Il tramonto di Giggino, quello che voleva fare il premier

Di Fabio Salamida
Pubblicato il 29 Mag. 2019 alle 17:22 Aggiornato il 29 Mag. 2019 alle 20:16
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Immagine di copertina
Luigi Di Maio

M5s crisi Di Maio | Il tramonto di Giggino

M5s crisi Di Maio – La storia recente ci insegna che quando il partito della Casaleggio Associati ha bisogno di uscire da situazioni di difficoltà o imbarazzo si rifugia nella famigerata Piattaforma Rousseau, il sistema di voto online già multato dal Garante della Privacy perché “inaffidabile e manipolabile”.

Sono in molti a sospettare che i risultati delle consultazioni a cui sulla carta partecipano poche decine di migliaia di persone siano in realtà decisi a tavolino nelle segrete stanze della società milanese, anima e corpo del Movimento 5 Stelle.

A maggio del 2018, 44.796 iscritti votarono per dare il via libera al “Contratto di Governo” che sancì il matrimonio tra i grillini e la Lega di Matteo Salvini; a febbraio scorso furono invece in 52.417 ad esprimersi per salvare il ministro dell’Interno dal processo sul caso Diciotti: in quell’occasione a sancire un inedito primato della politica sulla magistratura furono 30.948 iscritti, mentre gli altri 21.469 restarono fedeli alla linea giustizialista che fino a quel giorno aveva caratterizzato il “partito degli onesti” fondato dal comico leader Beppe Grillo e dal defunto Gianroberto Casaleggio.

Nelle prossime ore la Piattaforma Rousseau dovrà esprimersi sul futuro di Luigi Di Maio, vicepremier, “capo politico” e frontman del trionfo elettorale che il 4 marzo scorso vide i grillini imporsi su tutti gli altri partiti con un roboante 32 per cento.

Da quella notte di abbracci e esultanze sembra passato più di un secolo: nei mesi successivi il Movimento ha infatti collezionato pesanti sconfitte elettorali in regioni e comuni e ha dovuto ingoiare grandi delusioni politiche tra cui il via libera alla Tap, il mezzo flop del “reddito di cittadinanza” e l’approvazione del progetto del nuovo ponte di Genova senza i ristoranti e i luna park tonenilliani.

M5s crisi Di Maio | Il processo al leader

A portare definitivamente sul banco degli imputati Giggino, quello che voleva fare il premier, il drammatico tracollo del partito alle elezioni europee del 26 maggio, quegli oltre sei milioni di voti persi e il bruciante sorpasso da parte del Pd.

“Chiedo di mettere al voto degli iscritti su Rousseau il mio ruolo di capo politico, perché è giusto che siate voi ad esprimervi. Gli unici a cui devo rendere conto del mio operato”, ha scritto l’ex steward dello Stadio San Paolo di Napoli sul “Blog delle stelle”.

La mossa è chiaramente una richiesta di ri-legittimazione per silenziare i tanti mal di pancia che in queste ore si palesano sui territori e all’interno dei gruppi parlamentari: le accuse rivolte a Di Maio vanno da quella più “soft” di accentrare in sé troppi ruoli, a quella più “hard” di non reggere il confronto con Salvini e di subirne l’italico fascino.

Non sappiamo se la decisione di ricorrere a Rousseau sia arrivata direttamente dal “capo politico” o se sia stata una scelta della stessa Casaleggio Associati. Ciò che invece appare più che chiaro è che il risultato della consultazione confermerà il leader, probabilmente con percentuali non bulgare.

Il motivo è strategico: il voto europeo, salvo sorprese che potrebbero far mutare l’attuale quadro politico, ha allontanato l’ipotesi di elezioni anticipate a breve periodo; la data che gli addetti ai lavori considerano oggi più verosimile è quella delle prossime regionali del 2020, per questo ai grillini non conviene mettere in campo un nuovo frontman con così tanto anticipo con il rischio di logorarlo.

Con Salvini a recitare la parte del capo incontrastato del governo verde-giallo e i tanti calici amari che i poveri pentastellati saranno costretti a bere nei prossimi mesi, vedi partenza della Tav, Flat Tax e una manovra economica che si preannuncia “lacrime e sangue”, tenere lì un capo azzoppato da poter sostituire con un clic prima della prossima campagna elettorale è il modo migliore per restare sulla difensiva e limitare i danni.

Non è detto che ci riusciranno, la “cannibalizzazione elettorale” del Movimento 5 Stelle da parte della Lega salviniana sembra ormai inarrestabile e il ragionato “low profile” zingarettiano potrebbe completare l’opera, confinando i grillini all’irrilevanza.

Insomma, il tramonto di Giggino sembra ormai inevitabile, ma i tempi della definitiva caduta saranno verosimilmente dettati dai sondaggi che nei prossimi mesi verranno sicuramente commissionati dalla “casa madre”.

Dal canto suo, la giovane promessa mancata di Pomigliano D’Arco cercherà di giocarsi i suoi quattro assi di un colore solo al grido di “quando mi ricapita”, cercando di allontanare il fantasma del travel blogger e aspirante falegname che con il suo scooter gli gira intorno con sempre più insistenza.

A nascondere tutte queste trame a ciò che resta dell’elettorato grillino la Piattaforma Rousseau, illusione sempre più sbiadita di un’utopica “democrazia diretta” e refugium peccatorum dei grillini sofferenti.

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