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Si può davvero fermare la Tav? Cosa dicono le analisi costi benefici

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Si può fermare la Tav?

Si può fermare la Tav? Sì, ovviamente, si può. Ma le analisi costi-benefici mettono in evidenza un dato preciso: il problema è valutare quanto costerebbe all’Italia lo stop ai lavori della Tav.

“Non realizzarlo costerebbe molto più che completarlo”, ha detto il premier Giuseppe Conte, quando ha dato il suo benestare alla prosecuzione dei lavori del tunnel ferroviario Torino-Lione.

E non è meramente una questioni di avanzamento dei lavori – solo poco più del 18 per cento è già stato realizzato – ma esclusivamente di conti economici.

Innanzitutto, nel caso di uno stop, bisognerà rimborsare alla Francia, che è già molto più avanti con i lavori di costruzione, e all’Unione Europea i fondi già investiti, tutti o in parte. Poi bisognerà pagare le società che hanno vinto gli appalti e che hanno già considerato quei fondi nei loro bilanci.

Secondo Paolo Foietta, presidente dell’Osservatorio Tav, un organo che fornisce consulenza sull’opera, la somma di queste cifre si aggira tra i 2 e i 4 miliardi di euro.

Mentre, quanto costerebbe finire il progetto della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione, per il trasporto di merci e passeggeri? Le stime parlano di circa 3 miliardi di euro per concludere l’opera. Ma l’apertura è prevista per il 2030, i lavori quindi dureranno ancora più di un decennio: non è escluso, perciò che questo costo possa lievitare.

Tav analisi costi-benefici

L’analisi costi-benefici sulla Tav pubblicata il 12 febbraio 2019 dalla commissione del Ministero presieduta dal professore Marco Ponti illustra che, a fronte dei costi per lo Stato, la ferrovia non ha nel complesso un vantaggio competitivo favorevole rispetto alla strada.

Quanto al cosiddetto costo-opportunità, la domanda è: quanto costerebbe all’Italia rinunciare a un progetto che faciliterebbe gli scambi commerciali e ridurrebbe il trasporto delle merci su gomma?

Questo è un punto su cui ci sono opinioni molto discordanti. Opinioni che hanno molto a che fare con le pressioni dei grandi imprenditori sulle parti politiche.

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