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Difesa comune europea, alla Camera lo studio che sfida il riarmo: “Spendiamo già come una superpotenza, ma male”

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Da sinistra a destra: il presidente dell'IRIAD Fabrizio Battistelli, l'eurodeputato del Gruppo S&D Marco Tarquinio, il deputato e segretario generale di DemoS Paolo Ciani e la deputata del Pd ed ex presidente della Camera Laura Boldrini. Credit: Andrea Lanzetta – TPI

Presentato stamattina alla Camera su iniziativa dell'eurodeputato Marco Tarquinio, il rapporto dell'Archivio Disarmo propone un’alternativa ai riarmi nazionali basata su una struttura federale a “due braccia”, con una postura militare difensiva e un’azione nonviolenta orientata alla cooperazione. Ma servirà un salto di integrazione politica

L’ultimo rapporto dell’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Disarmo (IRIAD), presentato questa mattina alla Camera dei Deputati nel corso di una conferenza stampa promossa dall’eurodeputato del Gruppo S&D Marco Tarquinio, ha posto l’accento sul paradosso dell’intero dibattito europeo sulla difesa comune. L’Unione europea è già oggi la seconda potenza militare del pianeta per spese in difesa, superata soltanto dagli Stati Uniti e davanti alla Cina. Eppure questo sistema frammentato funziona male, costa troppo e genera più rivalità nazionali che reali capacità collettive. La ricerca, intitolata “Europa: quale difesa?”, arriva in un momento che gli stessi autori definiscono il più delicato per la sicurezza europea dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il contesto da cui il rapporto prende le mosse è quello di una stagione internazionale segnata dalla “massima turbolenza registrata” dal 1945, dall’annunciato e progressivo disimpegno degli Usa ed è proprio in questo clima che l’Europa si ritrova a dover rispondere a una domanda rimasta troppo a lungo inevasa: come difendersi da soli, con quali risorse e secondo quale logica?
Il paradosso non è sfuggito agli intervenuti. “Il punto è che cosa vuole fare l’Europa oggi. Recitare il proprio copione o ritagliarsi un ruolo in quello degli altri?!”, ha domandato Marco Tarquinio. Per Fabrizio Battistelli, presidente e cofondatore dell’IRIAD, la contraddizione è ancora più bruciante se tradotta in termini concreti: “Non siamo contrari all’idea che gli abitanti di un unico quartiere, residenti in 27 villette separate, si uniscano in un condominio. Ma è assurdo pensare che un tetto unico che copra l’intero condominio, debba costare di più dei 27 tetti delle altrettante villette monofamiliari. Oggi, prima degli aumenti annunciati, l’Europa a 27 già è la seconda potenza militare mondiale per spese per la difesa, dopo gli Usa e prima della Cina”.

Un nodo aperto da 70 anni
I primi tre capitoli del rapporto ricostruiscono la questione della difesa comune facendo un parallelo con il cammino dell’integrazione continentale. Dalla nascita delle prime istituzioni comunitarie nel Secondo dopoguerra, quando la costruzione europea si intrecciò fin da subito con le dinamiche della sicurezza atlantica, fino agli assetti attuali. L’analisi copre gli aspetti economici, finanziari e industriali di questa operazione e si sofferma anche sugli atteggiamenti che l’ipotesi di una difesa comune suscita nell’opinione pubblica del Vecchio Continente, un tema tutt’altro che secondario, dal momento che la tenuta politica di qualsiasi modello dipende, in ultima analisi, dal consenso dei cittadini. Ma è il quarto capitolo a compiere il salto più ardito. Qui l’IRIAD ha elaborato un “concetto alternativo di difesa comune”, che non si limita a correggere il modello esistente ma, in primo luogo, rimette in discussione la visione strettamente nazionale e intergovernativa che finora ha caratterizzato l’approccio dell’Ue, rifiutando quella che gli autori definiscono la “assolutizzazione della potenza militare come unico paradigma”. Insomma, comprare più armi non può essere l’unica risposta e, in fin dei conti, non è nemmeno la più efficace.

Il prezzo della frammentazione
La diagnosi dell’IRIAD è impietosa. L’organizzazione delle singole forze armate e dell’industria della difesa in Europa è cronicamente inefficiente a causa delle duplicazioni di capacità, della scarsa interoperabilità tra gli eserciti dei diversi Stati membri e della dispersione di risorse che potrebbero invece essere messe a sistema. La radice del problema va cercata nella disomogeneità delle strategie nazionali e nella ridondanza delle capacità produttive. I cosiddetti “campioni nazionali”, i grandi gruppi industriali della difesa sostenuti da ciascun governo, si trovano sempre più spesso in condizioni di rivalità che di collaborazione, mentre le co-produzioni e i consorzi restano l’eccezione in un panorama dominato da logiche particolari. “Il potenziamento dell’industria militare non sta avvenendo con processi di fusione e di cooperazione ma con il rilancio dei cosiddetti ‘campioni nazionali’, sostenuti dagli Stati membri, che sono spesso in competizione tra loro”, ha sottolineato Battistelli. Una competizione che compromette anche la coerenza operativa degli arsenali: “Questi arsenali, tra l’altro, non ‘dialogano’ nemmeno tra loro, perché spesso i sistemi d’arma non sono inter-operabili”, ha aggiunto la deputata del PD ed ex presidente della Camera, Laura Boldrini, intervenendo alla conferenza stampa. Il risultato è che la già colossale spesa militare europea viene impiegata, secondo gli autori della ricerca, in modo “disfunzionale”. “Questo riarmo nazionale è anche un riarmo rischiosamente nazionalista”, ha avvertito Tarquinio. Prima di inseguire ulteriori aumenti, tra cui l’obiettivo definito “esorbitante” del 5% del Pil di spese militari in ambito Nato, sarebbero necessarie profonde riforme strutturali. I numeri parlano da soli: “Con l’assurdo e per certi versi impraticabile aumento al 5% del Pil delle spese per la difesa stabilito in ambito Nato, solo in Italia, nel 2035 avremo speso 85 miliardi di euro in più in ambito militare rispetto a quanto previsto oggi”, ha calcolato Battistelli. “È inaccettabile, tanto che persino Meloni sembra essersene resa conto, rinunciando a 10 dei 15 miliardi di prestiti per il riarmo nel quadro europeo SAFE. Non ci sono droni gratis, per parafrasare i liberisti”.
Senza riforme, qualsiasi incremento nei bilanci della difesa finirebbe soltanto per drenare risorse dallo stato sociale, riducendo in particolare quelle destinate a sanità e istruzione. “La conseguenza di questo riarmo è che tra le risorse tagliate e i fondi saccheggiati per finanziarlo, c’è la spesa sociale, sanitaria, per l’istruzione ma anche gli investimenti sulla transizione ecologica, cioè sul futuro”, ha denunciato Tarquinio. “È una scelta autolesionista, che consegna l’Europa a un futuro pensato da altri, che ci preferiscono marginali nei processi decisivi della nostra modernità”. Ma questo, sottolineano gli autori, non è un effetto collaterale trascurabile. La coesione sociale va infatti considerata parte integrante della sicurezza complessiva di un Paese. Un concetto reso esplicito in conferenza stampa dal deputato e segretario generale di DemoS, Paolo Ciani: “L’Italia, una penisola con 8.000 chilometri di coste, che oltre a San Marino e al Vaticano confina solo con Paesi alleati, spende miliardi per acquistare carri armati. Ma se proprio dobbiamo spendere, almeno facciamolo con criterio”. E ancora: “Non siamo stati eletti per spiegare che bisogna tagliare il welfare per spendere in riarmo. Voglio rappresentare i tanti cittadini italiani che mi hanno eletto anche perché sono favorevole al dialogo, alla pace, al disarmo e a una visione del mondo che non è quella che si afferma oggi”.

Le “due braccia”
La proposta alternativa dell’IRIAD si articola intorno alla metafora delle “due braccia”. Il presupposto è che una difesa comune europea non possa basarsi sulla sola potenza militare ma debba integrare due dimensioni complementari e di pari dignità strategica. Il primo “braccio” è inevitabilmente militare e prevede forze armate comuni con una postura esclusivamente difensiva, ispirata a “criteri trasparenti, obiettivi ragionevoli e dimensioni equilibrate”, capace di offrire una funzione di dissuasione credibile, senza alimentare la spirale della corsa agli armamenti. Il secondo “braccio” invece è civile e nonviolento ma, secondo gli autori del rapporto, non deve essere considerato una componente accessoria. “Non si costruisce più sicurezza soltanto con le armi, c’è bisogno di una ‘modica quantità'”, ha sottolineato Tarquinio. “Ma oggi, quel ‘disarmo bilanciato’ vissuto dalla mia generazione sembra archiviato e l’unico orizzonte che abbiamo davanti pare essere guidato dalla necessità di riempire gli arsenali. L’esatto contrario di quanto insegnava nel 1979 Sandro Pertini, secondo cui bisogna ‘riempire i granai’, che erano ‘sorgente di vita’, e ‘svuotare gli arsenali’, che erano ‘sorgente di morte'”.
L’azione civile deve infatti essere inquadrata come uno strumento strategico a pieno titolo, capace di produrre l’effetto di aumentare il costo politico e operativo di qualsiasi minaccia o azione militare esterna. Un’impostazione che, secondo i relatori, spazza via le accuse di ingenuità: “Il rapporto dimostra che i pacifisti non sono ‘anime belle’ e smentisce una narrazione caricaturale sul pacifismo. L’elaborazione dei dati e ciò che ne deriva rafforza il concetto di difesa civile”, ha dichiarato Boldrini. Nel quadro della sicurezza cooperativa, questa componente dovrà lavorare su più livelli, riducendo il rischio di errori di calcolo e di escalation accidentali, contrastando eventuali mire espansionistiche e, attraverso i negoziati multilaterali, perseguire il controllo degli armamenti in condizioni di reciprocità. A livello internazionale, questo secondo “braccio” dovrà contribuire a prevenire la pericolosità intrinseca dell’accumulo di capacità distruttive, rafforzando, a livello interno, la stabilità di ciascun Paese membro. La sicurezza comune, dunque, non può essere riducibile ai soli arsenali ma deve essere il risultato dell’integrazione tra dimensioni militari, civili, sociali e tecnologiche, in un mondo sempre più interconnesso ma anche sempre più instabile e dominato da politiche di potenza.

Il prerequisito federale
Il modello proposto ha però una condizione necessaria che oggi è ancora lontana dall’essere soddisfatta. Il superamento della frammentazione degli Stati membri può realizzarsi solo attraverso un reale avanzamento dell’integrazione politica e istituzionale. “A causa di un mix di paura, solitudine percepita e mancanza di volontà di andare avanti sul progetto di integrazione europea, il pensiero dominante nelle capitali degli Stati membri dell’Ue ha prodotto ‘ReArm Europe’, basato non tanto sugli 800 miliardi di euro di riarmo, che non ci sono mai stati, ma sull’idea malvagia di rinunciare alla dimensione comunitaria e di scommettere solo su una totale rinazionalizzazione dei processi di riarmo nazionale, svuotando tutte le politiche europee ed europeiste”, ha denunciato in conferenza stampa l’eurodeputato e capodelegazione del PD al Parlamento europeo, Nicola Zingaretti. Il rapporto chiede esplicitamente di superare la regola dell’unanimità nelle questioni di difesa, un meccanismo di veto che oggi consente a qualsiasi membro dell’Ue di bloccare ogni iniziativa comune. Il rischio di questa logica è già visibile nelle trattative sul prossimo bilancio comunitario: “Il capitolo del Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, in cui si sta decidendo che i fondi europei saranno stabiliti da 27 patti nazionali, è molto pericoloso. Se il progetto comunitario prevede un’europeizzazione delle politiche nazionali, in questo modo stiamo andando verso la nazionalizzazione delle politiche europee, cioè verso lo smantellamento dell’Ue”, ha aggiunto Zingaretti.
Il rapporto non esclude che, in assenza di un consenso generale, si possa procedere con un gruppo di Paesi “che si sentono pronti a una prova di autentica unità”. Una formula operativa che Boldrini traduce così: “Come facciamo la difesa comune, senza un’integrazione politica e senza una politica estera comune? La risposta può essere un’integrazione a doppia velocità”. La difesa comune, nelle intenzioni degli autori, non può restare una forma di coordinamento intergovernativo tra capitali gelose della propria sovranità ma deve diventare un progetto federale autentico, con strutture condivise e una logica industriale che metta l’efficienza collettiva davanti agli interessi particolari.

Oltre la Nato, il ritorno allo “spirito di Helsinki”
Il rapporto dell’IRIAD allarga poi la visuale agli assetti di sicurezza internazionale, segnalando i limiti dell’architettura esistente, Nato compresa. “Con la mancanza di una difesa comune e dell’incapacità di dialogo internazionale, l’unico punto di contatto possibile e l’unica forma di collaborazione efficace risiede nelle strutture della Nato, che dipendono da ciò che decide il presidente degli Stati Uniti d’America”, ha osservato Tarquinio, indicando la trappola in cui l’Europa rischia di restare incastrata. Il rapporto mette inoltre in guardia sulle criticità giuridiche e politiche legate all’ipotesi di una deterrenza nucleare europea autonoma, tornata negli ultimi mesi nel dibattito pubblico con la proposta di un ombrello nucleare francese. In alternativa, gli autori guardano all’esperienza storica dello “spirito di Helsinki” e al modello Osce, una forma di cooperazione multilaterale che durante la Guerra fredda riuscì a costruire fiducia e dialogo tra Europa occidentale, Stati Uniti e Russia. Ma questo significa rimettere al centro la diplomazia, che oggi sembra invece la grande assente. “Stiamo affrontando il tema della difesa comune senza considerare che la diplomazia è parte della difesa e spesso è più efficace del riarmo. L’Europa è nata dall’incontro di popoli che fino al giorno prima si erano scannati a vicenda. Oggi invece diciamo che non possiamo mediare tra Ucraina e Russia perché siamo amici di Kiev. È un tradimento dell’Europa”, ha detto Ciani. Tale paradigma, nella visione del rapporto, potrebbe essere attualizzato e rilanciato come alternativa reale alla logica dei blocchi contrapposti.

Difendere l’Europa senza svuotarla
Infine, il documento “Europa, quale difesa?” si chiude con quella che è, forse, la tesi più scomoda. Una riforma della difesa europea in prospettiva federale, fondata sull’integrazione di strumenti civili e militari e sulla cooperazione con gli altri Stati, ha senso solo se sostenuta da un genuino consenso democratico e se capace di mantenere un autentico equilibrio tra le esigenze di sicurezza esterna e la salvaguardia del modello sociale europeo. “La narrazione proposta da Meloni e basata sul ‘Si vis pacem, para bellum’ è tossica. Se vuoi la pace, devi preparare la pace, spenderti, anche fallire ma impegnarti senza paura degli insuccessi”, ha detto Boldrini. Quello “spazio di libertà, sicurezza e giustizia” che ha ispirato il progetto europeo fin dalle sue origini non è un lusso da sacrificare alle urgenze del presente ma la bussola che dovrebbe orientare le scelte del futuro. Tradirlo in nome di una deriva militarizzata dell’Unione significherebbe difendere l’Europa indebolendola dall’interno, il peggior servizio che si potrebbe rendere alla sua sicurezza. Come sintetizzato dall’ex presidente della Camera, citando il rapporto: “L’Ue dovrebbe parlare ad amici e nemici anziché lasciare che gli uni e gli altri parlino di noi e dei conflitti di cui per primi paghiamo il prezzo, oltre tutto in nostra assenza”.

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