non allineato al governo». Il problema è ciò che quel voto non dimostra: «È possibile aggregare questo fronte intorno a un No, ma è molto più difficile aggregarlo intorno a un Sì, a una proposta di governo». Il referendum ha raccolto un dissenso largo, non lo ha trasformato in una coalizione.
Il passaggio dal No a un voto di coalizione affiora anche nelle due suppletive che si sono svolte in Veneto lo stesso giorno del referendum. A Rovigo e Selvazzano Dentro il centrodestra ha tenuto i collegi, mentre i candidati sostenuti da Pd, AVS e Italia Viva si sono fermati al 35 e al 31 per cento. Non è un referendum in miniatura: si votava in territori favorevoli alla destra e per eleggere due deputati. Eppure, per Pregliasco, il confronto fra le due schede resta istruttivo. «Lo stesso giorno gli stessi elettori sono andati sul No, ma non necessariamente hanno votato centrosinistra alle suppletive per il Parlamento». Al referendum era possibile convergere contro una riforma; per scegliere un deputato bisogna già scegliere una proposta, un partito, una rappresentanza. Il voto referendario si ferma prima di quella soglia.
Non è una sorpresa. Il referendum ha raccolto convinzioni diverse: chi giudicava la riforma pericolosa, chi voleva difendere l’equilibrio costituzionale, chi ha usato la scheda come un cartellino giallo alla maggioranza. «Il popolo del No è un popolo molto eterogeneo», osserva Pregliasco: «Questo è il limite e, se vogliamo, al tempo stesso la potenzialità del referendum: raccogliere elettori che poi la pensano molto diversamente sui temi economici, sociali e di politica internazionale». Perciò «non credo che esista un minimo comune denominatore che possa tenere dentro tutti coloro che hanno votato No». Può esistere «dentro una parte di quell’elettorato».
Sarebbe un errore trasformare i quindici milioni di voti in un programma già scritto, come se tutti avessero votato No con la stessa idea di sanità, salari, Ucraina, fisco o immigrazione. Ma sarebbe un errore speculare concludere che non esista un programma possibile per una maggioranza. Pd, M5S e AVS devono ritagliare nel bacino referendario un perimetro coeso abbastanza da dare un voto di governo e ampio abbastanza da contendere la partita alla destra.
Il cantiere del programma
Pregliasco indica una direzione, senza venderla come soluzione. «La strada più semplice, tra mille virgolette, potrebbe essere quella delle priorità sociali e socioeconomiche: sanità pubblica, investimenti sulla scuola. Però siamo davvero alle basi». Sono basi meno banali di quanto sembrino. La crisi del Servizio sanitario nazionale, le liste d’attesa, la carenza di personale, i salari bassi e la povertà possono dare a Pd, M5S e AVS una proposta riconoscibile. Azione, Italia Viva e Più Europa non sostengono l’opposto: si dividono, semmai, sugli strumenti, sul ruolo del privato e sulla quantità di mercato da ammettere nelle politiche pubbliche.
Il programma minimo esiste in forma implicita: finanziamento pluriennale della sanità, con obiettivi su personale, territorio e attese; legge contro il lavoro povero, con minimi contrattuali esigibili e decontribuzione mirata; garanzia contro la povertà, con servizi e condizioni proporzionate; incentivi a industria, ricerca, reti e automotive in cambio di investimenti, formazione, salari e occupazione. È un terreno più concreto dell’ennesimo appello a fare fronte contro la destra.
Il conflitto vero è fra due idee di Stato. M5S, AVS e una parte del Pd puntano su garanzie pubbliche dirette per servizi, reddito e transizione. Azione, Italia Viva e il riformismo dem insistono su incentivi, produttività e concorrenza regolata. Non è lo scontro fra chi vuole spendere e chi no: è la domanda su chi paga, chi decide e quale posto occupa il mercato. In sanità il dissenso riguarda privato accreditato e integrativa; sul lavoro, minimo legale e riduzione dell’orario; sul welfare, la natura della protezione dal bisogno. Sono dettagli soltanto per chi non dovrà scrivere una legge di bilancio.
Il programma non manca perché i partiti non abbiano idee, ma perché quelle idee devono essere ordinate. Assunzioni sanitarie, scuola, salario minimo, garanzia contro la povertà, sgravi e investimenti non possono essere tutti la prima priorità, né finanziati dalla formula universale della lotta all’evasione. Per ogni misura servono costo, copertura, platea e risultato atteso. Finché evita questi quattro numeri, l’unità resta un sentimento più che un programma.
Le differenze non finiscono al bilancio. Sulla politica estera Pd, Azione e Italia Viva sostengono Kyiv anche sul piano militare, dentro una cornice europea e atlantica; M5S e AVS contestano l’invio di armi e insistono sul negoziato. Sul Medio Oriente il nucleo Pd-M5S-AVS è più netto dei riformisti su Palestina, forniture militari a Israele e sanzioni. La pace non dissolve la disputa su armi, spesa e alleanze. Può offrire una cornice — iniziativa europea, Parlamento, civili, diritto internazionale — ma non una politica estera.
La Tav Torino-Lione racconta lo stesso problema in scala regionale. In Piemonte, il ritorno del M5S su posizioni No Tav ha riaperto la distanza con il Pd; AVS pone obiezioni ambientali, Italia Viva è favorevole. I dem spostano la discussione dal se completare un’opera avviata e finanziata al come farlo, con compensazioni e servizi per i territori. Lezione per Roma: una coalizione deve decidere prima se governare, rinegoziare o fermare i progetti esistenti. Altrimenti il primo cantiere diventa una crisi.
Il centro che divide
Il caso Renzi è meno marginale di quanto suggerisca il 2,5 per cento attribuito a Italia Viva dall’ultima rilevazione SWG. Non perché quei decimali siano la chiave del governo, ma perché Renzi è il test del perimetro. La sua collocazione nel referendum lo dice bene. Italia Viva si è astenuta in Parlamento; Renzi ha ribadito di essere favorevole alla separazione delle carriere, ma non a quel testo, giudicato una riforma mediocre e blindata dal governo. Al seggio ha lasciato libertà di voto: per lui, chi voleva segnalare gli errori della magistratura poteva votare Sì, chi voleva contestare la propaganda del governo poteva votare No. Non stava dunque nel fronte del No, ma nemmeno in quello del Sì.
Oggi Renzi sostiene che senza una componente riformista il campo largo non superi una certa soglia; M5S e una parte del Pd ritengono invece che il suo ingresso allontani elettori. Resta da capire se lo spazio riformista debba esistere in una futura alleanza e, nel caso, se possa essere separato dal suo interprete più divisivo. Azione resta fuori dal perimetro, mentre Progetto Civico Italia, Volt e altre forze centriste anti-Renzi contestano le nuove norme sulle firme. Pd e M5S sono al loro fianco; non significa che abbiano già trovato una casa comune.
La legge spinge all’unità
Lo Stabilicum rende la questione meno rinviabile. Il testo, passato al Senato e atteso alla lettura finale della Camera, assegna il premio alla coalizione che superi il 42 per cento. Un sistema del genere «incentiva l’allargamento delle coalizioni», osserva Pregliasco, «ma l’allargamento delle coalizioni incentiva l’eterogeneità delle coalizioni stesse». È la contraddizione dei premi di maggioranza: rendono conveniente l’unione, non necessariamente il governo. «Le forze devono mettersi d’accordo per vincere le elezioni. Questo non rende necessariamente facile governare». Può cambiare, però, il comportamento degli elettori. «Il premio di maggioranza potrebbe bipolarizzare la partita», dice l’analista, «incentivare l’elettore a dare un voto utile, tra virgolette, a una delle due coalizioni, anche se magari non è l’opzione preferita ma rappresenta la meno sgradita». È qui che entra Vannacci. Futuro Nazionale può dividere il centrodestra o diventare il suo quarto pilastro. Se resterà autonomo, può sottrarre al blocco di governo punti decisivi per il premio; se entrerà in coalizione, potrebbe aumentarne la forza numerica e insieme radicalizzarne il profilo, offrendo all’opposizione l’occasione di parlare a moderati e ceti produttivi.
Le incognite Vannacci e Grillo
Pregliasco invita anche qui a non scambiare una fotografia per un destino. «Oltre metà degli elettori di Vannacci ha comunque un giudizio positivo su Meloni», osserva. «Questo significa che, di quel 7,6 per cento di Vannacci, potenzialmente almeno tre punti potrebbero rientrare sul centrodestra» se Meloni riuscisse a intercettare «l’elettorato vannacciano di frontiera». Né Vannacci va cercato automaticamente dentro il popolo del No: una parte di quel voto era protesta contro il governo, ma «non tutti quelli che hanno votato No erano di sinistra o di centrosinistra».
L’altro fattore di instabilità è Beppe Grillo. Per ora non esiste un suo nuovo partito: esistono una causa sul nome e sul simbolo del M5S, attacchi a Conte, lo status WhatsApp “Movimento zero stelle” e molte ricostruzioni su un possibile ritorno. Due indizi non fanno un partito, ma possono bastare a rendere più costoso per Conte ogni compromesso. Se Grillo tornasse a occupare lo spazio della protesta e dell’identità originaria, il Movimento avrebbe meno margine per apparire subalterno al Pd, vicino a Renzi o accomodante su Tav, welfare e politica estera. Anche senza una lista, è già un rumore di fondo che rende più difficile scegliere.
Il candidato che manca
Il centrodestra, almeno, ha una risposta provvisoria alla domanda decisiva. Giorgia Meloni è il suo volto, la presidente del Consiglio uscente e il punto di equilibrio di una maggioranza che, nonostante le tensioni, dura. «La figura Meloni è molto rassicurante, non fosse altro che per la tenuta del governo», dice Pregliasco. «Al di là dei risultati, è un’immagine che l’elettore considera: si sa per chi si vota. Invece il centrosinistra, in questo momento, non si sa per chi si vota».
Per Pregliasco i problemi sono «due, ma collegati»: leadership e compatibilità degli elettorati. «Un’area politica non può essere pronta per le elezioni finché non ha una leadership. L’elettorato ragiona anche in termini di possibile guida del governo». Non basta ricordare che, in Costituzione, il capo del governo non è eletto direttamente: nella prassi, aggiunge, «prima va individuato un metodo e poi un leader». Il metodo conta quanto il nome. Primarie con voto fisico, online, doppio turno, partecipazione aperta o limitata: oggi non esiste una regola condivisa. E senza regola ogni sondaggio su Schlein o Conte è una discussione sul meteo, non una previsione.
La compatibilità è l’altro problema. «L’elettorato del Movimento 5 Stelle non è così abituato a votare insieme al Pd, insieme a Renzi, per capirci», osserva Pregliasco, «soprattutto qualora il leader non fosse un esponente del Movimento». Il referendum non aveva un candidato premier. Le politiche lo avranno, e «i leader possono allargare il bacino di consenso ma possono anche restringerlo»: non tutti quelli che hanno votato No sceglierebbero una coalizione guidata da Conte, da Schlein o da un terzo nome. Il candidato non è il premio da distribuire alla fine della trattativa, ma una delle variabili che decide quanto grande sarà il perimetro.
C’è una lettura meno severa di questi mesi. Pregliasco non ritiene che il centrosinistra abbia «gestito male» la vittoria referendaria: «Non ho visto una foga volta a trasferire subito quel risultato in un voto politico. Sarebbe stato un gesto molto avventato». L’opposizione ha incassato «una vittoria politica importante» e forse ha sperato che il centrodestra si disunisse o commettesse qualche passo falso: «Cosa che in parte è anche avvenuta». Ma l’attesa può essere una strategia soltanto per un po’. Vannacci pesa, la legge elettorale stringe i tempi, Grillo può complicare il M5S. Aspettare che l’avversario sbagli non è un programma, e nemmeno un metodo per scegliere la leadership.
L’elettorato, dice Pregliasco, «forse si aspetta questa volta maggiore chiarezza, sapere prima un pochino che cosa accadrà», perché «la scottatura delle votazioni passate ancora brucia». Non significa trovare una linea comune su tutto. Significa indicare prima del voto le priorità, i confini e le differenze che resteranno aperte. Il referendum ha dato all’opposizione una prova generale di unità. Il programma le chiede qualcosa di meno teatrale e più difficile: decidere non solo contro chi stare, ma quali promesse mantenere per prime, chi deve finanziarle e quali litigi vale la pena non risolvere per provare a governare.