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Legge elettorale: la sinistra vuole il proporzionale solo in chiave anti-Salvini. Ma è una scelta miope

Di Michele Magno
Pubblicato il 1 Lug. 2020 alle 13:11 Aggiornato il 1 Lug. 2020 alle 13:33
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Immagine di copertina
Nicola Zingaretti e Matteo Salvini. Credit: Ansa

Sarà un caso, ma quando la legge elettorale è stato cambiata anzitutto per metterlo in quel posto all’avversario politico di turno (Porcellum e Rosatellum), abbiamo puntualmente assistito a una sorta di eterogenesi dei fini. Sembra che oggi il ritorno al proporzionale, anche se a quale proporzionale ancora non è chiaro, tira molto a sinistra. Il maggioritario ha fallito, si dice, e con i tempi che corrono consegnerebbe il paese a Salvini. Può darsi. Strano, però, che lo sostengano anche i più tenaci fautori del mitico campo riformista imperniato sull’allenza organica tra Pd e Cinque Stelle. Essi, infatti, non dovrebbero essere insensibili alle virtù di un maggioritario a doppio turno di tipo francese, sistema che meglio di altri può favorire la costruzione di un nuovo bipolarismo in Italia. Misteri di quella politica che, come diceva Michael Oakeshott, talvolta è “solo una conversazione senza fine”.

Ha scritto Gianfranco Pasquino che “dopo trentacinque anni di dibattiti e almeno cinque riforme dei sistemi elettorali italiani, c’è ancora molto bisogno di spiegare, soprattutto in Italia, che cosa è un sistema elettorale, quante varietà ne esistono, come sono venute in essere, quali obiettivi perseguono e con quali criteri debbono essere valutati e, eventualmente, modificati” (Tradurre i voti in seggi, Lectio brevis, Accademia dei Lincei, 11 marzo 2016). Queste notazioni dell’eminente politologo sono più attuali che mai. La pecorella smarrita della legge elettorale continua a vagare nei prati del Rosatellum, delle soglie di accesso o di esclusione, dei nominati dall’alto o degli unti dal basso.

Secondo una pubblicistica a dir poco partigiana, gli italiani avrebbero la rappresentanza proporzionale nel loro codice genetico. Niente di più falso. Al contrario, nel Dna dei nostri avi paterni (quelli materni non godevano del diritto di voto) è impresso il sistema maggioritario a doppio turno in collegi uninominali, in vigore nelle elezioni tenutesi dal 1861 al 1911. Beninteso, in virtù del suffragio ristretto ai ceti abbienti, la scelta dei candidati non era allora motivo di scontri memorabili. La scena mutò drasticamente quando la società divenne di massa, e i fattori organizzativi e ideologici presero il sopravvento su quei fattori personali (lignaggio, censo, istruzione) che garantivano l’elezione dei notabili più in vista o politicamente più dotati.

Inoltre, troppo spesso vegono sottaciute le vere ragioni della svolta proporzionalista in Italia. Oggi essa viene invocata – in modo abbastanza esplicito – per impedire alle destre sovraniste di salire a Palazzo Chigi. All’inizio del Novecento Giovanni Giolitti la accettò temendo l’avanzata dei socialisti e dei popolari, che poteva tagliare l’erba sotto i piedi dei candidati liberali nei collegi uninominali. L’introduzione della proporzionale, prima annunciata insieme a un allargamento del suffragio, poi applicata per la prima volta nelle elezioni del 1919, aveva dunque un evidente e spiccato intento difensivo.

Verso la fine dell’Ottocento, anche in Gran Bretagna l’ascesa dei laburisti stava insidiando il potere dei conservatori e dei liberali, che fino a quel momento se lo erano spartito alternandosi al governo del paese. Dopo qualche titubanza, i conservatori respinsero però qualsiasi riforma del sistema “plurality” (uninominale a un turno), altrimenti chiamato, con una di quelle espressioni tratte dalla vita quotidiana molto diffuse nel mondo anglosassone, “first past the post”: il primo cavallo che supera il palo del traguardo ha vinto. Nei collegi, che sono appunto uninominali, vince il seggio chi ottiene la maggioranza relativa dei voti. Dopodiché, vale la pena rammentarlo, cercherà di rappresentare non solo i suoi elettori, ma tutto il collegio per conquistare nuovi consensi.

Ciononostante, precipitata la crisi dei liberali tra il 1910 e il 1928, nei decenni successivi la riforma elettorale fu reiteratamente agitata contro il maggioritario a turno unico, che premiava con maggioranze assolute di seggi i conservatori e laburisti, assai di rado capaci di sfiorare il 40 per cento dei voti. Soltanto nel 2011 venne indetto un referendum per il passaggio ad un sistema denominato “voto alternativo”, peraltro anch’esso di impianto maggioritario. Fu bocciato sonoramente dai sudditi della regina Elisabetta.

Il (almeno da me) compianto Giovanni Sartori sosteneva che la proporzionale è la fotografia della frammentazione esistente dei partiti. Forse è più corretto affermare che le leggi proporzionali prive di qualsiasi soglia di accesso al Parlamento (o con soglie molto basse) favoriscono la frammentazione, come il caso italiano dimostra ad libitum, non punendo le scissioni, ma rendendole praticabili. Quindi, l’esistenza di un sistema proporzionale non produce la frammentazione dei partiti ma, a determinate condizioni, la permette e la facilita. Chissà se i leader politici della maggioranza vorranno tenere conto di queste considerazioni. Ne dubito fortemente. Comunque, buona fortuna.

Leggi anche: L’emotività tutta italiana intorno alla legge elettorale (di S. Mentana)

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