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Elezioni Amministrative 2021, Napoli: la sinistra smarrita e la politica che latita

Immagine di copertina
Murale dedicato a Diego Armando Maradona nei quartieri spagnoli di Napoli. Credit: ANSA/CESARE ABBATE

Elezioni Napoli: cronaca di un disastro annunciato

Sono passati 10 anni da quando la rivoluzione arancione che travolse l’Italia – dalla Milano di Pisapia alla Genova di Doria, alla Cagliari di Zedda – portò a Napoli una ventata d’aria inaspettata. “Sogno comunità che si autogestiscono senza poteri, solo amore”: con queste parole esordiva l’allora candidato sindaco Luigi De Magistris. La suggestione innovativa data dall’insediamento di una figura scollegata dalla forma partito e potenzialmente rivoluzionaria aveva generato molte aspettative nella città Partenope, che ha visto, in soli dieci anni, un processo di profonda e inesorabile trasformazione.

La gestione ordinaria del potere politico e la governance dell’amministrazione locale è stata soppiantata da una sorta di armonica autogestione di un’intera e complessa comunità. Insurrezioni, occupazioni, lotta e resistenza contro il potere costituito, negli ultimi dieci anni, hanno qui trovato una legittimazione istituzionalizzata.

Le reti di relazioni informali, i corpi intermedi e di prossimità, le comunità autogestite, anche definite Centri Sociali, sono state partner – quando non parte – della giunta e la linea tra attivismo e amministrazione si è sempre più dissolta, per rimarcarsi solo nei momenti più accessi della dialettica tra Comune e parti sociali.

Come se le comunità napoletane siano state in grado di auto determinarsi nominando un rappresentate del Popolo partenopeo, il cui merito in assoluto è stato quello di aver evocato i principi della rivoluzione contro i precedenti decenni di gestione della città, PD e sinistra comprese.

In quel 2011, all’insediamento di De Magistris, si presentava un Comune con le casse vuote, il bilancio in dissesto che la precedente giunta Iervolino aveva mancato di approvare per ben due volte ed era previsto il commissariamento del Comune. È da qui che parte la nuovissima esperienza rivoluzionaria partenopea che, arrestato sul nascere il rischio e la minaccia di commissariamento, muove i suoi primi passi.

Sulla carta tutto sarebbe stato reso possibile grazie alla partecipazione e responsabilità di tutti i cittadini alleati con una classe dirigente di uomini e donne di alto profilo, impegnati nella gestione della res publica con rigore, trasparenza, correttezza e partecipazione.

Le parole d’ordine avevano il sapore della rivalsa sociale e culturale della città. Trasparenza, acqua bene comune, tutela ed inclusione delle minoranze, autonomia di spese delle municipalità, investimenti nelle aree strategiche di Bagnoli e Napoli est, turismo, green economy, contenimento dell’esodo dell’emigrazione dei giovani verso il nord Italia e l’Europa, gestione dei rifiuti, potenziamento degli impianti di compostaggio, della differenziata, no all’inceneritore, aria bene comune, rapporto e continuità tra centro storico e periferie, trasporti, sicurezza (no esercito in strada, si ampliamento polizia municipale).

E ancora: stadi, sport, aperture e ampliamento di parchi e giardini, tutela dei diversamente abili, medicina territoriale, corretta alimentazione, valorizzazione del porto, mare balneabile lungo tutta la costa, grandi eventi, tutela del patrimonio culturale ed archeologico, politiche sociali, giovanili e pari opportunità, decoro, strade, riqualificazione del patrimonio, partecipazione collettiva, no camorra e illegalità, piano edilizia residenziale, no Vele, parcheggi e viabilità, vivibilità cittadina, lotta all’illegalità e corruzione, tutela dell’ambiente, scuola e inclusione, rispetto delle diversità, abbattimento tasse spazzatura e tassa di circolazione.

A distanza di 10 anni, la sensazione è quella di aver vissuto una sbornia collettiva, nata da un programma forse giusto, sicuramente visionario, ma anche velleitario e per gran parte rimasto solo nelle intenzioni.

“Il mare non bagna Napoli”, predicava Anna Maria Ortese quando, nel racconto Un paio di occhiali, raccontando della miopia di Eugenia, esprimeva la metafora di un’intera città e la condanna della povertà.

Oggi Napoli è una città dilaniata da una crisi economica smisurata, aggravata dall’emergenza sanitaria e dalle misure di contrasto alla diffusione del virus. Nessuna “prospera pace”, tanto declamata dal magistrato arancione, all’instaurarsi del suo primo mandato, ha caratterizzato le relazioni istituzionali, piuttosto duramente esacerbate dalle contrapposizioni incancrenite da narcisismi e personalizzazioni, nella giunta comunale (undici rimpasti in dieci anni), tra Comune e Regione e nei rapporti con il Governo.

Il disastro è inequivocabile: edilizia scolastica fatiscente e nessuna prevenzione antisismica e manutenzione ordinaria e straordinaria, spazi di socialità inesistenti, criminalità organizzata, verde cittadino in totale stato di abbandono, strade e palazzi malconci, periferie abbandonate a se stesse, lavoro nero che dilaga, trasporto pubblico ai minimi storici, servizi sociali essenziali in ginocchio.

Tralasciamo volutamente la questione del bilancio, del dissesto con un buco nero e cifre da capogiro e la questione rifiuti e raccolta differenziata solo al 36,23% su una popolazione di quasi un milione di abitanti benché, come nel caso di Roma, non è solo addebitabile agli ultimi anni di gestione. Detto ciò, non ci si può esimere dal constatare che nulla spicca per differenza nella gestione De Magistris di questo decennio rispetto all’andamento registrato dalla città da mezzo secolo a questa parte.

Napoli: lo scenario Elezioni Amministrative 2021

Così regna un tacito sconforto e un sostanziale disorientamento nella Sinistra e di governo e di lotta, riguardo al destino della città nel dopo-amministrative di settembre. La classe dirigente, dal livello nazionale a quello locale, riesce esclusivamente a far rimbalzare echi di nomi e possibili candidature, frutto di accordi di palazzo, nell’ottica di rinsaldare equilibri di potere precari nel quadro delle altre città che andranno al voto a settembre.

Giunto ormai alla scadenza del suo secondo mandato, nonché già in lizza per altri lidi meridionali, De Magistris lascia ora un vuoto da riempire non senza difficoltà e grossi punti interrogativi. Si è però riservato di indicare, prima di chiunque altro (correva ancora il 2020), come successore alla guida della Comune una donna, Alessandra Clemente, sua assessora trentenne, che forse potrà contare anche sul consenso di parte dei movimenti e dei centri sociali, e forse della Polizia Municipale, vista la sua ultima azione all’insegna della legalità, mirata a cancellare i murales in ricordo di Ugo Russo ammazzato durante una rapina da un carabiniere. Certo che il suo bacino di followers potrebbe fermarsi qui.

Il PD a Napoli

Il vuoto lasciato dal Sindaco ha come soggetto principe il Partito Democratico cittadino, che nell’ultimo decennio ha perso molto del suo già esile radicamento, vista l’operazione del Sindaco stesso che ha saputo dare visibilità ad alcuni con ovvio discapito di altri.

Oggi il PD a Napoli esclude le primarie e cerca in tutti i modi di barcamenarsi tra le varie correnti romane e l’ombra incombente dell’imperatore De Luca. Con Zingaretti forse c’era qualche sicurezza in più: la presenza di Oddati, fidato dell’ex segretario, se non come candidato, avrebbe potuto forse offrire una linea come dirigente, mentre con Letta, il responsabile dell’organizzazione Vaccari e lo stesso Boccia sembrano destare il dubbio di non sapere che pesci pigliare sul territorio, grande escluso da ogni trattativa.

Riusciranno o meno ad accordarsi sul nome ora di Fico, Amendola, Manfredi? Oppure… ne salteranno fuori altri? Logiche di correnti e componenti che ricordano solo giochi di potere, lontani mille miglia dai problemi della città e dalla sofferenza dei suoi cittadini.

Fa quasi tenerezza il segretario cittadino, Sarracino, che con autentico spirito di auto abnegazione cerca di interloquire con tutti gli interessati, non ultimo pezzi spuri di Dema  (l’associazione che De Magistris lascerà come eredità alla città), che – alla ricerca del tempo perduto e di un spazio di conservazione di detenzione del potere dopo il fallimento della tanto paventata rivoluzione arancione – cercano in tutti i modi possibili alleanze, accordi e salvataggi dell’ultimo minuto.

Il M5S a Napoli

Sembrerebbe che il nome di Fico riesca ad unire una buona parte del PD cittadino, parte dei movimenti dei centri sociali, la pupilla di De Magistris, Alessandra Clemente, disposta ad un passo indietro e a ritirare la sua candidatura, e chiaramente il Movimento 5 Stelle che ha visto prosciugare il suo consenso in città e sui territori anche a dispetto del tanto famigerato Reddito di cittadinanza.

Un’amministrazione cittadina, con a capo Roberto Fico, sarebbe sicuramente in continuità con gli ultimi dieci anni arancioni. Anzi, Fico, uomo di partito, saprebbe sicuramente interloquire con gli organi centrali e governativi meglio dello stesso De Magistris,  ottenendo migliori garanzie per arginare il buco nero del bilancio in dissesto ed evitare il commissariamento. Peccato che sia completamente inviso all’imperatore De Luca. E questo non è un dettaglio…

Sinistra Italiana e Rifondazione

Intanto, alla faccia della coalizione, pezzi di movimenti dei centri sociali, ai quali non è andata giù la candidatura della Clemente, aspettandosi un maggiore coinvolgimento nella scelta del candidato da parte del ex magistrato arancione, legati all’imprenditore Sergio d’Angelo, ex assessore Dema al welfare cittadino, ora presidente dalla partecipata del Comune di Napoli ABC, Acqua Bene Comune, e all’avvocato Pietro Rinaldi,  Capo di Gabinetto della città Metropolitana, hanno raccolto 2.000 sottoscrizioni all’appello per la candidatura a sindaco di Napoli del patron delle coop sociali Gesco, Sergio D’Angelo. Convergerebbero su questa candidatura Sinistra Italiana e quel che resta di Rifondazione comunista.

L’outsider

E poi, a proposito di feudi più o meno personali, torna alla ribalta anche l’ex sindaco e presidente di Regione Antonio Bassolino, che è l’unico ad aver annunciato e lanciato pubblicamente la propria candidatura. Alla soglia dei suoi 74 anni, il fondatore del Partito Democratico propone, in chiave populista “Bassolino vede cose”, la soluzione ai problemi della città ed espone il suo intento di sostenere le nuove generazioni accompagnandole per mano verso la più giusta e competente gestione della macchina amministrativa e politica.

Una cosa giusta la dice, Bassolino: chiunque dovrà gestire la città nei prossimi anni dovrà essere oggi  protagonista  delle proposte al tavolo per la gestione del Recovery Plan, per il Sud.

Risponde però in modo aleatorio in merito al Bilancio in dissesto e la situazione grave del buco, omettendo di ricordare la questione dei derivati tossici venduti e comprati dal Comune ai tempi del suo mandato, sostenendo che il problema grave del dissesto andrà affrontato “positivamente”.

Sta di fatto che l’intesa PD-5Stelle sarà raggiunta solo dopo il primo turno. Il bisogno di riaffermare politicamente se stesso, dopo l’interdizione dalla politica per tutte le accuse ed i processi che lo hanno visto coinvolto, i è cosa che appartiene all’umana sfera. Peccato che, anche in questo caso, le logiche di potere personali e di partito sottomettano i bisogni e gli interessi dei cittadini, rischiando di spaccare un famigerato fronte di centro sinistra e consegnare la città al centro destra.

La Destra a Napoli

La destra cittadina e nazionale, d’altro canto, pensa bene di candidare nella capitale del Sud un ennesimo magistrato, Catello Maresca, uomo di giustizia, probo, cattolico e impegnato nella lotta alle organizzazioni criminali mafiose. Questa candidatura va nella direzione di favorire la percezione collettiva che l’uomo onesto di giustizia sia anche il nome forte e la figura di spicco della società civile, capace di compensare l’incapacità  dei partiti di porre soluzioni reali agli annosi problemi che non hanno mai avuto voglia di risolvere, in nome di interessi  e giochi di potere.

Fate in fretta

Come del resto in tutte le città, il balletto della politica è solo sui nomi, sui giochi di potere, di tanto in tanto sulle alleanze, toccando solo alla lontana e in modo demagogico e strumentale, i temi che più toccano la città e che richiedono interventi e partecipazione. Proprio l’esperienza di questi ultimi anni ha dimostrato ai napoletani che nessuno, fatti salvi i fanatici, può più credere che un uomo solo al comando, per onesto che sia, possa proporre ed attuare soluzioni definitive a problemi strutturali e cronicizzati, senza sviluppare un dibattito serio e collettivo che coinvolga i territori. Alla gente dei nomi non interessa più di tanto.

Lo scenario che si prefigura, quindi, è una partecipazione parziale al voto, e una possibile vittoria della destra dopo 28 anni di governo di un fantomatico centro sinistra.

Chi pagherà l’enorme buco nero del bilancio in dissesto? Chi si farà garante della cancellazione del debito pubblico di questa città che per lo più non afferisce ai cittadini, ma a logiche di austerità e di mal governo? Come verrà distribuita la spesa pubblica e i fondi del recovery fund destinati alla città? Come si intende affrontare il problema del lavoro nero dilagante? Come risolvere il problema dei rifiuti e della raccolta differenziata? Come ripristinare il trasporto pubblico, la spesa per i servizi essenziali, la tutela dell’infanzia?

Il rischio è che su questi temi imperino la destra e il populismo, degradandoli a strumenti per facili promesse e con abilità si vada a batter cassa all’elettorato, magari approfittando di una sinistra ancora memore delle aspettative tradite del recente passato. Una sinistra un po’ smarrita e sicuramente impreparata.

Leggi anche: Zingaretti candidato sindaco a Roma? Possibile solo se Raggi si ritira dalla corsa

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