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Home » Politica

Draghi rilancia gli Stati Uniti d’Europa. I Giovani Federalisti Europei a TPI: “È ora di prendere in mano il nostro destino”

Immagine di copertina
Credit: Riccardo De Luca / AGF

“Il Parlamento europeo aveva già votato una riforma nel 2023. Ma i Governi l’hanno messa in un cassetto”. La segretaria generale della sezione italiana della Gioventù Federalista Europea, Amanda Ribichini a TPI: “La realtà corre più veloce delle nostre idee. Questo è il momento giusto per attuare i cambiamenti istituzionali necessari all’Ue. Anche solo con un’avanguardia di Paesi”

Mario Draghi è stato chiaro: il mondo che ha cullato l’Europa nel benessere e nella sicurezza non esiste più e l’unica alternativa, non solo per sopravvivere ma per entrare nel novero delle grandi potenze, è unirsi in un unico soggetto federale. «È ora di prendere in mano il destino degli europei e attuare finalmente i necessari cambiamenti istituzionali in senso federale», commenta a TPI la segretaria generale della sezione italiana della Gioventù Federalista Europea, Amanda Ribichini.
L’ex premier ed ex presidente della Bce ha scosso ieri l’opinione pubblica dal podio dell’Università di Leuven, lanciando un monito che suona come un’ultima chiamata per il Vecchio continente: se l’ordine internazionale basato sulle regole come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi è ormai defunto; se la separazione tra commercio e sicurezza è svanita; e se l’interdipendenza economica non è più garanzia di pace ma un’arma nelle mani delle maggiori potenze, allora restare una semplice “somma disordinata di Stati” come l’attuale Unione europea non basta più.
Stretta tra gli Stati Uniti di Donald Trump, l’aggressività militare della Russia di Vladimir Putin e una Cina che domina sempre più le filiere del valore globali, la transizione verde e le nuove tecnologie, l’Europa non deve rassegnarsi, secondo Draghi, alla de-industrializzazione e alla subordinazione politica, a cui la logica della confederazione la condannerebbe, ma passare dall’attuale semplice coordinamento a una vera e propria federazione. «Dove siamo uniti siamo forti, dove cooperiamo soltanto siamo deboli», ci ricorda Ribichini, citando l’ex premier.

Da decenni il Movimento Federalista Europeo parla della necessità di un’unione politica del Vecchio continente. Ormai Mario Draghi la presenta come una necessità di sopravvivenza. Per la prima volta la realtà corre più veloce della teoria politica?
«Draghi è stato molto chiaro nel suo discorso: i fatti precedono le teorie politiche. E in questo caso è più vero che mai. Ma se la realtà sta andando più veloce delle nostre idee, questo mette l’Europa di fronte a una sfida che non sembriamo ancora essere in grado di affrontare. È questo invece il momento giusto per prendere in mano il destino degli europei e attuare finalmente i necessari cambiamenti istituzionali».
L’ex premier ed ex presidente della Bce ha invitato i Paesi membri a non aspettare chi non è pronto, rompendo il tabù dell’unanimità a tutti i costi. Può davvero funzionare una “avanguardia federale”?
«Potrà funzionare solo con le determinate accortezze, affinché questa avanguardia non rimanga poi tale. Dovrà puntare infatti ad includere tutti attraverso un meccanismo di centri concentrici che possano allargarsi progressivamente. È questa la chiave».
Come si fa in concreto?
«Quelle che giocano veramente a nostro svantaggio in questo momento sono le tempistiche. L’attuale struttura istituzionale a 27 (Stati membri, ndr) non permette un’integrazione federale in tempi brevi. Primo fra tutti il diritto di veto al Consiglio europeo (dei capi di Stato e di governo, ndr) rende difficile una ristrutturazione a livelli così ampi in un periodo limitato. Per questo motivo sarà probabilmente necessario andare verso una cooperazione strutturata all’interno delle istituzioni europee, che includa solamente un gruppo di volenterosi. Senza dimenticare però l’obiettivo finale, cioè che questo gruppo dovrà poi allargarsi e non restare un’avanguardia inascoltata».
Dalla crisi dei debiti sovrani, il Consiglio dei capi di Stato e di governo e la Commissione Ue hanno preso sempre più il sopravvento sul Parlamento europeo, l’unica istituzione eletta dell’Unione. Come si può garantire la democrazia di un’Europa federale?
«Oggi ogni fase dell’allargamento prevede una modifica ai Trattati, ma non possiamo certo considerarla una riforma. È semplicemente un aggiustamento rispetto allo status attuale per includere i nuovi Paesi membri. Noi abbiamo bisogno di una riforma che sia veramente federale e su questo in realtà il Parlamento europeo si è già espresso nel 2023».
Ci spieghi.
«Allora il Parlamento europeo votò la cosiddetta riforma AFCO (Commissione per gli affari costituzionali, ndr), che propone una serie di riforme istituzionali volte a dare all’Europa un assetto federale con istituzioni al passo con i tempi in un sistema più democratico, dall’Eurocamera, alla Commissione fino al Consiglio».
Com’è andata a finire?
«Il progetto doveva essere messo all’ordine del giorno del Consiglio europeo, che ha semplicemente deciso di accantonarlo e lasciarlo in un cassetto a stagionare. Ma, al di là della mancanza di volontà politica dei singoli governi, questo dimostra che esiste già un progetto di ristrutturazione dell’Unione in senso federale e più democratico. Non ci resta che attuarla ma qui ci troviamo di fronte all’opposizione dell’unico organo puramente intergovernativo dell’architettura istituzionale dell’Ue, dove gli interessi degli Stati membri bloccano le riforme».
Eppure il Consiglio ha recentemente approvato addirittura un piano di difesa comune. Come la pensate voi Giovani Federalisti Europei sul riarmo?
«Come ha detto bene Draghi nel suo ultimo rapporto e ripetuto nel discorso di ieri: dove siamo veramente uniti risultiamo forti, come nel mercato unico, mentre dove abbiamo scelto solamente una forma di cooperazione intergovernativa siamo deboli. La difesa è l’esempio classico: il piano ReArm Europe, poi ribattezzato Readiness 2030, replica questo modello perché la maggior parte degli investimenti previsti avverrà su base nazionale, senza garantire una vera interoperabilità dei mezzi. Ma così non riusciremo mai a creare una vera base industriale e una difesa comune europea. Avremo soltanto spese più alte e frammentate, senza accrescere la nostra capacità di azione e deterrenza».
Come spiegate ai vostri coetanei che, per essere davvero liberi e padroni del proprio futuro, dobbiamo paradossalmente “cedere” sovranità a un livello superiore?
«Noi siamo presenti nelle scuole, nelle università, nelle piazze, tra le associazioni della società civile e le sezioni di partito e le posso assicurare che la nostra generazione è tutt’altro che distaccata dalla politica. Prima di presentare la nostra proposta federalista, cerchiamo di far capire a ognuno l’importanza di portare il dibattito a livello europeo. Viviamo in un mondo che è sempre stato diviso in Stati nazionali e come tale ha visto perpetrare logiche di esclusività, che ha portato a fenomeni terribili. Il federalismo è tutt’altro».
“Ciò che è iniziato nella paura deve proseguire nella speranza”, è l’appello finale dell’ex premier. Quale speranza offrite come Federalisti europei ai giovani?
«La speranza di guardare il mondo con occhi diversi, più inclusivi, con una prospettiva integrata, dove ognuno si possa sentire cittadino: del proprio paesino, dell’Europa, del mondo. È un’articolazione del pensiero che va oltre le schematizzazioni. Il mondo in questo momento è interdipendente a molti livelli. Il pensiero federalista è ciò di cui abbiamo bisogno».

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