Referendum, Francesco Merlo a TPI: “Votare no per fermare i progetti eversivi del M5s e della destra”

Il giornalista di Repubblica spiega le sue ragioni per il no al referendum sul taglio dei parlamentari: "Questa è una riforma che mutila la Costituzione e umilia il Parlamento. Agire da casta è accumulare poltrone, come sta facendo il M5s. Salvini e Meloni invece puntano ai pieni poteri. Per fermare tutto questo l'unica strada è difenderlo, il Parlamento"

Di Luca Serafini
Pubblicato il 17 Set. 2020 alle 12:36 Aggiornato il 17 Set. 2020 alle 12:36
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Francesco Merlo

Un no tecnico per contrapporsi a una riforma che, a suo giudizio, non migliora il funzionamento del Parlamento. Ma anche il no politico di chi vede nel taglio degli eletti il primo passo di un disegno di più ampio respiro: quello dei 5 Stelle, volto a sostituire la democrazia rappresentativa con quella diretta, o quello di Salvini e Meloni, per i quali un’assemblea mutilata sarebbe un cavallo di Troia funzionale a inseguire il modello di una “democratura” alla Orban. Sono alcune delle motivazioni che spingono Francesco Merlo, editorialista di Repubblica, a contrapporsi senza esitazioni al taglio dei parlamentari.

Come in ogni referendum che si rispetti, più ci si avvicina alla data del voto più la discussione si polarizza e si inasprisce. Lei che impressione si è fatto del dibattito in corso?
In Italia, storicamente, abbiamo un problema con i referendum, ed è il seguente: viene posta una domanda su una legge, ma si ottiene una risposta che diventa quasi sempre politica, un giudizio su un Governo o una classe dirigente: dite sì o no a Craxi? Dite sì o no a Renzi, o a Conte? In questo modo però il referendum si trasforma in un surrogato di guerra civile. Indetto per unire un Paese diviso, finisce per dividere un Paese unito. Bisogna invece cercare di rispondere soltanto in modo pertinente al quesito, che in questo caso è: volete ridurre il numero di parlamentari?

E perché la risposta più pertinente a questa domanda sarebbe “no”?
Perché il taglio dei parlamentari fatto in questo modo mutila la Costituzione senza riformarla.  Modificare il numero dei parlamentari non significa modificare il funzionamento di un Parlamento. La decretazione d’urgenza che salta il potere legislativo, il sistema elettorale attuale che manda in Parlamento non gli eletti ma i nominati: questi sono problemi reali che ha il nostro Parlamento. E rispetto a questi problemi, la mera riduzione del numero peggiora le cose, perché abolisce anche il residuo di rapporto che i parlamentari hanno col territorio e li rende burattini nelle mani delle segreterie dei partiti. In ogni caso non esiste un numero di parlamentari giusto in assoluto, ma solo in base al sistema.

Quindi è tra coloro che ritengono giusto il taglio dei parlamentari nell’ambito di una riforma più organica.
Certamente. Dovrebbe essere un taglio più equilibrato rispetto a quello che, in questo caso, svuota il Senato. Ma se viene modificato il bicameralismo, che al momento è paritario, abolendo una Camera o dando un ruolo diverso al Senato, allora anche un taglio dei parlamentari può avere senso.
Seguendo questo ragionamento, lei nel 2016 avrebbe dovuto votare sì alla riforma Renzi.
Nel 2016 votai no perché si trattava di una riforma pasticciata per altri motivi. Ma tanto più perché votai contro contro quella riforma, devo votare contro quella attuale: quattro anni fa c’era almeno una parvenza di riforma. Questa è solo una mutilazione e un’umiliazione del Parlamento.

Arriviamo alle motivazioni politiche: il suo no è dettato anche dalla provenienza grillina della riforma?
Se vince il sì, l’esito del referendum diventerà un trofeo di caccia per i Cinque Stelle, il cui vero obiettivo non è riformare il Parlamento, ma chiuderlo. Tutta la loro politica è costruita sull’idea che la democrazia parlamentare debba essere superata dalla democrazia diretta. È un programma eversivo a cui dire no in partenza. Non solo, ma la riforma attuale è legata alla demagogia della lotta alla casta. C’è però un problema: chi è entrato in politica con il “vaffa” è diventato esso stesso casta: basta vederli passare con le loro auto blu con le sirene spiegate, con le scorte. Parlano di poltrone ma il Parlamento è fatto di eletti, mentre è giusto tirare in ballo le poltrone quando ci si inizia a spartire il potere. I 5 Stelle hanno preso la presidenza di Inps, Eni, Enel, Anpal, la guida di banche, telegiornali e altro ancora. Questa è la casta, che non c’entra nulla col numero dei parlamentari. Chi vuole combattere la casta, al contrario, deve difendere il Parlamento migliorandone il funzionamento. Infine qualche parola va spesa anche sulla retorica del risparmio, già smontata dall’Osservatorio di Cottarelli, che lo ha stimato, qualora la riforma passasse, in appena 57 milioni l’anno. Non si può diminuire il tasso di democrazia per risparmiare il prezzo di un caffè all’anno per italiano.

Il Pd secondo lei è realmente convinto delle ragioni del sì, o ha assunto questa posizione solo per convenienza politica?
È evidente che si tratta di una ragione esclusivamente politica. Capisco la necessità di tenere la Lega lontana dal governo, ma non si può sacrificare il Parlamento a una congiuntura politica. È un’orribile forma di cinismo.

Che lettura dà invece della posizione del centrodestra? Salvini e Meloni in teoria sono per il sì, ma sembra che neanche troppo celatamente sperino nella vittoria del no.
Questa in realtà è una congettura giornalistica. Loro sono per il sì, l’hanno detto. Il motivo è che anche loro sono dentro un disegno eversivo, per ragioni diverse.
Ovvero?
Il loro modello è l’Ungheria di Orban. È sufficiente ricordare che Salvini tempo fa chiedeva i pieni poteri. Covano il desiderio di diminuire la democrazia, di dare il potere in mano a leader non democratici, è una fascisteria. I loro modelli sono quelli sovranisti, della destra autoritaria. Lega e Fratelli d’Italia hanno questo nel loro Dna. Tanto più di fronte a questo pericolo, il Parlamento va difeso e migliorato.

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