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Prigionieri in casa nostra: cosa significa veramente sentirci italiani ma non avere diritto alla cittadinanza

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Prigionieri in casa nostra: cosa significa veramente sentirci italiani ma non avere diritto alla cittadinanza

La riforma della cittadinanza potrebbe presto vedere la luce. Il 3 ottobre 2019 tre proposte di legge sullo ius culturae hanno iniziato il loro iter in Commissione affari costituzionali alla Camera. Nel 2017 un tentativo di riforma era naufragato. Ma ora qualcosa si muove. L’attuale legge che regola la cittadinanza, la legge 91 del 1992 prevede che la cittadinanza per gli immigrati possa essere acquisita dopo aver vissuto ininterrottamente sul territorio nazionale per almeno 10 anni.

I tentativi di riforma prevedono che l’acquisizione della cittadinanza venga regolata dal principio dello ius culturae, cioè si può diventare cittadini italiani dopo aver concluso un ciclo di studi in Italia. Ma cosa significa vivere in Italia, sentirsi italiani, parlarne la lingua, viverne i costumi e le abitudini, ma essere considerati comunque stranieri per la legge? TPI lo ha chiesto a Diana, giovane universitaria di origini ucraine, Omar, studente 24enne arrivato in Italia dalla Tunisia a 6 mesi, e a Chouaib, che oggi ha 26 anni ed è arrivato dal Marocco quando aveva un anno.

• Ius culturae, Italiani senza cittadinanza: “L’Italia ha abbandonato un milione di suoi figli, è ora che ne riconosca i diritti”

Diana vive in Italia da 15 anni, ma non è ancora cittadina del nostro paese, pur sentendosi italiana a tutti gli effetti. “Sono di origini ucraine, sono arrivata in Italia a nove anni e ho fatto due anni di elementari, e poi medie e liceo classico qui. Adesso sto facendo la magistrale di editoria e giornalismo. All’università avevo fatto una richiesta di alloggio per vivere nello studentato, ma sono finita tra gli studenti stranieri, per i quali sono limitati. Per questo motivo non ho ricevuto l’alloggio”, ha raccontato Diana a TPI. Questo è solo uno degli episodi che spiegano cosa significa essere un’italiana, ma senza cittadinanza.

“Durante il periodo del liceo ho vinto un concorso che mi permetteva di andare a fare un viaggio studio di tre settimane in Inghilterra ma quando ho presentato i documenti per il visto, con il mio passaporto ucraino, questo mi è stato rifiutato. Pur avendo vinto il concorso e avendo tutte le carte in regola come gli altri vincitori non sono riuscita ad andare”, racconta ancora Diana con una nota di rammarico.

Un’esperienza simile a quella di Chouaib, che racconta: “Quando ero alle medie ho dovuto rinunciare a una gita a Londra con i miei compagni perché la prassi era complicata. Vedi i tuoi compagni che vanno all’estero e tu non puoi andarci, e se riesci ad andare devi stare attento al tuo permesso di soggiorno. Io quando viaggio all’estero ho sempre l’ansia di perdere il permesso di soggiorno, se lo perdo non posso più rientrare in Italia. Vivo con la paura e l’ansia quando viaggio”.

“Sono molto fortunato perché ho il permesso di lungo periodo, ma c’è gente che deve continuamente andare in questura a rinnovare il proprio permesso di soggiorno. È assurdo dover richiedere un permesso per poter risiedere nel paese in cui sei nato. È una cosa fuori da ogni normalità. Ho amici che sono partiti per l’Australia per fare il working holiday, ma io non posso farlo. Vorrei provare anche io quell’esperienza però non posso”, racconta il 26enne, che non ha mai votato in Italia.

Secondo Chouaib l’Italia intera guadagnerebbe approvando questa legge. Basti pensare allo sport, dove ci sono campioni di origini straniere che non possono gareggiare con la maglia azzurra perché non hanno la cittadinanza. “Spero che le forze politiche mettano da parte questi giochi di palazzo e facciano qualcosa per riconoscere chi è nato e cresciuto qui. Questa non è politica. Qui si gioca con la vita delle persone”, conclude.

Ma finalmente è la volta buona che la riforma vada in porto? Diana non perde la speranza: “Tra i parlamentari c’è ancora molto pregiudizio e molta generalizzazione. Si tratta di un riconoscimento nei nostri confronti. Spero che la politica abbia finalmente il coraggio di riconoscere un’Italia che è già così. Siamo già parte integrante del contesto italiano. Sarebbe solo un riconoscimento di quello che siamo, giovani di nuove generazioni, figli di immigrati che siamo italiani. Dovrebbero solo trovare il coraggio di riconoscere la nostra voce. A livello sociale è già così”.

Molto dure le parole di Omar, italiano a tutti gli effetti, anche se nato in Tunisia, ma che si sente “prigioniero a casa sua”. “Io de facto sono italiano, parlo italiano, i miei amici e la mia famiglia si trovano in Italia. Questo luogo mi appartiene, l’Italia è casa mia. Ma non essere italiano per la legge ti preclude molte cose, banalmente i viaggi studi, o l’erasmus. Non avere la cittadinanza significa avere sempre il tema del rinnovo del permesso di soggiorno, l’idea che per rimanere nel mio paese devo comunque dimostrare qualcosa, perché non è scontato. Anche viaggiare all’estero non è facile, perché magari il mio paese di origine ha bisogno di un visto per andare in quel determinato paese. I miei amici viaggiano con la carta di identità e io per lo stesso viaggio devo premunirmi di visti o documenti vari”, racconta a TPI.

E poi torna su uno dei temi che gli sta più a cuore: la partecipazione alla vita pubblica del suo paese. “Se è vero che libertà è partecipazione, io non sono libero, in quanto non posso partecipare alla vita politica di questo paese. Nel momento decide io son tirato fuori da ogni discussione, non posso votare, non posso esprimermi. I tempi attuali della richiesta di cittadinanza sono molto lunghi, e quindi rispetto ai miei coetanei ho un gap enorme”, spiega.

Il suo non essere riconosciuto dalla legge come cittadino, pur vivendo qui da sempre, passa anche per la spinosa questione lavorativa. “Basti pensare ai concorsi pubblici a cui spesso non posso partecipare perché è richiesta la cittadinanza italiana. Più i tempi sono lunghi e più questo gap si allunga. Io sono in attesa. Sembra quasi un privilegio più che un diritto. Io ho la fortuna di poter stare dietro a queste pratiche, ma ho amici che hanno rinunciato. Che magari hanno preferito emigrare e andare ad esempio in Germania, dove tutto è più facile. Siamo intrappolati in un limbo, siamo prigionieri in casa nostra. Credo che la riforma sia solo un atto formale, riconoscere ciò che già siamo. Nel 2017 ci fu una mancanza di coraggio, di analisi e di visione del paese. Nel paese reale io e i miei coetanei non abbiamo alcuna differenza. Nel paese reale io sono italiano. Sono le mie carte che dicono il contrario. Siamo indietro di 20 anni. C’è bisogno di coraggio”.

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