“Se cade il governo si torna alle urne”: la linea di Mattarella dopo il terremoto nella maggioranza Pd-M5S

Mattarella non sarebbe propenso ad eventuali rimpasti di governo. Il voto resta la pista più praticabile in caso di crisi politica

Di Veronica Di Benedetto Montaccini
Pubblicato il 30 Ott. 2019 alle 13:05 Aggiornato il 11 Nov. 2019 alle 12:55
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Immagine di copertina
Sergio Mattarella Credit: Ansa

News governo, Mattarella esprime la linea del Quirinale sulla tenuta della maggioranza giallo-rossa

Dopo le elezioni in Umbria del 27 ottobre il governo giallo-rosso traballa. Per il Quirinale “non sono possibili formule politiche ulteriori”. “Se cade il governo giallorosso si va al voto”, questa sarebbe la linea del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Si andrebbe alle urne molto prima del referendum sulla legge elettorale, cioè con il Rosatellum per eleggere un Parlamento di 945 membri, “perché il Paese non può aspettare” o “fare governi tecnici”.

News governo, Mattarella parla di urne

Questo è lo scenario politico con le tensioni che pendono sul governo Conte bis su cui molti scommettono sulla sua fine a breve. La priorità per il capo dello Stato resta però la manovra. La legge di Bilancio deve essere approvata prima di qualsiasi crisi di governo.

Quanto accaduto in Umbria non impone a Sergio Mattarella alcun intervento. Nella notte della vittoria umbra il leader della Lega Matteo Salvini ha evocato una sua iniziativa, ma formalmente non impone nessuna azione politica.

Caduta di governo, i precedenti

Ci sono dei precedenti nella storia recente. Nell’aprile 2000, dopo la sconfitta alle regionali, Massimo D’Alema rassegnò le dimissioni. Nacque un nuovo governo, guidato da Giuliano Amato. Nell’aprile del 2005, dopo un rovescio del centrodestra, Silvio Berlusconi si dimise sì, ma per fare subito un nuovo governo guidato da lui medesimo, il Berlusconi ter. Stavolta, se Conte si dimettesse sarebbe insomma molto difficile evitare le urne.

Il referendum sul taglio dei parlamentari

La riforma del taglio votata dal Parlamento lo scorso 8 ottobre e pubblicata in Gazzetta ufficiale il 12 ottobre prevede un’elezione di 600 parlamentari e non più 945. Ma con elezioni anticipate non sarebbe possibile attuarla. L’articolo 4 della Riforma dispone infatti che “le disposizioni si applicano non prima che siano decorsi sessanta giorni dalla predetta data di entrata in vigore”.

L’entrata in vigore è prevista per il 12 gennaio e se un quinto dei parlamentari non avrà raccolto le firme necessarie per fare scattare il referendum confermativo, e quindi le nuove regole varrebbero dal 12 marzo. Oppure sessanta giorni dopo la celebrazione del referendum.

Alla Camera tre deputati, Deborah Bergamini Roberto Giachetti, Riccardo Magi, stanno raccogliendo le firme per chiedere il referendum. Hanno tempo tre mesi. Servono le firme di un quinto o della Camera o del Senato. 126 firme a Montecitorio, dove al momento sono a quota 15. Va meglio al Senato. Qui le firme raccolte sono 40. Ne mancano 24.

Insomma, secondo la linea del Quirinale, si rischia di andare alle urne senza neanche passare dal referendum.

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