La guerra del Governo al dissenso tra TeleMeloni, querele e manganelli
Dalla Rai ai decreti sicurezza, alle nuove norme sulle proteste. Dagli sgomberi di Leoncavallo e Askatasuna agli interrogativi ancora aperti sullo spyware Paragon. Quattro anni di casi e provvedimenti che hanno suscitato gli allarmi di giornalisti, difensori dei diritti umani e istituzioni europee
Dall’informazione alle piazze, dalla Rai alle proteste studentesche, dalle querele contro giornalisti e scrittori fino alle nuove norme sulla sicurezza e al caso dello spyware Paragon: nei quattro anni trascorsi dall’insediamento del governo Meloni si sono moltiplicati gli allarmi sulla libertà di espressione e sul diritto di manifestare attraverso una serie di episodi, norme, scontri e polemiche che raccontano il rapporto complicato del governo Meloni con il dissenso. A sollevare dubbi e lanciare allarmi non sono state solamente le opposizioni ma anche sindacati dei giornalisti, organizzazioni per i diritti umani, associazioni internazionali, il Consiglio d’Europa e la Commissione europea. L’esecutivo italiano ha sempre respinto l’accusa di voler comprimere il dissenso negando qualsiasi volontà di controllare l’informazione. Secondo il rapporto del World Press Freedom Index di Reporters Without Borders, però, l’Italia nel 2026 è scivolata dal 49esimo al 56esimo posto su 180 Paesi anche a causa delle querele intimidatorie contro i giornalisti e le crescenti interferenze politiche sulla Rai. La Commissione europea, invece, nel suo ultimo rapporto sullo Stato di diritto, ha nuovamente espresso preoccupazioni per l’indipendenza e la sostenibilità finanziaria del servizio pubblico e ha rilevato che non ci sono stati progressi nella tutela delle fonti giornalistiche.
Servizio pubblico?
Uno dei maggiori terreni di scontro è stato quello relativo al servizio pubblico. Il problema dell’influenza politica sulla Rai non nasce certamente con il governo Meloni. Per decenni governi e partiti hanno esercitato un peso determinante sulla governance e sulle nomine dell’azienda, motivo per cui l’arrivo di un esecutivo che si presentava come governo di rottura rispetto al passato lasciava presagire un cambiamento che, in realtà, non sembrerebbe essere avvenuto, anzi. Il ricambio dei vertici e dei principali volti dell’informazione ha rapidamente alimentato l’accusa di aver trasformato la Rai in “TeleMeloni”. Uno dei casi più discussi è stato il ritorno in Rai di Pino Insegno, che non ha mai nascosto la sua amicizia ventennale con la premier, pur respingendo le accuse di essere stato favorito per questo motivo. Nel frattempo Fabio Fazio, per anni bersaglio degli attacchi di esponenti del centrodestra, ha lasciato la Rai dopo quasi quarant’anni, passando a Warner Bros. Discovery in seguito al mancato rinnovo del contratto in scadenza. C’è poi la recente rimozione di Sigfrido Ranucci dalla conduzione di Report, programma d’inchiesta più volte finito nel mirino di esponenti del centrodestra. Una decisione che il giornalista ha impugnato davanti al Tribunale del Lavoro, chiedendo il reintegro e sostenendo, attraverso i suoi legali, che tale decisione sia maturata dopo settimane di pressioni politiche. Nel maggio del 2024, i giornalisti del servizio pubblico aderenti al sindacato Usigrai hanno scioperato denunciando il «controllo asfissiante sul lavoro giornalistico» e il tentativo di ridurre la Rai a «megafono del governo». Accuse respinte dall’azienda che, appena un mese prima, era finita nell’occhio del ciclone per il caso Scurati.
Lo scrittore, infatti, avrebbe dovuto leggere un monologo sul 25 aprile e sul rapporto della destra italiana con il fascismo nella trasmissione di Serena Bortone, in onda su Rai 3, Chesarà. Il testo del monologo definiva Fratelli d’Italia «gruppo dirigente post-fascista» e accusava esplicitamente il partito di Giorgia Meloni di voler «riscrivere la storia», disconoscendo la Resistenza e l’antifascismo. L’intervento di Scurati venne cancellato poche ore prima della messa in onda: una vicenda resa pubblica proprio dalla conduttrice Serena Bortone, che, dopo aver denunciato l’accaduto sui social, lesse personalmente il testo durante la trasmissione. La giornalista venne sottoposta a procedimento disciplinare e sospesa per sei giorni per violazione del vincolo di riservatezza mentre la trasmissione Chesarà non fu confermata nei palinsesti della stagione successiva. La Rai, dal canto suo, negò la censura di Scurati, parlando di questioni economiche e contrattuali.
Querele temerarie
C’è poi la questione delle querele temerarie. Quando è arrivata a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni aveva già avviato alcune azioni giudiziarie nei confronti di giornalisti e intellettuali che l’avevano criticata quando era all’opposizione. Nel momento in cui è diventata presidente del Consiglio queste vicende hanno ovviamente assunto un significato assai diverso. Uno dei casi più noti è quello di Roberto Saviano. La denuncia risaliva al 2020, quando lo scrittore, commentando a Piazzapulita la morte di un bambino durante una traversata nel Mediterraneo e attaccando le politiche sull’immigrazione di Meloni e Matteo Salvini, li aveva definiti «bastardi». Querelato da Meloni, lo scrittore nel 2023, quando Meloni era già premier, è stato condannato per diffamazione al pagamento di una multa di 1.000 euro. La pena pecuniaria è stata tuttavia sospesa ma il processo ha acceso un forte dibattito pubblico e politico sul confine tra il diritto di critica politica, la libertà d’espressione e il reato di diffamazione a mezzo stampa o televisivo.
C’è poi il caso del quotidiano Domani. Nel 2021 Meloni aveva querelato l’allora direttore Stefano Feltri e il giornalista Emiliano Fittipaldi per un articolo relativo agli appalti per le mascherine durante l’emergenza Covid. Divenuta premier, Meloni decise inizialmente di non ritirare l’azione giudiziaria facendolo solamente nel luglio del 2024. C’è poi la querela nei confronti del comico Daniele Fabbri e quelle nei confronti degli intellettuali quali la filosofa Donatella Di Cesare, lo storico Davide Conti e il filologo Luciano Canfora. Quest’ultimo nell’aprile 2022 aveva definito Meloni una «neonazista nell’anima, trattata come una mentecatta pericolosissima». La leader di Fdi aveva chiesto un risarcimento di 20mila euro per poi ritirare la querela nel 2024.
Decreti sotto esame
Uno dei primi provvedimenti presi dal governo Meloni è anche una delle norme più discusse: si tratta del cosiddetto decreto anti-rave, che punisce i raduni illegali con la reclusione da 3 a 6 anni e multe da 1.000 a 10mila euro. La prima formulazione della legge era talmente ampia da provocare le proteste e le preoccupazioni di giuristi, opposizioni e organizzazioni sindacali: la norma, poi, fu corretta in Parlamento.
Con il decreto Sicurezza del 2025, invece, sono stati introdotti nuovi reati e aggravanti per pene già esistenti. Tra queste il blocco stradale, diventato reato quando realizzato da più persone, e il nuovo delitto di rivolta negli istituti penitenziari e nei centri di permanenza per i rimpatri, nel quale può rientrare, in determinate circostanze, anche la resistenza passiva. Un provvedimento che suscitò la preoccupazione anche del commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, secondo cui alcune norme formulate in maniera troppo vaga rischiavano di consentire un’applicazione arbitraria o sproporzionata delle sanzioni. Nel 2026 è poi arrivato un secondo decreto sicurezza, che ha inasprito le disposizioni sulle manifestazioni prevedendo, tra le altre cose, anche sanzioni amministrative da mille a 10mila euro per i promotori di riunioni pubbliche organizzate senza il preavviso previsto dalla legge, estendendo esplicitamente la disciplina anche alle iniziative promosse attraverso reti, piattaforme elettroniche e gruppi chiusi.
Nonostante le proteste di chi sottolineava le preoccupazioni per la libertà di protestare e manifestare il proprio dissenso, il governo Meloni ha sempre difeso le norme parlando di strumenti necessari per proteggere cittadini e forze dell’ordine, combattere l’illegalità e garantire la sicurezza urbana.
Gli studenti manganellati
Il 23 febbraio 2024, a Pisa, lo scontro sul dissenso è diventato visibile a tutti attraverso le immagini delle manganellate agli studenti pro-Palestina. Un corteo di studenti sceso in piazza per protestare contro la guerra intrapresa da Israele nella striscia di Gaza, numerosi ragazzi, tra cui anche minorenni, furono colpiti con i manganelli dagli agenti in assetto antisommossa. Le stesse scene si verificarono anche a Firenze, sempre nello stesso giorno. La vicenda provocò le proteste delle opposizioni e anche l’eccezionale reazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che telefonò direttamente al ministro dell’Interno Piantedosi.
«L’autorevolezza delle Forze dell’ordine non si misura sui manganelli», fece sapere il Quirinale sottolineando che «con i ragazzi i manganelli esprimono un fallimento». Il governo, dal canto suo, ribadì la «massima fiducia» nella polizia pur assicurando che sarebbe stata fatta luce sull’accaduto.
Doppio standard
La linea dura del governo si è manifestata anche sul fronte delle occupazioni e dei centri sociali. Nell’agosto 2025 è stato sgomberato a Milano lo storico Leoncavallo, che occupava da 31 anni l’immobile di via Watteau e sul quale pendeva da tempo un ordine giudiziario di rilascio. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi rivendicò l’operazione come parte della strategia del governo di «tolleranza zero verso le occupazioni abusive». Pochi mesi dopo, il 18 dicembre 2025, è toccato ad Askatasuna, storico centro sociale torinese attivo da quasi trent’anni: la polizia, intervenuta inizialmente per una perquisizione nell’ambito delle indagini sull’assalto alla sede de La Stampa, ha sgomberato e successivamente sigillato l’edificio di corso Regina Margherita, interrompendo anche il percorso avviato con il Comune per trasformare lo stabile in un bene comune.
La «tolleranza zero» rivendicata da Piantedosi, però, non ha portato finora allo sgombero dello stabile di via Napoleone III a Roma, occupato da CasaPound dal 2003 e di proprietà del Demanio. L’immobile è inserito da anni nel piano degli sgomberi e nel 2020 è stato sottoposto a sequestro preventivo. Di recente Piantedosi ha ribadito che anche lo stabile di CasaPound «sarà restituito alla proprietà». La differenza nei tempi di intervento è stata indicata dai critici del governo come prova di un diverso trattamento tra le occupazioni riconducibili alla sinistra e quella del movimento di estrema destra.
Il caso Paragon
Il caso probabilmente più inquietante e delicato sul fronte della libertà di stampa avvenuto in questi quattro anni di governo è probabilmente quello relativo a Paragon. Tutto ha inizio nel 2025 quando il direttore di Fanpage Francesco Cancellato viene avvisato da WhatsApp di essere bersaglio di Graphite, un sofisticato spyware prodotto dalla società israeliana Paragon Solutions e venduto esclusivamente a governi e agenzie statali. Successivamente si è scoperto che anche altri italiani erano stati coinvolti, tra cui Luca Casarini e Giuseppe Caccia, esponenti di Mediterranea Saving Humans, e un altro giornalista di Fanpage, Ciro Pellegrino. Il Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha stabilito nel giugno 2025 che i servizi italiani avevano utilizzato Graphite nei confronti di Casarini, Caccia e dell’attivista sudanese David Yambio nell’ambito di attività autorizzate, ma ha escluso che fossero stati gli apparati italiani a spiare Cancellato e don Mattia Ferrari. Non esiste, allo stato degli accertamenti pubblici, una prova che il governo Meloni abbia ordinato o autorizzato lo spionaggio di Francesco Cancellato. Palazzo Chigi lo ha sempre negato e il Copasir ha escluso l’impiego dello spyware contro i giornalisti da parte dei servizi italiani. È importante sottolinearlo così come è importante ricordare ciò che ancora non sappiamo, ovvero chi abbia spiato Cancellato e perché un software venduto soltanto ad apparati governativi sia finito nel telefono di un giornalista italiano: una domanda fondamentale che riguarda direttamente la libertà di stampa.