Meloni ordina la “fuga” dalla Calabria. Tra ‘ndrangheta e Mark Caltagirone: FdI travolta dagli scandali

In Calabria il partito della Meloni è travolto da scandali, arresti eccellenti e inchieste giudiziarie. Edmondo Cirielli, che decise le candidature alle regionali, è stato silurato. Il rischio implosione è dietro l’angolo e la leader sovranista toglie i “suoi” dai posti di potere

Di Alessia Bausone
Pubblicato il 7 Lug. 2020 alle 11:38 Aggiornato il 7 Lug. 2020 alle 16:00
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Fratelli d’Italia: Meloni ordina la “fuga” dalla Calabria. Pesano gli scandali e le inchieste giudiziarie

La situazione è decisamente critica se Giorgia Meloni, la leader sovranista per eccellenza, ha smesso di vantarsi delle percentuali strabilianti e dei sondaggi favorevoli per intraprendere, almeno per la Calabria, un nuovo percorso d’azione politica, divenuto quasi obbligato: la fuga. Il diktat imposto ai “fratellisti calabresi” è stato la “Fdi-Exit” ossia il rifiuto di esprimere il candidato Sindaco a Reggio Calabria (che sul tavolo nazionale è andato alla Lega), la Presidenza del consiglio regionale (andata a Forza Italia) e la Presidenza della commissione regionale anti ‘ndrangheta.

I motivi alla base di questa scelta riguardano importanti inchieste delle direzioni distrettuali antimafia calabresi che hanno avuto ampia eco nelle testate nazionali e che hanno scosso la Meloni al punto di rimuovere il commissario provinciale del Partito a Reggio Calabria, il salernitato Edmondo Cirielli che era deputato a stilare le liste per le elezioni regionali calabresi. E pensare che la Meloni nel dicembre 2019 dichiarò, dopo l’arresto per voto di scambio politico-mafioso dell’ex assessore regionale del Piemonte Roberto Rosso, che “la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta ci fanno schifo e ci fa schifo chi scende a patti con loro. Da sempre, noi di Fratelli d’Italia siamo rigidissimi nella selezione e nelle candidature e facciamo tutto quello che è nelle nostre possibilità per proporre agli italiani persone senza macchia”.

Una selezione che, invece, in Calabria pare essere stata scricchiolante, come da lei riconosciuto nelle reprimende ai maggiorenti del Partito. Già prima delle regionali, il “suo” candidato in pectore a Sindaco di Reggio Calabria, predecessore di Cirielli nel ruolo di coordinatore di Fdi per la provincia di Reggio, Alessandro Nicolò venne arrestato nel luglio 2019 a causa dell’indagine della Dda di Reggio Calabria denominata “Libro nero” che lo vede indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Secondo l’accusa Nicolò avrebbe favorito, in cambio di appoggi elettorali, gli obiettivi della cosca Libri di Cannavò, al cui vertice vi sarebbe Filippo Chirico, genero del boss defunto Pasquale Libri, già condannato a 20 anni di reclusione nell’inchiesta Theorema-Roccaforte.

Non è andata meglio con i “suoi” consiglieri regionali eletti nell’ultima tornata elettorale del gennaio scorso (3 su 4 transfughi del centrosinistra). Domenico Creazzo, già sindaco di Sant’Eufemia d’Aspromonte, appena un mese dopo la sua elezione è stato arrestato (ed è tutt’ora agli arresti domiciliari) nell’ambito dell’inchiesta “Eyphemos” della Dda di Reggio Calabria. È accusato di voto di scambio politico mafioso con la cosca Alvaro di Sinopoli. Nella stessa inchiesta compare l’altro consigliere ex PD fresco di svolta sovranista Giuseppe Neri. Pur non essendo indagato, in un passo dell’ordinanza di custodia cautelare dell’ex consigliere Creazzo si legge che il fratello di quest’ultimo, Antonino, “senza mezzi termini, ascriveva il successo elettorale precedente di Giuseppe Neri ‘all’impegno’ di importanti cosche di ‘ndrangheta, attivate tramite intermediario”.

E se il vicepresidente del consiglio regionale calabrese in quota FdI Luca Morrone è accusato da Nicola Gratteri di “traffico di influenze” nell’ambito dell’inchiesta Passepartout, il capogruppo Filippo Pietropaolo comprare nelle carte del decreto di perquisizione e sequestro del 26 novembre 2008 della Procura di Salerno (emanato nell’ambito dei procedimenti aperti a carico delle toghe catanzaresi e col fine di acquisire gli atti dei procedimenti “Why not” e “Poseidone”, sottratti a Luigi De Magistris) quale prestanome (in qualità di amministratore della Roma 9 s.r.l.) per l’acquisto di un immobile in co-proprietà con Giancarlo Pittelli. Quest’ultimo è un ex parlamentare in carcere dallo scorso dicembre (arrestato dallo stesso Gratteri perché indagato per concorso esterno in associazione mafiosa e ritenuto al centro della maxi-inchiesta Rinascita-Scott), che la Meloni nel 2017 aveva accolto nel Partito twittando: “Pittelli è un valore aggiunto per la Calabria e per tutta l’Italia”.

L’affaire Mark Caltagirone

Non è esente dalla lente del rumors politico nemmeno l’unica deputata calabrese di Fratelli D’Italia e attuale commissaria regionale (e plenipotenziaria) del Partito, Wanda Ferro. Nel suo caso gli “imbarazzi” riguardano fatti apparentemente classificabili come gossip estivo o cronaca rosa, ma che si prestano anche ad una lettura politica assai differente. Agli inizi degli anni ’90, ai tempi della frequentazione dell’Università a Messina, la pupilla della Meloni è stata fidanzata con Luigi “Gino” Sparacio, allora protagonista assoluto della mafia della città. Sparacio a Messina gestiva appalti, usura, estorsioni. Il primo omicidio lo compì a 17 anni uccidendo il buttafuori del noto ristorante “La Macina”, Sasà Bruzzese. Lui si vantava: “Non c’ è cosa che succeda a Messina che io non voglia…”.

Ma, nonostante questo, la Ferro sostenne davanti ai pubblici ministeri di non aver mai saputo la vera identità del suo fidanzato. In una udienza del maggio 2002 a Catania, Sparacio raccontò di quando venne autorizzato dall’allora capo della Dna Siclari a telefonare alla sua ex fidanzata Wanda Ferro “poichè era amica di una parente dei Piromalli” e che, quindi, “poteva ottenere notizie sull’omicidio di due carabinieri avvenuto a Reggio Calabria”. Sentita come testimone, la Ferro rifilò una sequela di “non ricordo, non ricordo”, quasi al pari della deputata PD Micaela Campana durante l’udienza del processo “Mondo di mezzo”.

Com’è noto, anche la Ferro venne coinvolta nell’intricato “affaire Mark Caltagirone”, una storia che ha del surreale, ma che ha tenuto banco nei talk show e nel mondo trash di tutta Italia, nonostante abbia delle dinamiche più serie tutte ancora da chiarire, a partire dai vari Vip che dissero di aver pagato per uscire da un giro di ricatti sentimentali. Una delle protagoniste della vicenda, la ex agente di Pamela Prati, Eliana Michelazzo, dichiarò nel maggio 2019, in diretta tv da Barbara D’Urso che “Wanda Ferro invece di negare il suo coinvolgimento dovrebbe dire la verità. È un’altra che mente”, per poi essere accusata esattamente un anno dopo dalla stessa Prati a Domenica In da Mara Venier di “essere stata plagiata”.

Inoltre, l’altra agente della Prati è tale Pamela Perricciolo di Chiaravalle, provincia di Catanzaro. Cresciuta in “gioventù nazionale”, conosce la Ferro da anni e le foto tra le due fioccano in rete. Perricciolo ha, addirittura, portato più volte con la sua agenzia personaggi dello spettacolo alla festa nazionale ad Atreju di Fratelli D’Italia, a dimostrazione delle sue entrature “forti” in FdI. Il padre e il fratello di Pamela Perricciolo, a seguito di svariate indagini iniziate con la nota “operazione Gustav” della Squadra Mobile di Ancona, sono stati condannati nel gennaio 2018 dal Tribunale di Macerata per associazione mafiosa (condanna a nove anni e sei mesi per il primo, a 15 per il secondo), essendo ritenuti parte dello spietato clan che gestiva il pizzo della movida di Macerata e delle Marche.

Il nome della Ferro compare anche nelle carte dell’inchiesta “Jonny” della Dda di Catanzaro che ha portato alla condanna per associazione mafiosa, lo scorso dicembre, di Leonardo Sacco (ex leader della “Fraternita Misericordia di Isola Capo Rizzuto) a 17 anni e 4 mesi e dell’ex parroco di Isola Capo Rizzuto Edoardo Scordio, condannato il mese scorso a 14 anni e 6 mesi. Dall’informativa dei Carabinieri del Ros, allegata al fascicolo di indagine che ruota attorno a una trentina di milioni di euro sottratti alle casse del Cara di Crotone negli ultimi dieci anni, emerge un episodio riguardante “l’attivo coinvolgimento di Sacco Leonardo nella campagna elettorale in favore di Wanda Ferro” (allora candidata alla presidenza della Regione). Dalle intercettazioni si palesano gli sforzi di Sacco per la candidata: “Domani sera alle nove viene Wanda Ferro in piazza…dobbiamo riempire la piazza…portate cristiani…avvisa che i panini sono gratis”, si legge negli atti.

Insomma, con tutte queste gatte da pelare e con FdI a rischio implosione, sicuramente Giorgia Meloni non utilizzerà il bonus vacanze per venire in Calabria.

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